Un vino di un’annata caldissima che è invecchiato straordinariamente bene

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La sensazione è che la critica internazionale abbia preso più di qualche abbaglio nella valutazione delle annate dei rossi italiani nell’ultimo ventennio. O meglio, ha saputo giudicarle sulla base di quello che avevano da esprimere subito… è forse è giusto così, perché almeno il 90% dell’intera produzione – anche nella fascia alta – viene consumata nell’arco di massimo cinque anni. Poi, però, non c’è da stupirsi se chi ha fatto incetta di grandi etichette si ritrova spesso e volentieri davanti a clamorosi flop o, al contrario, ad estreme sorprese da bottiglie insospettabili.

Per esempio diverse appartenenti all’annata 2003: più calda anche delle ultime roventi di questi anni 20’. Il periodo, peraltro, era quello della deriva “nuovomondista” del vino italiano e quindi c’è chi, spingendo troppo e pensando alla cantina più che al vigneto, ha portato a casa vini completamente cotti. Certo, non è uno di quei millesimi su quali si può puntare senza rischi e senza approfondimenti. Eppure, a chi sa scegliere, regala soddisfazioni inaspettate. Le ultime in ordine cronologico per il sottoscritto? Un freschissimo Chianti Classico Riserva 2003 di Castello di Volpaia, una delle tenute più alte di Radda in Chianti. E uno stratosferico San Leonardo 2003 assaggiato proprio qualche giorno durante una visita all’azienda. Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga è persona di grande schiettezza e modestia: quando gli ho chiesto di assaggiare qualcosa di invecchiato, ha optato per due annate “minori”, perché a sua detta a fare bella figura con quelle grandi sono bravi tutti.

La prima servita è il San Leonardo 2008: ampio, goloso, forse meno sferzante ed alpino di altre edizioni. Non durerà 40-50 anni come le migliori versioni di quest’etichetta, ma adesso e per il prossimo decennio darà ottimo godimento a chi lo stappa.

Tutt’altra storia il 2003, frutto di una selezione drastica dalle vigne più ombreggiate di questo vallone al confine tra Trentino e Veneto dove il sole batte per poche ore al giorno. Probabilmente ha giocato un ruolo importante anche l’idea di non fare iper-selezione, mettendo insieme acini più e meno maturi. Aiuta anche la quota rilevante di Carmenere: “ Mio padre Carlo (vale a dire l’uomo che ha creato quasi dal nulla il mito San Leonardo, ndr) pensava fosse Cabernet Franc fino a quando non ha piantato del Cabernet Franc e ha scoperto che era totalmente diverso”.

Quell’errore oggi è alla base di personalità del vino in tutte le annate: a maggior ragione quelle calde in cui, senza Carmenere, non avrebbe il suo distintivo sprint pirazinico-vegetale.

LA DEGUSTAZIONE DEL SAN LEONARDO 2003

Del San Leonardo 2003 non sorprende tanto il naso, che gioca su di un registro abbastanza classico per un taglio bordolese di moderata maturità, con accenti di pot-pourri, susine nere, tabacco da pipa ed ebanisteria, quanto per la bocca di vitalità spiazzante, incentrata su di un frutto generoso da annata calda, ma integrato come quello di un vino appena entrato in commercio; bilanciato dalla traccia vegetale-botanica di cui sopra e da un tocco ancora minimo di evoluzione che allunga il finale scandito da un tannino molto setoso.

È un vino straordinariamente complesso? Forse no, ma straordinariamente giovane lo è di sicuro: quasi cristallizzato e dotato immediatezza e golosità tutto meno che tipiche per un vino italiano con venti e passa anni sulle spalle. Le bottiglie ancora in circolazione non sono molte, ma, come spesso accade a prescindere dalla qualità del vino in sé per sé, spuntano prezzi notevolmente inferiori rispetto a quelli di annate globalmente celebrate, con una media del 20-30% inferiore su Wine Searcher rispetto alle altre dello stesso decennio. In realtà comprare vini maturi online è sempre un terno al lotto: probabilmente lo sconsiglierei a scatola chiusa. Ma casomai vi capitasse un 2003 di San Leonardo di affidabile provenienza, magari da un rivenditore serio o dalla cantina di un buon ristorante, non esitate a stapparlo!

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