A Operawine ho assaggiato vini leggendari: ecco i migliori

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Immagino che fosse un vero e proprio “bordello”. E così é stato… ma va bene lo stesso!

Operawine, nonostante lo scompiglio generalizzato, é un evento fenomenale per qualità e quantità dei vini in degustazione: principalmente mainstream, ma di aziende quotatissime e difficile da incontrare altrove; alcuni giovani e altri già con qualche anno sulle spalle.

Ho provato ad assaggiarli tutti: non ci sono riuscito, ma un buon 80% dei rossi li ho fatti. E, tra tutti, mi hanno stupito di più due etichette dello stesso cru e di annate consecutive: Barolo Monvigliero 2015 di Burlotto e Barolo Monvigliero 2014 di Paolo Scavino. Il primo, servito da magnum, ha un’espansione aromatica da brivido; é tutto rosa, fiori e radici, anche un po’ borgognone nei suoi rimandi di fondo alle spezie esotiche. Ma con una profondità minerale che lonrende tutto meno che leggero e lieve, anzi potenzialmente longevissimo. Lo stesso cru, nella declinazione di un ex Barolo Boy e in un’annata più fredda, assume connotati ancora più estremi: sottigliezza, ariosità, ricordi quasi da amaro erboristico; un’acidità squillante,  ma ben corrisposta dal frutto, lo rende lungo e freschissimo in persistenza.

Seguono a ruota questi due campioni il Rabajá Riserva 2019 di Produttori del Barbaresco – notevole per fragranza aromatica, ma con presa tannica importante che lo rende adatto agli invecchiamenti – e il Bussia Vigna Mondoca 2019 di Oddero: soave al naso e poi possente, avvolgente, rigoroso. Sorprendente il Rocche dell’Annunziata 2016 di Renato Ratti, di azienda tanto storica quanto sottovalutata. Ancora non del tutto espressivo il Barolo Monprivato 2021 di Giuseppe Mascarello, mentre il Barolo Pira Vecchie Viti 2020 di Roagna lascia emerge lo stile scapigliato e “flamboyant” tipico del produttore. Gioca più sulla spontaneità espressiva e sulla poliedricità che sulla precisione. Lo si può amare oppure odiare; io lo apprezzo e ne rimango intrigato, ma non credo che sarei disposto a pagare il suo prezzo attuale (anche se potessi).

E i Toscani? Bolgheri se la cava benissimo con quattro campioni: un’ Ornellaia 2016 che strizza l’occhio a Latour per generosità senza peso e persistenza quasi infinita; un Grattamacco di pari annata, più riservato e di prospettiva. Paleo 2011 di Le Macchiole é caleidoscopico: arioso, orientaleggiante, con tutta la verve mediterranea del Franc in Toscana, ma anche rara compostezza ed energia.  Sassicaia 1996 é il vino perfetto per gli acidisti: teso, erbaceo, officinale. Ancora molto reattivo, anche forse non avrà mai la profondità delle grandissime annate.

Bene nel loro stile neoclassico i due abruzzesi: Villa Gemma 2017 di Masciarelli e Bellovedere 2020 di La Valentina coccolano senza appesantire. Chiude la lista dei migliori assaggi in fantastico Amarone della Valpolicella 2011 di Dal Forno: tra i pochi vini che, nonostante l’estratto veramente importante, quasi estremo, riescono a mantenere sempre una levità e un’armonia d’insieme da peso piuma.

Peccato solo non avere avuto grande tempo per i bianchi ed essere arrivati troppo tardi per assaggiare le bolle, già quasi tutte finito nel momento in cui volevo sciacquarmi la bocca. Ne segnalo una sola: Madame Martis 2015 di Maso Martis. Ossidativa-non ossidativa, cremosa e tesa allo stesso tempo. Una chiusura d’impatto – ma anche di piacere – per una rassegna obiettivamente memorabile.

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