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Malvirà: Il Roero non teme il Barolo

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Come la Rive Gauche parigina, la riva sinistra del Tanaro è meno patinata, più “hipster” e, per molti versi, più affascinante della destra.

La Langa è meraviglia, edonismo puro, ma il Roero è veramente “cool”. Lo è per questioni di sostenibilità e biodiversità – la vigna da queste parti convive con boschi ed altre colture – e per lo spirito dei produttori, che sono stravaganti, intraprendenti e mediamente più modesti dei loro cugini d’oltre Tanaro.

Purtroppo il Roero è ancora un territorio poco conosciuto e a torto ignorato da chi dovrebbe farne le veci: per esempio i ristoranti piemontesi, che di solito in carta hanno cinquanta Barolo e Barbaresco e cinque Roero. Gli appassionati cominciano ad apprezzare la souplesse dei vini (soprattutto rossi) di questa zona, ma la massa ignora tutto quel che offre aldilà degli Arneis pallidi e beverini che aziende locali e non si ostinano a produrre.

I FRATELLI DAMONTE (CON ROBERTO IN PRIMO PIANO)

Ci sono, però, delle realtà che stanno facendo molto per emancipare l’areale: una di queste è Malvirà della famiglia Damonte. Roberto, deus ex machina dell’azienda, è un personaggio straordinario: estroverso, amichevole, ironico, ci accoglie in cantina in un momento delicato, due giorni dopo la fine della vendemmia, con la svinatura della Barbera in corso, il Passito da filtrare e il Nebbiolo che ribolle nelle vasche inox.

La prima cosa che bisogna sapere su Malvirà è che nei tenimenti aziendali rientra il vigneto più storico del Roero: il Renesio, già menzionato in un catasto del 1478. Non è difficile immaginare che il nome della “vinea renexij”, diventata Arneis in dialetto piemontese e poi in italiano corrente, derivi proprio da qui.

La seconda è una curiosità legata al nome: Malvirà vuol dire “mal virato” e deriva dalla cattiva esposizione – a nord, per l’appunto – del cortile della vecchia cantina di famiglia. “Malvirà” sarebbero anche molte vigne roerine, compresa parte di quelle che rientrano nel parco vigneti di Roberto, ma indovinate che sta succedendo con il cambiamento climatico? Tutto quello che era “Malvirà” oggi è quasi “Benvirà”…

Con i suoi quaranta ettari di proprietà, più due in affitto e altri due in zona La Morra ereditati dalla moglie, Roberto è il più grande produttore di vini roerini che abbia sede in zona – c’è un langarolo che ne ha 80, ma la cantina è ad Alba. Grande, però, non significa industriale: il processo produttivo è improntato su di una filosofia “da vigneron”. In campagna si utilizzano solo rame e zolfo e in cantina si limitano gli interventi allo stretto necessario. Nei rossi non vengono aggiunti lieviti; nei bianchi, invece, si fanno partire alcune vasche spontaneamente e nelle altre si inoculano i selezionati. “Il risultato è molto variabile – ci spiega Roberto – alcune volte viene meglio il vino fermentato con lieviti indigeni. Altre volte ci piace più quello in cui aggiungiamo i lieviti. E’ per questo che misceliamo”. La vinificazione parcellare è un’ ossessione di famiglia, tant’è che la gamma aziendale annovera al suo interno tre Arneis e quattro Rossi (devo ricordare che il vitigno rosso del Roero è il Nebbiolo?!) da singola vigna. Un’altra fissa sono i solfiti: ne usano sempre quantità modiche – per arrivare a massimo 70/80 mg/l – e in qualche caso ne fanno anche a meno. “ Nel 2014 ho fatto un Arneis senza solfiti aggiunti. All’inizio aveva delle puzzette che non mi piacevano, ma nel tempo è diventato straordinario. Non so esattamente come sia possibile: sono 43 anni che faccio questo mestiere e oramai penso che l’enologia sia più filosofia che matematica!”

Il motto di suo padre era: “bisogna sempre bere vino vecchio con donne giovani”. Cinismo d’antan a parte, questa filosofia Roberto l’ ha seguita – per la prima parte, eh! – fin dai primi passi in azienda nei tardi anni 70’ e nel tempo ha accumulato uno stock di oltre un milione di bottiglie che vende a piccole dosi a distanza di parecchi anni dalla vendemmia. E’ una consuetudine rarissima da queste parti: tolto Dante Rivetti, non mi vengono in mente produttori di Langa che facciano lo stesso. E il bello è che i prezzi sono più che onesti: non lo fa per lucrarci sopra, ma semplicemente per far sfoggio del potenziale evolutivo dei suoi Cru…

Ci sediamo nella sala degustazione con vista sulla vigna Santissima Trinità e cominciamo a chiacchierare del più e del meno. Ci racconta delle esperienze di gioventù con i primi Barolisti ambiziosi – Bartolo Mascarello su tutti – di quando un noto critico scambiò un suo Roero del 90’ per un Barolo Cerequio e dell’incontro con Aubert De Villane della Romanee Conti. “ E’ venuto qui con un giornalista ed è rimasto stupito dalla longevità del mio Treuve. Mi ha chiesto quale fosse il vitigno e gli ho detto che è un blend di Chardonnay, Sauvignon Blanc, Arneis. Chiaramente ha storto il naso: per lui lo Chardonnay deve essere sempre in purezza!”.

Domandiamo quale sia secondo lui il problema del Roero. Ci risponde: “ E’ che tanti grandi della Langa utilizzano uve da questa zona per produrre vini che ricadono in denominazioni minori, come Nebbiolo d’Alba, o commercialmente più appetibili, come Langhe Arneis.” Dall’altro lato, però, c’è un bel gruppo di produttori che si stanno dando da fare e lui non lesina complimenti nei loro confronti. “Ci stiamo muovendo bene: gli altri sono quasi tutti più giovani di me, ma fanno passi da gigante. La voglia di fare è tanta e sono sicuro che insieme faremo parecchia strada.”

Gli assaggi qui sotto sono la dimostrazione che un buon Roero può dar filo da torcere a Barolo o Barbaresco, anche di Cru blasonato. Basta provare un Mombeltramo 2003 – millesimo che ha dato tanti Baroli già morti e sepolti – per rendersene conto. Anche l’Arneis, d’altro canto, può dire il fatto suo, ma su questo fronte siamo ancora molto indietro: le etichette che esprimono il vero potenziale di quest’uva sottovalutata si contano ancora sulle dita di una mano. Quelle di Roberto, però, sono sempre di livello: stappate una 2014 – anche del raro “senza solfiti” – e vi renderete conto che tutto ciò che trovate in giro non è altro che un negativo dell’Arneis, una fotocopia sbiadita che lascia intuire solo vaghissimi accenni del carattere di una varietà che, se fosse coltivata in un comprensorio diverso, meno “rossista”, brillerebbe di luce propria!

Gli assaggi

Spumante Rive Gauche Extra Brut

Nome parigino per un “vin de copains” sferzante, agrumato, immediato. C’è qualche sfumatura dolce di confetto e caramella alla fragola, ma il sorso è dritto, rinfrescante, lontano anni luce dal canone classico dello Charmat molle e banalotto. Roberto che ci spiega che questo vino è prodotto con uve di Nebbiolo da appezzamenti a Nord. La flavescenza dorata, malattia che sta dilagando in zona, lo ha costretto ad espiantare Favorita e Arneis e a piantare vitigni a bacca rossa anche nelle zone più fredde.

86/100

Roero Arneis Renesio 2019

Ha un profilo archetipico il vino dal vigneto roerino “par excellence”. Il naso sa di pera, mandorla amara, lime e biancospino. Il sorso è coerente: morbido, ma non troppo, e bilanciato da una spinta acido-sapido che smorza i rimandi grassi, avvolgenti di frutta sia nostrana che tropicale. Chiedo a Roberto se si tratti di un monopole. Mi risponde che non lo è per quanto riguarda l’Arneis, ma c’è qualcun altro che ha parcelle di Barbera e Nebbiolo al suo interno.

88/100

Roero Arneis Saglietta 2018

Altro Cru, altro affinamento: questa volta per metà in botte grande e per il resto in acciaio. L’imprinting del legno si sente, ma non è prevaricante: la classica spezia dolce va a braccetto con refoli di ginestra, pesca noce, anice stellato. Il sorso ripropone lo stesso binomio di rotondità e delicatezza: l’acidità è in lizza e una punta amaragnola in chiusura smorza i rimandi fruttati e boisè.

89/100

Roero Arneis 2014 (senza solfiti aggiunti)

Spiazza a primo acchito con un un profilo meno preciso, ma più cangiante rispetto a quello dei vini precedenti. Un filo di riduzione incornicia sensazioni sfiziose, ammiccanti di nespola e acacia, fieno, pepe bianco, un cenno di zafferano e lanolina da Loira. Il sorso è ferro e piuma: entra morbido, cremoso e poi sferza il palato con un guizzo sapido-citrino. Pare che all’inizio non fosse un granché. Adesso, invece, è semplicemente meraviglioso…

93/100

Tre Uve 2015

Il famigerato vino che ha intrigato e spiazzato Aubert De Villaine è il più “ruffiano” dei quattro bianchi assaggiati: spara profumi di albicocca e mela golden, ginestra, noce moscata, lemongrass. Il gusto è robusto, avvolgente, ma non valica il sottile confine tra ricchezza e pesantezza. Un tocco erbaceo rinfresca il finale burroso, coccolone. Classico vino che in gioventù può sembrare un po’ troppo esuberante e sornione, ma nel lungo raggio tiene botta.

88+/100

Roero Monbeltramo 2016

Mirtillo e rosa in appassimento, menta, liquirizia, uno sbuffo di grafite. Tutti profumi nebbioleschi da “femme fatale” che riecheggiano sul fondo di un sorso più austero, più forzuto, ma senza sbavature. Il finale sanguigno, ferruginoso è tipico anche dei Nebbioli d’oltre Tanaro della stessa annata. Quel che più si apprezza qui è il connubio di possanza strutturale e leggiadria aromatica tipica dei vini da terreni sabbiosi.

90+/100

Roero Renesio 2011

Scuro di tabacco e carne grigliata, pot-pourri, erbe disidratate, bosco dopo la pioggia. Potenza e dolcezza di frutto scuro in bocca: tannino tosto, ma ben integrato, un guizzo vegetale che rinfresca la progressione e un bel ritono minerale in chiusura. Tanto è avvenente e piacente la versione “in bianco” del Cru,quanto è sobrio e autunnale questo B-side.

92/100

Roero S.S. Trinità 2009

Sfumature mature di liquirizia e tabacco kentucky, pelliccia, kir royal, il famigerato “cassetto della nonna”. Disteso e compassato il gusto: il tannino ha perso foga, ma sale e agrume continuano a sostenere uno sviluppo che s’infrange in eco balsamiche di estrema eleganza. Ottima performance del Cru prospiciente la cantina in un’annata poco considerata.

93/100

Roero Monbeltramo 2003

Poche tracce dell’andamento africano dell’annata e tanta terziarizzazione felice. Sa di tabacco da pipa, funghi porcini, tartufo nero, kirsch, un tocco di acqua di rose. Entra composto, avvolgente, per poi tirar fuori un tannino leggermente ruvido e ritorni tabaccosi che accompagnano il finale disteso, ma non fiacco. Ha superato l’apice e comincia a declinare lentamente, ma se la passa mille volte meglio della stragrande maggioranza dei suoi coetanei (Barolesi/barolisti inclusi!).

90/100

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