Dieci vini eccezionali da stappare nel 2022

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Dieci vini che hanno regalato grandi gioie nel 2021 e che meritano di essere conosciuti, assaggiati – e bevuti – nell’anno che verrà.

10. Monte Maletto – Carema La Costa 2018

Uno dei cru di Gian Marco Viano, un vignaiolo come ce ne sono pochi, unico italiano nella lista dei “gamechanging producers” di 50 Next. L’ho intervistato all’indomani della comparsa della notizia sui media e mi ha invitato a scoprire i vigneti più belli che ho avuto l’onore di calpestare quest’anno: quelli di Carema, enclave del Canavese a due passi dal confine con la Valle d’Aosta. I vini di Carema sono fini, slanciati, perfettamente in linea con l’estetica della leggerezza e della finezza che sta finalmente acquisendo popolarità dopo anni di dominio del modello “muscoli e calore”. Non ce n’è uno meno che valido tra quelli proposti dalle nove aziende del comprensorio. Ma, nella degustazione orizzontale nel Gran Mason, quello di Gian Marco ci ha letteralmente rapito: più suadente, più sexy di tutti gli altri, profumato di rose appassite ed incenso, legno di sandalo, creme de cassis e radici, con sbuffi di concia e sottobosco che fanno molto Vosne Romaneè. Il timbro “borgogneggiante” è evidente anche nel sorso austero e gentile allo stesso tempo, incalzato da un’acidità travolgente e da tannini incisivi che accompagnano un lungo finale su rimandi floreali, di mirtilli e di melagrana. Vino semplicemente irresistibile, da stappare ora o tenere in cantina per vent’anni!

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9. Gulfi – Neromaccarj 2017

L’assaggio più emozionante di Merano Wine Festival. Ogni volta che degusto vini della zona di Noto e Pachino, mi viene in mente la metafora del calabrone che non potrebbe volare, ma non lo sa e quindi vola lo stesso. E’ il miglior modo di spiegare il paradosso del Nero d’Avola prodotto nella zona più arida e meridionale d’Europa, a pochi metri sul livello del mare e a qualche chilometro dalle dune di Vendicari, che, nonostante tutto, riesce sempre a convincere per equilibrio e senso della misura, perché nei secoli ha sviluppato un rapporto simbiotico con il suolo e con l’ambiente circostante. Il Neromaccarj della famiglia Catania è tra i migliori vini prodotti da quelle parti: pazzescamente integro in annata 2017, profumato di giuggiola e melagrana, cappero selvatico, timo e origano, e reattivo al palato, salato, piccante, tannico quanto basta e lungo nei rimandi struggenti alla macchia mediterranea.

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8. Casal Pilozzo – Malvasia Puntinata Colle Gaio 1994

La leggenda dei vini immortali prodotti a due passi da Roma da Antonio Pulcini, classe 1940, più di 70 vendemmie alle spalle. Lo incontro nella sua cantina costruita nelle fondamenta della villa di Traiano a metà Luglio. Mi stappa una ’97 in forma smagliante, seguita a ruota da questa ’94 che lascia senza parole. Sul colore niente da dire: splendido, adamantino. Il bouquet regala sensazioni giovanili, con un lampo floreale, la classica cera d’api della Puntinata a scongiurare l’ omologazione “idrocarburica” del bianco invecchiato, rintocchi d’agrume – si, proprio agrume, fresco e vibrante – e poi idee di polvere pirica, naftalina, un accento di zolfo e di erbe officinali che aumenta progressivamente d’intensità. Il timore è che manchi il frutto in bocca e, invece, c’è e va a braccetto con una spinta acida intonso. Menzione d’onore anche per un vino più giovane assaggiato nella stessa giornata: Tellenae 2020 di Giuliano Manfredi Stramacci, prodotto nell’agro subito a sud della Capitale.

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7. Fontefico – Cerasuolo d’ Abruzzo Fossimatto 2013

Non poteva che essere rosa il vino dell’anno della mia regione d’origine. Assaggiato ad Aprile nella tenuta dei fratelli Altieri a due passi dalla Riserva Naturale di Punta Aderci, il Fossimatto svela un profilo integro e accattivante, in cui il frutto si è fatto da parte e ha lasciato spazio ad aromi singolarissimi di paprika e pomodoro secco, spezie dolci, un accenno di sottobosco. Lo sviluppo ha mantenuto la grinta, la scorrevolezza classica, ma ha guadagnato molto in profondità e struttura, con spunti umami – quasi salsa di soia – che mi fanno pensare ad un abbinamento epico con un sashimi di tonno.

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6. Marguet – Champagne Ambonnay Grand Cru 2016

Nella ressa di Modena Champagne Experience, sono riuscito a rimediare mezzo calice di un vino effervescente clamoroso. La 2016 si prospetta grandiosa come annata per i vintage in Champagne e Benoit Marguet non poteva non centrarla in pieno. L’ Ambonnay ’16 è semplicemente un mostro: caleidoscopico, chiaroscurato, completo, alterna profumi invitanti di fragolina di bosco, cannella, incenso, ginseng, a ventate minerali e boschive impetuose. C’è tutto il gusto della craie nel sorso tetragono, ma anche una polpa ricchissima, golosa, qualche accenno di tannino, ritorni ossidativi mai sopra le righe e un tocco di spezia da legno che non stona. Vino non per tutti, ma per tanti, che scalderà il cuore di chi se ne frega della piacevolezza “a qualunque costo” e cerca le emozioni forti.

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5. Pietroso – Brunello di Montalcino Riserva 2016

Il best in show dell’edizione più precoce di Benvenuto Brunello più precoce di sempre: il vino che ti rimane scolpito nella memoria, più ammaliante e compiuto di tutti gli altri (anche se la lotta è stata dura…). Il profumo è di ribes rosso e mirtilli selvatici, carne grigliata, nocciola e noce moscata, liquirizia e spezie orientali in crescendo. Il tannino perfetto dà la terza dimensione a un sorso spettacolare: sanguigno e mentolato, speziato e carico di frutto puro, rugiadoso, con finale che ripropone tutti gli aromi in sequenza. Magnifico adesso, ma sarà anche meglio tra qualche anno…

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4. Azelia – Barolo Bricco Voghera Riserva 2010

Un’azienda con una filosofia veramente strana: il Barolo non viene prodotto se la vigna ha meno di 30 anni. Un linea seguita con grande fierezza da Lorenzo Scavino, nuova leva di questa famiglia storica del Barolo, social winemaker con oltre 15 mila follower su Instagram che riesce a mettere insieme comunicazione patinata e concretezza in ambito produttivo. Mi ha accolto in cantina nei primi mesi dell’anno e, dopo una sfilza di Barolo 2017 sorprendenti, ha aperto questo Cru da vigne centenarie a piede franco che fa 10 anni di affinamento tra botte e bottiglia. All’alba dell’undicesimo anno, disserra aromi caleidoscopici di tè nero, tabacco, catrame, tartufo, pot-pourri di fiori rossi, spezie scure. In bocca è tosto, integro: tannini ancora esuberanti sostengono lo sviluppo travolgente e il finale è un susseguirsi di ritorni ammalianti di erbe officinali e menta, ruggine, arancia sanguinella. Semplicemente monumentale.

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3. Di Meo – Greco di Tufo Vittorio 2008

Ho un solo rimpianto: non essere riuscito a fare più visite al Sud nel corso dell’anno. Se non altro, però, il più grande bianco che ho assaggiato quest’anno viene proprio dal Meridione, più precisamente dall’Irpinia, terra di Fiano e di Greco che hanno dispensato immense soddisfazioni a Campania Stories. Quattordici anni di affinamento e il solito canovaccio del Greco lascia spazio ad aromi di cannella e miele millefiori, zafferano, erbe officinali, crema chantilly che fanno molto Borgogna dei Grand Cru. L’acidità portentosa continua a scandire un sorso vitale e completo, energico e goloso, con un finale speziato e mielato da lacrimuccia. Strepitoso!

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2. Le Chiuse – Brunello di Montalcino 2016

L’avevamo detto in primavera che era un prodigio e Wine Spectator ci ha dato conferma, inserendolo nella Top 100. La titolare, Simonetta Valiani, è la nipote di Tancredi Biondi Santi, e le vigne da cui proviene questo capolavoro sono quelle da cui sono state prodotte alcune delle annate storiche della casata. Il naso è austero, cerebrale: parte animale, ferroso e dispensa progressivamente toni quintessenziali di carne cruda, fruttini aciduli, fiori essiccati e spezie assortite, il bosco in tutte le sue declinazioni. Il sorso è spettacolare: ruggente senza essere graffiante, poderoso e allo stesso tempo fluido, elegantissimo nel finale succoso e balsamico, sanguigno e di nuovo floreale, che ci fa venire in mente – e non sappiamo esattamente perché – il Barolo di Bartolo Mascarello.

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1. Vigneti Massa – Pazienza 2013

Tra le esperienze più eclatanti di questo 2021 c’è la visita da quel pazzo scatenato di Walter Massa, personaggio folle che da solo ha risollevato le sorti dei Colli Tortonesi e del Timorasso. “Pazienza” è il nome del suo vino più raro: qualcosa di difficilmente ascrivibile alle categorie classiche, una sorta d’incrocio tra un Sauternes e un vino ossidativo stile Vin Jaune di Jaura. “ E’ venuto fuori per caso: nel 2013 abbiamo avuto un’estate buona e, poi, a settembre, ha cominciato a piovere. La botrite ha attaccato il Timorasso, ed è uscita questa cosa qua…”. Miele, cherosene, fieno sono tra i riconoscimenti che vengono in mente, ma non basta la sfilza di descrittori a catturare l’essenza poliformica, sfuggente del Pazienza. Equilibrio è la parola chiave: tra gli zuccheri residui e l’acidità, tra la ricca parte ossidativa e il frutto ancora fragrante. Lui stesso, al momento del l’assaggio, sembra quasi commuoversi. “ È’ un brivido che vola via – commenta, riprendendo la citazione di Vasco in etichetta – il mio vino deve essere proprio questo: equilibrio sopra la follia”.

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Felice 2022 a tutti voi!

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