Da Giacomo Tachis alle fermentazioni spontanee: una visita da Dei Principi di Spadafora

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Virzí è un feudo a sè stante: nè Alcamo, nè Monreale; né mare, nè montagna. Solo un susseguirsi di colline assolate che sembrano isolate dal resto del mondo: ci si accede attraverso strade dissestate, costeggiando crinali dove il giallo della terra brulla si fonde con il marrone dell’argilla, e facendo lo slalom tra pascoli e greggi.

In questo scenario magnifico – degno delle migliori pellicole girate in terra sicula – ha sede Principi di Spadafora, un’azienda il cui nome è presente nel “software” mentale della maggior parte degli appassionati, ma che non tutti riescono ad inquadrare bene.

La ragione sta nelle tante metamorfosi che ha vissuto: da campo sperimentale legato all’istituto del vino e della vite nei primi anni 90’ a realtà privata di successo, con il passaggio in cantina – e l’imponente eredità – del mescolavin Giacomo Tachis. Poi un altro cambiamento repentino: Francesco Spadafora, erede di una grande famiglia gentilizia siciliana, decide di convertire le vigne al bio, si avvicina a una filosofia produttiva non interventista e diventa socio F.I.V.I. “ A un certo punto mi sono reso conto di non capire enologi e colleghi terrorizzati dalle fermentazioni spontanee e dall’ imbottigliamento senza solfiti: sentivo di non aver più bisogno di tutto questo. Ma bisogna essere passati per l’enologia tradizionale per prendere questa scelta in maniera consapevole.

É uomo di grande schiettezza e non ci nasconde che il cambio di passo non è stato completamente recepito a livello internazionale, ma il risultato è inappuntabile e siamo sicuri che, man mano, il mercato gli darà regione.

 

Dai 100 ettari di proprietà, dislocati tra crinali costantemente battuti dal vento e con ricco substrato sabbioso, viene fuori una gamma molto variegata che ha come elemento caratterizzante il riposo in bottiglia prima della commercializzazione. Molti di queste etichette contengono, peraltro, solforosa totale inferiore ai 50 mg/litro, regolarmente attestata da analisi esterne pubblicate sul sito aziendale. Francamente non mi vengono in mente tanti produttori così trasparenti, nemmeno tra quelli che si definiscono “naturali”.

I vini:

 

Principe G 2019

Quasi quattro anni di affinamento tra bottiglia e cemento, solforosa totale a 38 mg/litro. Il risultato è un vino che si smarca dai soliti clichè del Grillo, lasciando emergere solo un lieve accenno vegetale tra mela cotogna, fieno e pietra focaia. Coerente al palato: disteso e carnoso, con ottima acidità a sostegno e finale molto originale su toni di pepe bianco e pasta d’acciughe. Bella declinazione ossidativa-non ossidativa della varietà.

90/100

Il Nostro Rosato 2021 

L’ ennesima dimostrazione del fatto che, a tenere il rosato in cantina per un annetto in più, non si fa assolutamente peccato: il varietale del Nero d’Avola si rafforza con l’affinamento e si sublima in fragola, pomodorino infornato ed erbe aromatiche. Al colore di media intensità – ma lontano dai pallori provenzali – fa seguito una bocca abbastanza piena, con giusto un pizzico di tannino, ritorni di arancia rossa e iodio che sgrassano e richiamano l’accoppiata con un piatto di maccheroni alla norma.

92/100

Don Pietro 2019

Da taglio di Nero d’Avola, Cabernet e Merlot, concepito da Tachis negli anni del campo sperimentale. Un leggero accenno selvatico incornicia il solito corredo di more, mirtilli maturi e fiori appassiti delle uve bordolesi e un soffio balsamico completa il quadro. Ampio e avvolgente, progredisce fruttato e vellutato fino al finale appena rustico, in bilico tra sottobosco e macchia mediterranea.

90/100

Nero d’Avola Schietto 2014

Dieci anni non sono pochissimi per il Nero d’Avola, uva che, salvo rare eccezioni, dà vini da bere abbastanza giovani. Ma il colore è intonso e l’annata piuttosto fresca ha donato energia e integrità di frutto: cenni di eucalipto e finocchietto che s’intrecciano con visciola, viola e un accenno di oliva nera. C’è qualche traccia di evoluzione nell’attacco di bocca, ma l’acidità è ancora tonica e il frutto in bella vista; trito di erbe spontanee, pomodoro secco e nocciola plasmano una chiusura lunga e incisiva.

91/100

Sole dei Padri 2012

 Definire il Syrah come vitigno “alloctono” in Sicilia sembra quasi fuorviante: con oltre 5.000 ettari è la seconda varietà rossa più piantata dopo il Nero d’Avola e prima del Nerello Mascalese. A differenza del Cabernet o del Merlot, che tendono ad avere la meglio sull’espressione territoriale, riesce a brillare di personalità propria, dando vini interlocutori come questo, prodotto solo nelle annate favorevoli, che, dopo dieci anni di riposo tra legno e bottiglia, presenta ancora un colore vivo, senza nessun cedimento, ed esplode in un tripudio di marasca e cioccolato fondente, carne grigliata, bacca di ginepro e grafite, legni balsamici ed eucalipto. La ricchezza prorompente è bilanciata da giuste asperità acide e tanniche che lo rendono ancora giovanile: danno man forte al frutto esuberante e calibrano il finale di finezza disarmante, tra fiori, mentolo e accenti speziati garbati. Indubbiamente uno dei migliori sette o otto Syrah non della Sicilia, ma dell’Italia tutta.

94/100

 

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