Imàgo all’ Hassler: cucina, menu e abbinamento vini del ristorante stellato con vista su Trinità dei Monti

Reading Time: 4 minutes

L’impostazione da grande ristorante di respiro internazionale di uno dei punti fermi del fine dining a Roma si consolida grazie all’energia creativa e alla sapienza tecnica di Andrea Antonini ,chef poco più che trentenne che ha preso il testimone da Francesco Apreda.

Su questa terrazza con vista d’ineffabile bellezza, Antonini propone una cucina di compromesso: neoclassica perché non lesina in salse, spume, grassi animali golosi e in molti casi preziosi; non si omologa, insomma, a quella smania di leggerezza e minimalismo che contraddistingue altre stelle che cercano la rottura con la ristorazione borghese e occhieggiano alla rivoluzione della bistronomie. Ma anche aggiornata, cosmopolita, mai stucchevole: le esperienze pregresse alla corte albese di Crippa e dai fratelli Roca implicano attenzione al dettaglio maniacale, perfezionismo che non sfocia nell’esibizione gratuita di tecnica, e l’utilizzo di amaro, acido e vegetale come contrappunti che calibrano e rinfrescano i piatti senza mai rubare la scena al resto.

Il percorso “nove”, che, a discapito del nome, consiste di sette portate ( a 210 euro), è pensato per mettere d’accordo la clientela poliedrica che sale su questa giostra sulla vetta dell’Urbe: dal turista attratto principalmente dalla location all’intenditore autoctono.

L’esperienza ha un incipit “crippiano” in tutto e per tutto: l’aperitivo – non torinese come a Piazza Duomo, ma italiano – passa per cracker alle mandorle, patatine al sapore di pollo alla diavola, finta pizza , waffer ripieno di gambero crudo, e si conclude con un’insalata che racchiude in pochi bocconi tutto il bagaglio di conoscenze del mondo vegetale che Antonini deve aver sviluppato nel corso del soggiorno albese. Simile l’impostazione dell’ antipasto di mare: di fatto un viaggio dall’Oriente all’Occidente, con il “finto sushi” – in realtà aria di tonno – che inaugura le danze con uno scossone umami, l’ esplosione mediterranea del mosciolo di Portonovo mollicato e panato, le tonalità più nordiche di un’ostrica fins de Claire spolverata di bernese, e di nuovo l’umami del riccio di mare che sposa la mentuccia in un connubio da lacrimuccia.

Ineccepibile lo scampo panato e speziato con jus di manzo, omaggio a un piatto “démodé” come il filetto al pepe verde: riesce bene nell’intento di non camuffare la materia prima, anzi la spezia amplifica il sapore marino. Simile per impostazione il calamaro alla milanese: il riso è sostituito da briciole di calamaro cotte in brodo allo zafferano; al posto del midollo, teste compattate che ingrassano e arricchiscono di sapore.


Riusciti al 75% i ravioli ripieni di granchio, pancetta, limone e mandorle: un pelino di agrume in meno avrebbe lasciato più spazio al granchio. L’astice alla catalana – chiesto in sostituzione della portata di carne – è esattamente agli antipodi: fa emergere la materia prima in tutta la sua canonica burrosità, alleggerendola con un tocco acido e vegetale.

Chiusura in pompa magna con una parte dolce sostanziosa, tra pre-dessert, rivisitazione in chiave fresca e floreale di un classico “demodè” come fragole e panna (più rose), una fetta burrosa di ciambellone della nonna e un maritozzo conclusivo per non farsi mancar nulla.

Chiaramente la macchina da corsa non va da nessuna parte senza le giuste componenti: l’esperienza da Imago è foraggiata una delle migliori brigate di sala del belpaese: efficientissima e sorridente, molto attenta ma mai invadente. Bravissimi il maitre Marco Amato e il e sommelier Alessio Bricoli, quest’ultimo custode di una carta monumentale, che spazia da Petrus, Romanee Conti e Monfortino a chicche regionali e non ad un prezzo onesto per il contesto. Ma si beve molto bene anche al calice: io mi sono lasciato coinvolgere in un gioco delle carte – e qui torna in mente l’esperienza con i bigliettini di Local a Venezia – in cui il cliente può scegliere tra due proposte d’abbinamento diverse per alcuni piatti (per esempio un Riesling tedesco o italiano per gli scampi, una muffa nobile o un ice wine per il dessert).

Conclusioni

Il paragone più azzeccato è quello con certi vini “classici” – e in quanto tali immortali – che basano il loro successo su equilibrio, universalità e longevità che sulla capacità d’impressionare. Così è la cucina di Imago: non la più modaiola o elettrizzante della capitale, ma forte di una solida impostazione da grande ristorante d’hotel di lusso. L’esperienza è di rara completezza: ambiente, servizio, panorama. Il riferimento alla rossa può sembrare scontato, ma, ad occhio e croce, le condizioni per centrare l’obiettivo del doppio macaron ci sono tutti.

Ultimi articoli

Resta aggiornato!​

Iscriviti alla nostra newsletter

You have been successfully Subscribed! Ops! Something went wrong, please try again.

Sommelier Life, un portale dedicato a tutto ciò che gira attorno al vino. Notizie, degustazioni, recensioni di ristoranti e molto altro.

© 2024 Sommelierlife