Confesso che la Borgogna rossa mi ha quasi stufato. E non perché i vini non mi piacciano — a chi non piacciono? — ma perché i prezzi sono totalmente fuori scala. Per bere qualcosa di abbordabile bisogna allontanarsi parecchio dagli areali più classici oppure correre grandi rischi.
La colpa? Un po’ degli speculatori, un po’ dei paperoni che hanno trasformato molte etichette in beni rifugio, tagliando fuori dal mercato i comuni mortali. Ma anche — diciamolo — di una certa fauna enofighetta disposta a spendere cifre astronomiche pur di sentirsi parte del club esclusivo dei borgognofili. Poi c’è la questione dei ricarichi nella ristorazione, ma qui si aprirebbe un vaso di Pandora che merita una puntata a parte.
Per ora mi limito a dire che ho ritrovato il piacere di bere Borgogna grazie al vino “base” di uno dei produttori star che, miracolosamente, riescono ancora a rimanere umani a livello di prezzo: Sylvain Pataille.

Vignaiolo ed enologo con base a Marsannay, nella Côte de Nuits, Pataille ha fondato il proprio domaine nel 1999 ed è oggi una figura di riferimento per la rinascita qualitativa di questa denominazione rimasta in ombra rispetto ai nomi più blasonati della Cote de Nuits. Il suo lavoro é all’insegna di pratiche agricole biologiche e biodinamiche, con attenzione alle vecchie vigne e fermentazioni spontanee. É conosciuto soprattutto come grande rossista, ma è anche uno dei protagonisti della rivalutazione dell’Aligoté.

Da Zunica a Villa Corallo — nuova stella della ristorazione abruzzese nata dalla joint venture tra Daniele Zunica e Gianni Dezio, già titolare di Tosto ad Atri — ho stappato con gioia il suo semplice Bourgogne 2023, in carta per 75 euro.
Fa dodici gradi e mezzo, non ha nessuna pretesa di profondità trascendentale. Ma non é nemmeno il solito vino d’ingresso didattico e sempliciotto, anzi sfodera una complessità e una poliedricità espressiva inusitate per la categoria. Spazia dal solito fruttino a tonalità più scure, boschive ed ematice, con qualche tocco di eucalipto e spezie orientali che dà soavità. Si lascia bere con disinvoltura sia leggermente più fresco che a temperatura appena più alta, senza mai perdere coerenza. Leggero, con un tannino soffice, acidità sostenuta – ma garbata – e il frutto succosissimo protagonista in tutto il suo sviluppo, riesce ad assecondare l’intera sfilza di piatti neoclassici e confortanti, senza vola pindarici.
Tra tutti, segnalo uno dei agnelli migliori degli ultimi tempi, forte di una cottura chirurgica, appena rosata, e di una stecca di liquirizia che gli dà respiro balsamico; e una verza con tartufo uncinato che non ci fa sentire la mancanza di un altro piatto di carne, anzi ha un respiro terragno-animale travolgente. Due portate che – insieme a questa bottiglia a prezzi umani, pescata da una carta asciutta ma intelligente – ci fanno venire voglia di tornare presto!








