Le pubblicazione sono state limitate nelle ultime settimane per un piccolo inconveniente tecnico. Facebook ha pensato di permettere a qualcuno di appropriarsi della pagina Sommelier Life senza battere ciglio. Nell’attesa di riprendere controllo di quello che per il sottoscritto è sempre stato uno dei veicoli principali per la comunicazione, mi limito a scrivere dell’ultimo grande vino stappato in ordine di tempo. Non in una degustazione ufficiale, ma in una cena nel ponte del 2 giugno da Lincosta, a L’Aquila. Un vino importante perché riporta il nome della neonata DOCG d’Abruzzo: Casauria.

Una sottozona che fa da cerniera tra Costa a Appennino, sotto la Maiella, dove insistono alcuni produttori storici abruzzesi. Qui, però, non siamo in presenza di un’azienda storica e strutturata, ma di una garage winery che, negli anni, ci ha riservato grandissime sorprese con il suo rosato, Tauma. L’altro rosso DOC, onestamente, non mi aveva mai esaltato, ma qui siamo di fronte a qualcosa di ben diverso. È un raro caso di vino “scuro” nei profumi, eppure dotato di energia ed eleganza, un po’ sullo stile di un grande rosso del Rodano nord. Ha profumi inconfondibili: “valentiniani”, ovvero fascinosamente selvatici ancor prima che di amarena, china, liquirizia. Insomma, è il tipo di vino che in mezzo secondo ti riporta esattamente alla regione al vitigno.
Poi, però, in bocca racconta un’altra storia. O meglio, riesce ad essere coerenti e allo stesso tempo ad evitare di allargarsi e apparire un po’ greve come altri suoi competitors, grazie a un frutto molto misurato e integro e tantissima freschezza che smorza la struttura e ne allunga il sorso. È all’inizio di un percorso: fa il suo dovere con caciotta e fungo fiorone, ragù e agnello panato. Ma è il tipo di vino che può affrontare il tempo senza battere ciglio, anzi rafforzando il suo stile. Insomma, un gran bell’esordio per la nuova denominazione!








