Un grandissimo Syrah toscano ancora poco rinomato

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Non è il vignaiolo più celebrato di Cortona, ma è tra i più capaci di esprimere il luogo in maniera originale e non stilizzata. In realtà non è nemmeno un produttore a tempo pieno: non ha mai rinunciato al mestiere di avvocato, vive tra Roma e il borgo della Val di Chiana. Ma ha la fermezza e la capacità di rifuggire le mode di chi il vino lo fa più per missione che per professione. 

Fabrizio Dionisio oggi è conosciuto da una stretta cerchia di appassionati come uno dei produttori di riferimento del Syrah a Cortona, secondo solo al superstar del panorama “indie” Stefano Amerighi per palmares. Gestisce una tenuta di straordinaria bellezza che offre uno sguardo a tutto tondo su questa Toscana atipica, distante solo pochi chilometri da Montepulciano, ma più simile alla vicina Umbria con il suo altopiano che risale dal Trasimeno e tocca la base di pendii che salgono precipitosamente a 1000 metri, senza colli pettinati a fare da intermezzo. 

L’azienda è di proprietà della famiglia Dionisio dagli anni 60’, per qualche decennio ha prodotto il solito blend toscano di uve non meglio definite, esclusivamente destinato al mercato locale. “ Qualcosa che sta tornando in voga adesso, ma senza valide ragioni!” scherza Dionisio. Poi la svolta del Syrah, che esiste da molto tempo in zona, ma ha preso la scena solo nei tardi anni 90’ grazie alla famiglia D’Alessandro e pochissimi altri pionieri. Lui ha deciso di piantarlo sulla scia di quel successo ed è stato tra i primi a proporne una versione in purezza nei primi anni 2000. “ Ho preso tutto materiale vegetale dalla Francia.  Avevo anche qualche filare di Cabernet, Merlot e Sangiovese che venivano micro vinificato nei primi anni, ma senza alcuna reale intenzione di costruirci un progetto commerciale. Mi sono reso conto presto che quei vitigni lì non avevano senso qui”.

Nel 2002 la vendemmia va completamente perduta per marciume. Nel 2003 Fabrizio riparte con appena cinque barrique de Il Castagno, che negli anni a seguire diventerà il vino di punta aziendale. Per circa un decennio l’approccio è basato sulla botte piccola e su di estrazioni mai esagerate, ma più marcate. Poi, a partire dagli anni 200’,  cambia rotta con l’introduzione del cemento e di alcune botti grandi, coadiuvato dal consulente Valentino Ciarla. “ Volevo meno influenza enologica e più ascolto del luogo” ci spiega. 

Sono passati ventidue anni da quell’esordio e l’azienda oramai è ben rodata: “ non abbiamo nessuna difficoltà a vendere vino: facciamo 50.000 bottiglie e le finiamo quasi tutte”. Eppure sulla situazione attuale di Cortona e del Syrah si dice parzialmente insoddisfatto: la vocazione è ancora molto in potenza e il grande pubblico non riesce ancora ad associare la zona all’uva. “ Non ci aiutano le tendenze attuali: oggi il Syrah è molto più difficile da comunicare di qualsiasi autoctono.” 

Il problema è anche nel modo in cui sono state raccontate le uve internazionali. Per esempio, quante volte sono stati tirati in ballo paragoni impronabile tra i Syrah nostri e quelli del Rodano e dell’Australia? Quante volte c’è stato uno scimmiottamento di altri territori da parte dei produttori? Uno dei pregi di Fabrizio è proprio la capacità di non cercare per forza l’ispirazione altrove: “ non ho una conoscenza sterminata dei Syrah del Rodano o del resto del mondo, anche se li apprezzo molto” confessa. 

Ed è forse anche per questo che il Castagno non assomiglia a null’altro nel panorama enologico italiano, nemmeno ad altri Syrah di riferimento del territorio come quello dell’amico Stefano Amerighi, prodotto in una zona piuttosto distante dal borgo di Cortona e molto diversa. La vigna del Castagno, invece, è un fazzoletto di terra stretto tra la piana e il bosco che guarda proprio il colle su cui sorge il paese. “ Qui non c’è mai stata palude: il terreno è costituito da antichissime terrazze con grande presenza di calcare”. 

La retrospettiva

La verticale di dieci anni ha messo in mostra due fasi: una prima embrionale e più sperimentale, in cui si sono alternate annate potenti ed estrattive come la 2007 e, in misura un po’ minore, la 2003, ed altre più fresche, eleganti, sottili: in particolare la 2009, che forse è la più godibile e compiuta in questo momento, seguita da una 2012 appena meno equilibrata, con un tannino leggermente asciutto che ne rafforza il senso di vitalità, ma a discapito della finezza. Fa storia a sé la 2005: sulle prime un po’ troppo selvatica e scontrosa. Si ripulisce con l’ossigenazione e alla fine si rivela più dettagliata di tutte le altre. 

Con la 2013 s’inaugura un’altra fase: è la prima annata che, da uno stile toscano leggermente “old school”, vira su di una cifra stilistica più fine ed elegante, con profumi speziati, di tapenade e di erbe disidratate. Fa seguito una bocca di grande reattività e sapore. Stessa freschezza e naso più gentile e floreale per la 2016, che ha ancora bisogno di tempo per concedersi totalmente. Un po’ sottotono la 2019: restituisce un certo calore attraverso note affumicate che s’intrecciano con un frutto piú cupo. La 2022 sta per uscire in commercio: prematuro giudicarla adesso, anche se il profilo tutto giocato tra marasca e arancia sanguinella lascia intuire una capacità encomiabile di trascendere l’annata bollente e mostrare integrità. La 2020 è la migliore annata delle dieci: dotata di dolcezza di frutto e terrosità molto “toscana”, ma anche di slancio e profondità, con un finale arioso, multiforme, di somma eleganza. 

Prossima mossa? “ Abbiamo provato a fare in modo che la DOC Cortona fosse utilizzabile solo per il Syrah, ma non ci siamo riusciti – conclude Fabrizio – Però un traguardo l’abbiamo raggiunto: mentre gli altri vitigni sarà obbligatorio specificare l’uva in etichetta, il Syrah si potrà etichettare semplicemente come Cortona”.

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