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Walter Massa: il genio ribelle che ha salvato il Timorasso dall’estinzione

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Non una semplice visita in cantina, ma un’esperienza spaziale che lascia un ricordo indelebile. Un incontro con Walter Massa ti mette il cervello a soqquadro: i vini sono notevoli, e lui è un personaggio folle: un istrione con un’ innata avversione al politically correct che ha ribaltato da solo le sorti di un territorio che era destinato alla morte, e invece, si è rivelato uno dei migliori d’Italia per il vino bianco.


Non c’è modo migliore di presentarlo che riportare le sue massime. A mio avviso, raccoglierle in un libro sarebbe cosa buona e giusta:

” Per diventare milionario con il vino devi nascere miliardario”

“ La solforosa sta al vino come la cottura al cibo. Bene il crudo, ma se non avessimo cotto il cibo per sanificarlo, ci saremmo estinti”

“ Noi Italiani dobbiamo far orgasmare il mondo con i nostri prodotti. A sfamare ci pensano gli altri…. magari con il DDT”

“Sapete perché sembro intelligente? Perché sono talmente ignorante che il vino non lo faccio: lo ottengo”

“ È meglio vendere la vacca che vendere il formaggio. Almeno non devi darle da mangiare. È questo il principio che hanno sempre seguito i viticoltori italiani.”

“ Per funzionare bene le aziende devono avere un numero dispari di soci, ed essere di meno di tre persone”

“Si può rimandare la grandezza: i grandi vengono riconosciuti come tali quando sono morti. Spero di diventare grande il più tardi possibile…”

“Ho pensato come Alessandro Magno: sul mio regno non tramonterà mai il sole. Cosa me ne frega di andare a litigare con il mio vicino? Io non ho mai litigato con nessuno. Al massimo qualcuno ha litigato con me.”



Dopodiché possiamo parlare del Timorasso, l’anatroccolo diventato cigno, l’uva “coltivata nel buco di c**o del mondo che non si cagava nessuno”, ma non ha senso farlo senza concentrarsi sul fattore umano, anche perché il disegno di Walter é andato ben oltre l’affermazione della propria attività. Senza le sue intuizioni, non sarebbe mai esistito il comprensorio di Derthona, che oggi offre una delle migliori qualità medie d’Italia, e di recente ha guadagnato l’attenzione di pezzi da novanta del Barolo e grandi investitori stranieri (primo tra tutti Kyle Krause, patron del Parma e di Vietti, storica griffe langarola).



La zona di Derthona, o dei Colli Tortonesi, al confine tra Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, conta oggi quarantotto produttori di vino, e nessuno di questi ha dubbi su chi sia il boss, la guida spirituale di un gruppo che, stando alle sue stesse parole, è anche piuttosto affiatato. Fino a trent’anni fa, quest’area faceva da serbatoio vinicolo: la maggior parte dei produttori vendeva le uve a poco prezzo sulla piazza di Alba o di Asti. Quasi tutti avevano piantato il Cortese, vitigno che viene dal vicino areale di Novi Ligure, per fare grandi volumi; la vocazione industriale dell’agricoltura locale, unita alla fillossera, aveva portato il Timorasso, autoctono complicato, poco produttivo, sull’orlo dell’estinzione. “ Erano i primi anni 80’. Io ero fresco di studi alla scuola enologica di Alba ed ero entrato da poco nell’azienda di famiglia – ci spiega Walter mentre ci addentriamo nei sotterranei della sua casa-cantina – ho provato a vinificare i primi dieci ettolitri di Timorasso dai vigneti che rimanevano… ed è uscita una roba buona subito, ma che dopo qualche anno era anche meglio”. Il suo racconto del rinascimento dell’uva e del territorio non va da A a B: è fatto di storie frammentarie, flashback, aneddoti che si intersecano in modo quasi casuale. So, però, che il successo dei suoi vini è passato per i viaggi, i banchetti alle fiere, gli assaggi da parte di alcuni professionisti illuminati – primo tra tutti Maurizio Menichetti di Caino, 2 stelle Michelin a Montemerano (GR) – che hanno cominciato a farli conoscere a chi poteva apprezzarli.

“ Era il periodo dei Barolo Boys, e io mi sono detto: se loro possono rivoluzionare il Barolo, perché io non posso fare la stessa cosa?”. La differenza sostanziale è che i Barolo Boys – i giovanotti che hanno “internazionalizzato” il principe della Langa – erano un bel gruppetto, Walter uno solo. Nessuno lo ha seguito nel primo periodo. Dall’inizio dell’impresa, é passato più di un decennio prima che qualcuno decidesse di accettare la sfida di rilanciare il Timorasso, da lui rinominato “Timorosso”, perché di fatto è un bianco con la struttura di un rosso. “ Mancava il coraggio che serve per fare le cose bene. L’ingrediente essenziale per la produzione del Timorasso è, oltre all’uva, il tempo. Deve stare nella vasca per mesi e mesi. Non ci si riusciva e non ci si riesce ancora a far valere questo concetto”. Per fortuna i tempi sono cambiati: gli autoctoni sono diventati il “new black” e qualcuno si è lasciato trascinare in questa folle impresa. “ Potevo comprare tutte le vigne di Timorasso della zona e diventare ricco… e invece ho aiutato tutti quelli che hanno voluto seguirmi. Avevamo creato un gruppo: lo chiamavano il Derthona Dreamers’ Team. Ci riunivamo e degustavamo tutti i vini alla cieca per capire chi lavorava meglio.”

Cominciamo ad assaggiare quel che ribolle in vasca, partendo con la new entry: l’Implicito, che vince già all’esordio il premio di vino con l’etichetta più spettacolare degli ultimi anni: “un litro e mezzo di vino quotidiano. Dimenticavo, grazie all’ingegno umano… contiene solfiti”. Quindi procediamo con ben sei Timorasso, che ci spiazzano tutti per succosità immediata e piacevolezza anche a fronte di acidità taglia-gengive. Sappiamo che la 2020 è stata un’ottima annata in Langa, ma quando lo ribadiamo, Walter ci guarda stralunato. “ Per me è stata un’annata terribile, forse la peggiore della mia vita. Ho fatto pochissimo vino, ma quel poco che ho fatto… “



Poteva finire nel modo più banale possibile, ovvero con una degustazione guidata del portfolio aziendale. E, invece, siamo finiti a mangiare cacio e pepe in compagnia del fido Pigi, il cantiniere/enologo/badante/tuttofare con la barba riccioluta, gli zoccoli ai piedi e il cappello da poeta di Montmartre, che “sopporta” Walter dal 71’. L’accoppiata tra il piatto della tradizione capitolina e il Timorasso è un orgasmo culinario: la potenza, la dolcezza, il misto di verve salina e rotondità fruttata fa l’amore con la golosa grassezza della crema che avvolge lo spaghettone. Ci spariamo più di un chilo di pasta e discorriamo ininterrottamente fino a pomeriggio inoltrato, spaziando dalla genesi delle civiltà liguri al bicchiere migliore per il Timorasso. Nel frattempo, assaggiamo i tre Cru in sequenza, partendo dallo Sterpi 2017, il figlio della vigna più vicina alla cantina, che è sempre il più smilzo, il più dritto: quello che esprime in maniera più nitida il famigerato sentore d’idrocarburo tanto amato dai fanatici dei bianchi germanici. Quindi proseguiamo con il Costa del Vento 2017, il più morbido, solare, avvolgente dei tre: spara in aria note di albicocca, zafferano, pietra focaia, erbe officinali, e al palato offre un binomio avvincente di potenza alcolica ben calibrata e freschezza dirompente. Concludiamo con il Montecitorio 2016, che, strano a dirsi, non prende il nome dalle numerose invettive di Walter contro la classe governante, ma dal toponimo storico del vigneto. Montecitorio è una sorte di sintesi dei primi due: coniuga il tratto minerale del primo con l’ampiezza, la struttura possente del secondo.

Fin qui tutto bene, ma non ho ancora nominato la Barbera. Walter sarà pure il Re del Timorasso, ma non è che con la controparte rossa se la cavi proprio male. Anzi, a dirla tutta, esiste un bellissimo libro in cui lui parla proprio di Barbera. Si chiama “La Barbera è femmina”, ed è stato scritto da Marzia Pinotti. Nel testo, si fa più volte riferimento al vino che assaggiamo dopo i bianchi: Bigolla 2004, la Barbera che piace a chi non ama la Barbera, perché l’affinamento lunghissimo – prima in barrique e poi in bottiglia – ridimensiona la parte fruttata e fa esplodere i terziari: terra bagnata, tabacco, tartufo, fiori secchi, concia, e una spinta acida sferzante a fare da contraltare.

Non si direbbe a giudicare dal suo temperamento, ma il cardine della filosofia produttiva di Massa è la pazienza. E “Pazienza” è anche il nome del suo vino più raro: qualcosa di difficilmente ascrivibile alle categorie classiche, una sorta d’incrocio tra un Sauternes e un vino ossidativo stile Marsala (o Vin Jaune di Jaura, se avete dimestichezza con la tipologia). “ E’ venuto fuori per caso: nel 2013 abbiamo avuto un’estate buona e, poi, a settembre, ha cominciato a piovere. La botrite ha attaccato il Timorasso, ed è uscita questa cosa qua…”. Miele, cherosene, fieno sono tra i riconoscimenti che vengono in mente, ma non basta la sfilza di descrittori a catturare l’essenza poliformica, sfuggente del Pazienza. Equilibrio è la parola chiave: tra gli zuccheri residui e l’acidità, tra la ricca parte ossidativa e il frutto ancora fragrante. Lui stesso, al momento del l’assaggio, sembra quasi commuoversi. “ È’ un brivido che vola via – commenta, riprendendo la citazione di Vasco in etichetta – il mio vino deve essere proprio questo: equilibrio sopra la follia”.

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