Osteria Fratelli Mori: cucina romanesca e vini naturali nel quartiere più cool di Roma Sud

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Nel distretto più cool di Roma Sud, tra la Piramide Cestia, il gazometro e il cimitero acattolico.

Per intenderci, la zona è quella immortalata da Ferzan Ozpetek ne Le Fate Ignoranti e inserita tra le più trendy d’Europa dal Guardian. Un quartiere semi-centrale dove, fino a qualche tempo fa, c’erano solo birrerie, discopub, ristoranti etnici scadenti, e che, invece, negli ultimi anni, si è rivelata terreno fertile per le cosiddette “trattorie contemporanee”. In una traversa dell’ultimo tratto dell’Ostiense, non lontano dalla stazione, ne troviamo una di solida tradizione familiare, attiva da quasi vent’anni, ma cambiata molto nell’ultimo quinquennio. Mamma Giuliana la gestisce dal bancone o da dietro i fornelli, “ anche se, quando me chiedono de pagà con l’orologio smart, me viene da pensà che è ora de annà in pensione”. I figli Alessandro e Francesco – i fratelli Mori, ca va sans dire – si occupano della sala e della cantina, che è una delle ragioni principali per cui vale la pena di venire qui.

L’ambiente dell’Osteria Fratelli Mori ricorda i bistrot dei quartieri bene di Londra e New York: mattoni a vista, parquet, illuminazione soffusa e arredi industrial, qualche orpello vintage alle pareti, un paio di frasi dialettali dipinte qua e là. La cucina segue la stessa traccia: romanesca per tre quarti e nazionale per il restante quarto, ingentilita ma non troppo modaiola, con una materia prima di partenza superiore alla media, che proviene in larga parte dal vicino mercato Testaccio.

L’inizio di questo pranzo del sabato è molto semplice e spalanca la stomaco. Gli antipasti variano di tanto in tanto e questa volta, al posto del classico supplì, ci sono i fiori di zucca – classici o con taleggio – e delle polpette di baccalà e patate. Leggera e scrocchiarella la frittura; sfiziosa anche la mortadella artigianale del viterbese (che è finita prima che scattassimo una foto).

Seguono due primi veramente ben fatti. La carbonara (11 euro) è tra le migliori di questa parte della capitale: cremosa quanto basta, con rigatone al chiodo, pecorino che non eccede in sapidità e pepe che dà un guizzo di aromaticità senza essere pungente. La porzione è mediamente abbondante, ma varrebbe la pena di fare il bis. Molto buona anche la fettuccina con carciofi, guanciale e pecorino. Meriterebbe la lode se il guanciale fosse appena più croccante.

Nella media il saltimbocca alla romana – saporito, ma appena penalizzato da una carne sottile e tendente all’asciuttezza – ineccepibili le puntarelle con alici. Da dieci e lode l’epilogo con tre assaggi di dessert al bicchiere: tiramisù, mousse di yogurt e la ricotta di Ambrogio con arancia candita e pistacchio, creazione del papà di Alessandro e Francesco che sa di Sicilia.

Come già anticipato, la carta dei vini dispensa belle soddisfazioni: ben studiata, ampia ma non enciclopedica, incentrata su artigianale e naturale come vuole la moda odierna. Ampio spazio è dato al Lazio dei piccoli e degli autoctoni sottovalutati. Noi peschiamo il Bianco di Sassopra: tutto Trebbiano Giallo da Monteporzio Catone, solo 11,5 gradi e mezzo, frutto dolce e succoso sia al naso che al palato e una beva resa ancor più agile da un accenno di effervescenza.

Alla fin fine si esce sazi ed appagati con poco meno di 50 euro a cranio – che diventano 60-65 se si chiude con un un passito o un distillato pescato da una selezione notevole per una trattoria – e si va a smaltire all’acattolico, che all’imbrunire mozza il fiato!

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