Non è la solita visita in cantina quella che racconto questa volta. È piuttosto una deviazione tra la Langa a Torino per una merenda sinoira fatta di vini dimenticati e di un genio silenzioso, sconosciuto ai più.
Di Alessandro Carnevale e dell’azienda fondata da suo padre Giorgio Carnevale avrete sentito parlare solo se vi è capitato di sfogliare il monumentale volume di Ian d’Agata dedicato ai vitigni autoctoni italiani. È lì che viene citato come produttore di alcune tra le migliori espressioni di vitigni piemontesi “minori” come Freisa e Grignolino. A lui basta questo: una notorietà minima, quasi laterale, sufficiente a trovare la motivazione per portare avanti un’azienda nata negli anni Cinquanta e già allora faro del Piemonte pre-metanolo, quando fuori da pochi areali circoscritti la produzione era tutta orientata ai grandi volumi.

In questi decenni la famiglia Carnevale non ha mai cercato i riflettori. Forse anche per quel curioso complesso di inferiorità che in Italia accompagna chi non possiede vigne di proprietà, ma acquista uve da conferitori. Da noi l’idea di négociant nell’accezione francese d non esiste: l’unica figura legittimata è quella del vignaiolo. Gli imbottigliatori sono spesso dipinti come “quelli cattivi”, accusati di strozzare i piccoli e fare solo grandi numeri. Un concetto stereotipato e spesso fuorviante, perché chi compra uve da più parti, se non ha mentalità da mercante da quattro soldi, può sviluppare una sensibilità per il terroir persino maggiore di chi coltiva esclusivamente il proprio appezzamento, perché é abituato a uno sguardo più ampio sul territorio. Alessandro Carnevale è proprio così. E forse è anche per questo che, nonostante le difficoltà sempre crescenti nel reperire uve di qualità in un momento in cui tutti cercano di mettersi in proprio, continua a tenere botta, forte di una piccola ma fedele cerchia di estimatori.
Tra i suoi vini, i più affascinanti sono proprio quelli in via d’estinzione. Il Grignolino d’Asti De La Rocchetta 2024, vinificato in acciaio con uve provenienti dalla zona di Rocchetta Tanaro, è freschissimo, floreale e fresco di bacche rosse, appena pepato. Ricorda un Nebbiolo ancora più scarico, con grande sottigliezza, ma anche un tannino ruspante che a tratti smentisce l’eleganza iniziale e diventa un alleato naturale della cucina di territorio.
Poi c’è la Freisa, spumantizzata secondo tradizione in autoclave nella cantina accanto alla villa liberty di famiglia. Un rosso mosso che può ricordare un buon Lambrusco Grasparossa, ma con aromi decisamente più fini. L’effervescenza e un tocco di residuo zuccherino domano le asperità tipiche del vitigno, regalando un sorso di somma scorrevolezza che chiama un salame nobile tipo Giarolo o Varzi.
Convincente anche la Barbera d’Asti, sempre vinificata in acciaio; dritta, schietta, senza sovrastrutture. Interessante, nel suo stile dichiaratamente “old school”, il Barolo 2020. Agilissimi nonostante il carico di zuccheri i due vini dolci: Moscato d’Asti e Brachetto d’Acqui, entrambe del 2025.
Insomma, quelli di Alessandro Carnevale sono vini per “pochi”, che soddisfano i curiosi, peraltro con prezzi assolutamente umani.Il vero problema, semmai, è trovarli fuori dalla zona d’origine, che resta comunque piuttosto ben coperta grazie all’attività parallela di Alessandro come distributore. In alternativa, l’opzione migliore resta sempre andare a trovarlo. Per quanto riservato – anzi quasi perentorio nel voler mantenere un profilo basso – a un assaggio informale in cantina o nel salotto di casa, non vi dirà mai di no!








