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Carema: nove vini per scoprire il grande Nebbiolo dei terrazzamenti

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Vigne spettacolari, aggrappate a una ripida parete di roccia, che disegnano uno dei paesaggi vinicoli più suggestivi al mondo. È l’immagine di un territorio che rappresenta il futuro del Piemonte per almeno due ragioni: a) i vini fini, slanciati, profumati che nascono su questi terrazzamenti sono perfettamente in linea con l’estetica della leggerezza e della finezza che sta finalmente acquisendo popolarità dopo anni di dominio del modello “muscoli e calore” b) qui i giovani possono ancora sognare: non c’è bisogno di capitali da mogul della finanza – ma solo di tanto coraggio – per mettere su un’azienda che funzioni.



Mi ripromettevo da anni di venire a vedere Carema, magnifico lembo di terra al confine tra Piemonte e Valle D’Aosta, e finalmente ci sono riuscito. L’occasione si è palesata dopo l’intervista a Gian Marco Viano di Monte Maletto, ex-sommelier che ha rinunciato a una carriera in sala per recuperare vigne abbandonate sui terrazzamenti caremesi e si è guadagnato l’encomio di 50Next per l’impegno profuso nel cercare di “cambiare il gioco”. Gian Marco è nelle fila dei Giovani Vignaioli Canavesani, uno dei tanti collettivi che sono stati costituiti negli ultimi anni per cercare di rimettere al centro dell’attenzione territori storici del vino italiano che, per varie ragioni, sono rimasti indietro. Nel bel mezzo dell’emergenza Covid, I vignaioli canavesani hanno deciso di organizzare la prima edizione di quella che è destinata a diventare la loro fiera annuale: Re-Wine, evento che ha visto la partecipazione di giornalisti, bloggers, appassionati e ospiti di tutto rispetto come Walter Massa, l’idolo di tutti i vignerons in cerca di riscatto, che sta provando a dargli qualche dritta nella speranza di vederli affermarsi sui mercati internazionali come ha fatto lui con il Timorasso.



Per comprendere Carema bisogna innanzitutto inquadrarla nel contesto del Canavese, vasto areale che si sviluppa lungo i fiumi Po, Stura e Dora dalle propaggini a nord-ovest di Torino fino al confine con la Valle D’Aosta. La zona si estende per circa 60 km e offre un paesaggio estremamente variegato: si passa dalla vegetazione quasi mediterranea – pini, lecci e anche qualche ulivo – delle basse colline sormontate da monasteri e castelli che cingono i tanti laghi del comprensorio, ai boschi, le malghe, le casupole di montagna chiamate “balmetti” sui crinali della Serra Morenica d’Ivrea, catena montuosa che ne abbraccia la parte più settentrionale. La varietà di mesoclimi, esposizioni, suoli è veramente notevole e, di conseguenza, i vitigni presenti nella (modesta) superficie vitata della zona – più o meno 500 ettari – sono parecchi. C’è qualche internazionale – il Syrah e il Merlot in particolare – ma la fanno da padrone l’Erbaluce sul fronte dei bianchi e Barbera, Nebbiolo, Uva Rara, Freisa e i Neretti – varietà dimenticate della zona – su quello dei rossi.

Carema è, tra le denominazioni del Canavese, la più settentrionale e l’unica interamente dedicata al Picotendro, clone locale di Nebbiolo ampiamente diffuso anche nella Valle d’Aosta, con la quale il comune confina. La tradizione vinicola del luogo ha, come nel caso della regione del Monte Bianco, radici antichissime: probabilmente i primi terrazzamenti sono stati creati dai romani per sfruttare i pendii più irti – ma anche più soleggiati – della vallata stretta tra la Valchiusella, terra di pascoli e di formaggi pazzeschi, e la Serra Morenica. La DOC è stata tra le prime in Piemonte ad essere istituita nel 1967 e, in effetti, il vino era molto conosciuto già all’epoca per merito dei dipendenti della Olivetti di Ivrea, che spesso ne regalavano bottiglie ad ospiti e clienti. Esattamente come nel caso della Ferrero nelle Langhe, la presenza di un’azienda così importante nel circondario è stata croce e delizia per questa tradizione: da un lato ha creato ricchezza e ha fatto sì che il vino godesse di buona reputazione anche a fronte di volumi produttivi molto modesti; dall’altro ha spinto i figli dei contadini a cercare impiego in altri settori, causando l’abbandono di molti vigneti. Per farsi un’idea dell’entità di quest’ultimo fenomeno, basta sapere che nel 1967 si contavano quasi 100 ettari vitati nel comune, nel 2010 solo 13.

Il percorso all’inverso, che ha portato a una crescita contenuta – ma significativa – dei vigneti e della produzione negli ultimi anni, è partito proprio dalla crisi del settore industriale e da un rinato interesse da parte degli eredi dei contadini diventati operai – e di altri giovani che non avevano niente a che fare con il vino – per queste campagne complesse da vivere, dove nulla è regalato, ma che, in tempi di cambiamento climatico, mantengono un clima pressapoco perfetto: caldo nelle giornate della bella stagione e quindi prolifero per la viticoltura, ma anche ventilato e decisamente fresco di notte.

I protagonisti della rinascita di Carema hanno tutti meno di 40 anni e dicono tutti di aver sentito il richiamo della terra nel bel mezzo del maremoto scatenato dalle vicende economiche burrascose dell’ultimo decennio. Armati di seghe e cesoie, questi ragazzi hanno rimosso gli arbusti e gli alberi che oramai si erano impossessati delle terrazze, per recuperare le pergole sopravvissute o piantarne di nuove. Chiunque abbia visto le foto delle vigne in questione deve aver notato quelle stranissime colonne di pietra che sorreggono le piante. Be’, anche io mi sono sempre chiesto a cosa servissero e ho scoperto che si tratta di un vero e proprio prodigio d’ingegneria rurale. Le topie, infatti, non fungono solamente da sostegno, ma immagazzinano anche il calore del sole e lo rilasciano nel corso della notte, permettendo in questo modo di evitare che le rigide temperature notturne compromettano la maturazione. Va da sé che costruirne – o anche solo ristrutturarne – decine in un solo ettaro comporta costi e difficoltà non da poco, e il fatto che la maggior parte di questi nuovi produttori abbia deciso di perpetrare la tradizione la dice lunga sulla loro volontà di lasciare tutto così com’era, evitando escamotage facili che potrebbero portare ad un successo rapido, ma effimero.

Allo stato attuale i produttori di Carema sono nove, di cui solo tre attivi da più di un decennio e due che si accingono proprio ora ad immettere in commercio il loro primo vino. Raggruppati nel Gran Mason, l’edificio più antico del paese, abbiamo assaggiato una etichetta di ognuna di queste aziende e siamo rimasti stupefatti dalla bontà trasversale, dall’equilibrio e dalla contemporaneità di vini in cui il Nebbiolo si esprime in maniera garbata ed estremamente pura, aiutato da un volume alcolico mai sopra i 13,5 gradi e da un’acidità intensa, pulsante, ma matura, che fa venir voglia di berli a secchiate.

“ Se, anziché Carema, ci fosse scritto Rodano o Borgogna su queste etichette, costerebbero 250 euro” ha rimarcato uno dei presenti. E, in effetti, il prezzo è uno dei crucci del progetto di riscoperta e rivalutazione: fare vino in un territorio come questo, dove nulla è meccanizzabile, dove le rese sono basse e il lavoro in vigna faticosissimo, comporta sforzi enormi che devono essere ripagati. E’ per questo che le nuove leve, a partire da Gian Marco Viano, hanno deciso di partire con prezzi abbastanza alti – sebbene non ai livelli della Francia – rischiando di sentirsi dire: “Ma perché dovrei comprarti il vino quando alla stessa cifra compro un buon Barolo?”. La risposta a questa domanda è che qui siamo in una galassia completamente diversa rispetto a quella langarola: eleganza, leggerezza e finezza sono le parole chiave. Per quanto profondi e adatti all’invecchiamento, questi vini riescono a dare soddisfazioni anche a temperature più basse – 15-16 gradi – e con cibi meno importanti di quelli generalmente abbinati a Barolo e Barbaresco. Penso che tutti i “fine wines” del mondo dovranno seguire questa linea in futuro, perché nessuno ha più voglia di bere vini che scendono giù a fatica a meno che non li si porti in tavola con un fagiano lardellato. E’ oramai assodato che complessità e facilità di beva devono sempre andare di pari passo.

(Pubblicato anche su Lucianopignataro.it. Per scelta editoriale sono stati omessi i punteggi)

I vini

Piole – 2018

Prime 5000 bottiglie per uno dei due esordienti del gruppo. La stoffa è quella di un vero campione: il profumo di anice stellato e liquirizia, erbe officinali, frutti di bosco schiacciati e violetta inebria e rapisce. Il sorso dinamico e longilineo, speziato, balsamico, scandito da un tannino aggraziato ed ematico sul fondo è di una piacevolezza disarmante. Non capita spesso di assaggiare un vino debuttante così centrato!

Monte Maletto – La Costa 2018

Rose appassite ed incenso, legno di sandalo, creme de cassis e radici, sbuffi di concia e sottobosco che fanno molto Vosne Romaneè. Il timbro “borgogneggiante” è evidente anche nel sorso austero e gentile allo stesso tempo, incalzato da un’acidità travolgente e da tannini incisivi che accompagnano un lungo finale su rimandi floreali, di mirtilli e di melagrana. Spettacolare!

Muraje – 2018

Mela rossa e more di rovo, grafite, un tocco di spezie scure e un afflato fumè, E’ teso e minerale, tosto nella parte tannica, sanguigno, salato, sempre dinamico e longilineo nel finale terragno e ferruginoso. E’ il meno affabile e accomodante della batteria, ma ha personalità da vendere.

Produttori di Carema – Etichetta Bianca 2018

Noce moscata, genziana, erbe disidratate in apertura, e poi ribes rosso e melograno, rosa e viola, legno di sandalo. Il frutto fresco, acidulo, di montagna è protagonista di uno sviluppo integro, verticale in apertura e poi più morbido nel centro bocca. Un tocco di spezia da legno arrotonda la chiusura, rendendolo più “facile” rispetto agli altri, ma sempre vispo e perfettamente riconoscibile. Se tutti i vini delle cantine sociali si attestassero sui livelli di quelli della cooperativa caremese, saremmo veramente a cavallo!

Achille Milanesio – Riserva 2017

Cannella, chiodo di garofano, infusi da Vermouth e rabarbaro, qualche lampo fruttato e floreale a comporre un quadro d’indubbio fascino. Il sorso è elegante ed aggraziato, agile, reattivo,sorretto da un tannino fluido, che cadenza un finale su toni grintosi di arancia sanguinella ed erbe balsamiche. In stato di grazia.

Chiussuma – 2016

Gentile ed ammaliante: sa di creme de cassis e liquirizia, erbe officinali, fiori appassiti, mela kissabel, chinotto. E’ soave e decisamente sexy, longilineo e trascinante, con un tannino perfettamente fuso nel corpo, sapidità a go-go, rintocchi mentolati e floreali che allungano un finale profondo e rarefatto allo stesso tempo. Eccezionale.

Sorpasso – 2016

Declinazione particolarmente dolce: confettura di mirtilli e rosa rossa, cannella, un’idea di resina e radici. Gusto particolarmente morbido, con un tannino ben dosato che fa da contraltare al frutto piuttosto ricco. Rispetto agli altri, appare un po’ meno energico e più rilassato.

Cella Grande – 2017

Senza etichetta, perché non è ancora stato messo in commercio. Il profumo è di visciola ed erbe officinali, noce moscata, menta. Il sorso è carnoso e voluminoso, con un tannino arrembante, qualche traccia di spezie dolci da rovere a rimpolpare la progressione e un tocco balsamico ad allungare la chiosa. E’ una versione un po’ più “moderna” di un’azienda abbastanza grande con sede sul Lago di Viverone, nella zona dell’Erbaluce di Caluso, che ha da poco acquistato parcelle nelle parte bassa della valle.

Ferrando – Etichetta Nera 2015

Il volto storico del Carema: quintessenziale nei profumi di bacca di ginepro ed anice stellato, nocciola, ribes nero, liquirizia e chinotto. Scorre in bocca con grande leggerezza, imperniato su di un tannino perfetto e ampio nei rimandi boschivi, balsamici e vagamente ematici. E’ il Carema nella sua accezione più classica: un vino da bere tutto di soffio al momento del rilascio, che, però, può stare anche in cantina per anni senza perdere nulla in snellezza ed immediatezza.

(Foto in copertina di Gian Marco Viano)

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