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Casal Pilozzo: la leggenda dei vini immortali prodotti a due passi da Roma

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Un labirinto di cunicoli in mezzo al quale compare un altare paleocristiano, una villa abitata per un periodo da Orson Welles e una cantina che sforna vini pazzeschi, capaci di resistere al passare degli anni come pochissimi altri in Italia.


Gli elementi per scrivere una grande storia ci sono tutti e anche il protagonista è più unico che raro: compositore di colonne sonore per vocazione, costretto a tornare a lavorare nel mondo del vino dopo la morte prematura del padre vignaiolo, per 28 anni impiegato all’istituto enologico di Velletri, poi insegnante di viticoltura ed enologia in Venezuela, Cina, Thailandia e, infine, proprietario della tenuta che ingloba al suo interno le fondamenta dell’antica villa della sorella di Traiano.

Anche se i vini fossero poca cosa, varrebbe comunque la pena di visitare Casal Pilozzo e conoscere Antonio Pulcini, classe 1940, più di 70 vendemmie alle spalle, un condottiero che non si è rassegnato al lento ed inesorabile declino del Frascati. Nella sua villa con vista su tutta Roma, ci si arriva per sentito dire: non la segnala nessuna guida, non ne parla nessun comunicatore di grido. Sono, piuttosto, quei pochi ristoratori che conservano bottiglie del mitico Colle Gaio – tra i quali figurano Heinz Beck e Marco Reitano de La Pergola – o i pochissimi appassionati che hanno avuto modo di toccare la leggenda con mano, a far girare nella cerchia degli appassionati storie di bianchi che, a distanza di trent’anni, mantengono un colore intatto e una freschezza imbarazzante.

Devo dire con tutta onestà che non sapevo se i racconti circa l’immortalità dei vini di Casal Pilozzo fossero credibili o andassero presi con le pinze. Si, avevo assaggiato qualche bottiglia più che dignitosa della casa in questione che per caso era finita in un Carrefour della mia zona, ma non ero rimasto affatto sconvolto. Il fatto è che, alle volte, quando si trovano vini di una zona sciagurata che offrono qualche sparuto sprazzo di vitalità a distanza di un po’ anni della vendemmia, ci si sbilancia e si grida facilmente al miracolo. Magari si tratta di bottiglie che considereremmo mediocri se provenissero da un altro posto, ma diventano lo stesso un feticcio perché, rapportate alla qualità media della zona, sono comunque un conseguimento importante.



Ebbene, dopo aver trascorso quasi un paio d’ore nei cunicoli di Casal Pilozzo, posso dire con tutta franchezza che no, l’entusiasmo non è esagerato, sono io che ho peccato di scetticismo. Sembra quasi impossibile che da un vitigno figlio di un Bacco minore come la Malvasia Puntinata si possa produrre un grandissimo bianco che può competere con qualunque eccellenza internazionale, ma è tutto vero.


Viene da chiedersi com’è che questi vini riescono a rimanere intonsi per decenni quando la maggioranza dei bianchi laziali va all’aceto dopo un paio d’anni (certe volte prima). La risposta va cercata nella testardaggine di Antonio, personaggio senza compressi, un bastian contrario che ha capito quale indirizzo prendere molto prima che i tempi fossero maturi. “ Era il 1979, facevo parte del C.D.A. del Frascati – mi spiega – si votò per alzare le rese massime da 130 a 150 quintali per ettaro: non c’era una strategia aldilà dell’ inondare il mercato romano con quantitativi enormi di bottiglie vendute a prezzi ridicoli. Del resto, al tempo il consumo pro capite di vino era circa una bottiglia a persona ogni due giorni, ma io avevo già capito che non poteva andare avanti a lungo, che prima o poi la gente avrebbe cominciato a bere meno e meglio e sarebbe anche arrivata la concorrenza da tutta Italia. Così lasciai, continuai per la mia strada. Se mi guardo indietro, mi rendo conto che ho fatto la cosa giusta, ma forse sono partito un po’ troppo presto…”

Nato tra le vigne di Monte Porzio Catone, Antonio aveva scelto di guadagnarsi da vivere scrivendo musica, ma la sorte non è stata per niente clemente con lui. “Appena ho cominciato a fare qualche soldo con le partiture per le colonne sonore dei film, è venuto a mancare mio padre e ho dovuto lasciare quel mestiere per mantenere la famiglia”. Così è iniziato un percorso che l’ha portato prima a dividersi tra il lavoro di analista presso l’istituto enologico di Velletri e quello di vignaiolo, poi a formare personale di cantina ai quattro canti del mondo e, solo alla fine, a stanziarsi in questa tenuta. “ Era l’anno 1987. Lavorando in Venezuela avevo fatto parecchi soldi. Decisi di investirli in due aziende: Casal Pilozzo e Colli di Catone. La seconda l’ho venduta in un secondo momento: ero arrivato a un milione di bottiglie prodotte ogni anno, ma poi ho voluto concentrami sul vino da invecchiamento. È ‘na passione… che ce devo fa!”

Ci addentriamo nei cunicoli scavati tufo sotto la villa, che, in una giornata torrida come questa, sembrano delle ghiacciaie. “ Qua ci faceva già vino la sorella di Traiano. Io non me lo ricordo bene… sai com’è, ero giovane!”. Scherzi a parte, queste grotte sono il segreto numero uno delle Malvasie immortali: la temperatura costante di quindici gradi, l’umidità perfetta, la quasi totale assenza di luce, garantiscono una maturazione perfetta del vino in vetro. “ Per rimetterle a nuovo mi ci sono voluti 180.000 mattoni e otto mesi di lavoro. Quella che vedete qua è solo una parte: ci sono altri quattro chilometri di corridoi che arrivano fino al parco Borghese di Frascati. Tengo tutta Monte Porzio sotto scacco!”


Ovviamente le grotte giocano un ruolo importante, ma non possono ovviare agli errori fatti a monte. Detta più semplicemente, la condizione di maturazione ha un peso, ma il vero elisir di lunga vita sta nella lavorazione in vigna e cantina. “ Mi prendevano per i fondelli perché a luglio andavo in vigna a cimare le punte della Malvasia. Mi dicevano che ero scemo… e mo’ mica riconoscono i meriti: secondo loro c’ho avuto solo culo!”. Solo a sentire il termine “naturale” gli viene l’orticaria, ma di fatto la sua è una produzione senza additivi di alcuna sorta. “ Ho sempre macerato i bianchi sulle bucce, non ho mai aggiunto lieviti in fermentazione e ho sempre usato pochissima solforosa. Non è una questione di moda: è che non ho mai avuto bisogno di fare altro.”

Ci sediamo, stappo da solo le bottiglie tirate fuori dal caveau delle meraviglie, mi servo e… beh, basta un’ annusata per rendersi conto che siamo in una galassia nella quale, allo stato attuale, non c’è spazio per nessun altro vino frascatano. L’entusiasmo per la conferma, però, dura poco, perché, a ben pensarci, l’unicità di questa bottiglia è una sconfitta per un territorio che potrebbe dare tanto e, invece, è ancora a caro amico. “ Dopo la crisi dei volumi, è arrivata la stanchezza, l’abbandono. Ne vedi di tante di vigne sotto al belvedere che sono state lasciate in balia del loro destino. A un certo punto ‘sto mestiere non l’ha voluto fare più nessuno!”. A dire il vero, qualche spiraglio di luce s’intravede – penso a Ribelà, Sassopra, Merumalia, i vignaioli nella vicina Grottaferrata – ma al momento ad imperare nell’universo castellano sono vini banali, dozzinali, che cercano di accontentare tutti, senza, però, lasciare traccia del loro passaggio. “ Penso che il vino sia anche una questione di temperamento, di testardaggine. Te ce devi scornà con la gente!… Io me ne sono sempre fregato di tutto e di tutti. E se, oggi, dopo trenta e passa anni di attività, La Pergola, Il Convivio Troiani e compagnia bella hanno i miei vini in carta a 300 euro e li vendono ai migliori clienti, vuol dire che c’avevo ragione!”

I vini

Colle Gaio 1997

Quello che spiazza nel momento stesso in cui il liquido fa ingresso nel calice è il colore: cristallino, intonso, un dorato pieno senza nessun bagliore aranciato. Potresti restare a guardarlo e rimarresti comunque soddisfatto, ma, per fortuna, il naso racconta storie ancor più interessanti, con una zaffata di cherosene e gommapane che emerge in prima battuta, qualcosa di sulfureo, una traccia medicinale e, sul fondo, sensazioni soffusamente dolci. Pian piano, con l’areazione, emergono toni caldi, serafici di miele millefiori e gelatina all’arancia, nocciole tostate, zafferano. La stessa impostazione la ritrovi in bocca, dove il timbro mielato domina l’ingresso, ma si fa subito strada una sferzata d’agrume e di sale che lascia basiti. Pochi vini, al momento del rilascio, riescono a trasmettere tanta energia dall’inizio alla fine del sorso. Quasi nessun bianco invecchiato offre la sensazione di pulizia e precisione regalata da questo finale di nuovo salino e appena speziato, scevro da qualunque traccia ossidativa.

94/100

Malvasia Puntinata 1994

Altra vigna, tre anni in più, ma ne dimostra perfino qualcuno in meno rispetto al precedente. Sul colore niente da dire: sempre splendido, adamantino. Il bouquet, invece, regala sensazioni diverse, forse ancor più giovanili, con un lampo floreale, la classica cera d’api della Puntinata a scongiurare l’ omologazione “idrocarburica” del bianco invecchiato, rintocchi d’agrume – si, proprio agrume, fresco e vibrante – e poi idee di polvere pirica, naftalina, un accento di zolfo e di erbe officinali che aumenta progressivamente d’intensità. Il timore è che manchi il frutto in bocca e, invece, c’è ed è palesemente meno maturo di quello del precedente. La susina va a braccetto con l’agrume acerbo e candito allo stesso tempo, un lieve cenno erbaceo rinfresca ulteriormente una progressione nitida, trascinante, di nuovo fumè nell’epilogo sussurrato, ma di grande finezza. Non è una reliquia, un reperto archeologico da contemplare, ma un vino vivo e vegeto che regalerebbe belle soddisfazioni in tavola: penso, in particolare, a un abbinamento con un risotto molto cremoso.

95/100

Pinot Nero 2002

I rossi non sono la specialità di Antonio, che li produce un po’ per gioco, spesso miscelando uve apparentemente inconciliabili come il Pinot Nero e il Cabernet Sauvignon. “ Un Master of Wine in visita mi disse: solo tu puoi fare certe ca**ate. Poi però i vini gli piacquero!”. Questo è il suo Pinot Nero in purezza da un vigna su suolo strambo per la varietà, vulcanico come tutti quelli della zona, e per giunta da un’annata assolutamente disgraziata. In effetti, della varietà borgognona ha veramente poco: giusto qualche tratto fungino e selvatico che incornicia aromi insoliti, ma intriganti, di genziana e cacao amaro, pomodoro secco, visciole sotto spirito e un accento di asfalto fresco. Il sorso è appena ruvido, con un tratto vegetale che lo rende più rustico e allo stesso tempo più fresco, un cenno di tannino e un’acidità ancora vispa che snellisce il finale sottile, rendendolo di fatto un bianco travestito da rosso . Diciamolo chiaro e tondo: non assurge al livello di campione assoluto, di leggenda come i compari bianchi, ma è un gran bel vino ancora in forma, che scende con una certa disinvoltura e la dice lunga sulle capacità di questo personaggio straordinario.

90/100

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