Sono tornato dal tour più lungo in Langa e dintorno da quando ho terminato il mio periodo di vita lì nel 2021 con un ritrovato senso di ottimismo.
La zona sembra aver retto meglio agli alti e bassi dell’ultimo anno rispetto ad altre: alcune cantine registrano lievi incrementi nell’export nel primo semestre del 2025 e a livello enoturistico settembre e ottobre si prospettano come mesi di boom dopo la lieve flessione della scorsa stagione autunnale e del periodo estivo. La vendemmia del Nebbiolo è alle porte e, salvo eventi meteorologici imprevisti dell’ultimo momento, dovrebbe essere la migliore per equilibrio tra quantità e qualità dal 2021.
Dei Barolo e Barbaresco assaggiati parlerò su questi ed altri canali più avanti. Per ora mi limito solo ad un aggiornamento su di un’azienda che ho già raccontato in passato e che anche questa volta mi ha stupito. È Malvirá, realtà roerina presieduta dal vulcanico Roberto Damonte, che in questi giorni era negli Stati Uniti e ha delegato l’accoglienza al figlio Giacomo.

In sua compagnia abbiamo testato una batteria di solide certezze: a cominciare dagli Arneis, che partono estremamente varietali e cambiano pelle con il riposo in bottiglia, come dimostrato da un Vigna Saglietto 2016 che, a nove anni dalla vendemmia, ha perso la sua esuberanza fruttata in favore di uno stile quasi “meursaulteggiante”. È ancora in vendita presso lo store aziendale e il ricarico non è per niente eccessivo.
Tra i tre cru di Roero Riserva, immessi sul mercato più tardi di quasi tutti i Barolo, mi ha stupito il Renesio (e le note complete le trovate sotto). Ma la vera rivelazione della giornata è il semplice Roero Superiore 1998, figlio di un’epoca in cui l’ossessione per le singole vigne non esisteva ancora. Servito in formato magnum in un light lunch a Villa Tiboldi, la struttura di hospitality di lusso vista vigne della famiglia Damonte, l’annata non è sicuramente tra le più acclamate di quel periodo, schiacciata tra le ben più quotate 97’ e 99’.

Eppure il vino è ancora lì, intonso, con una vitalità da far impallidire non solo quasi tutti i Roero invecchiati, ma anche Barolo e Barbaresco più giovani, a partire da qualche bottiglia dei primi anni ‘10 aperta di recente e trovata decisamente stanca. Il naso parte evoluto al momento dello stappo, seppur senza cedimenti; nell’arco di una decina di minuti vira verso note molto più fresche, officinali e a tratti floreali. Ma è la bocca che stupisce: reattiva, ancora carica di frutto rosso perfettamente integro, con tannini impalpabili e acidità indomita che dona una facilità di beva raramente riscontrabile nei rossi maturi. Gastronomico, perfetto adesso, ha raggiunto il suo “plateau” ideale. Ma non c’è nulla che faccia pensare ad un rapido declino.
Qui l’articolo completo su Malvirá del 2020
Le note di degustazione dei tre Cru di Roero di Malvirá:








