La Sicilia dall’Etna al Nero d’Avola: otto vini per scoprire la rivoluzione della leggerezza

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Per una volta partiamo dai vini rossi: categoria palesemente in affanno, che più di ogni altra sembra patire le conseguenze relative al cambiamento dei consumi a livello globale.

Il loro exploit qualitativo in Sicilia è la cartina tornasole di una rivoluzione ad ampio spettro: in un momento in cui i produttori di vino rosso in tutti il mondo cominciano a pagare a caro prezzo esuberanze ed errori dell’ultimo ventennio, quelli del piccolo continente in mezzo al Mediterraneo sembrano essere più avanti di altri nella ricerca di una soluzione. Sono partiti presto con la loro rivoluzione e hanno saputo smarcarsi dagli stereotipi legati alle produzioni semplicemente dozzinali o troppo modaiole del passato.

Una nuova generazione con una formazione cosmopolita sta portando avanti il lavoro iniziato da pionieri come Lucio Tasca d’ Almerita, Diego Planeta e Giacomo Rallo, fondatori di Assovini Sicilia e traghettatori del vino siciliano nell’era moderna, animati da uno spirito sperimentalista che ha pochi eguali in Italia. Si parlava fino a una ventina di anni fa del vino siciliano che poteva essere la riposta italiana a Australia, Argentina o California: oggi questo paragone sembra più azzeccato che mai, ma per la capacità di mettere in atto grandi cambiamenti in poco tempo più che per la cifra stilistica. E pensare che questa era la terra del “torpore” e dell’ immobilismo raccontato dalla lettura novecentesca, della rassegnazione ineluttabile, che nel vino si traduceva in vagonate di prodotto senza nome che finiva in cantine di altri territori. La rinascita enologica sicula nell’ultimo trentennio è un “case study” di buona imprenditoria che andrebbe analizzato ed imitato per rilanciare anche altri settori dell’economia dell’isola e del sud più in generale. E il “ritorno alla leggerezza” è solo l’ultimo capitolo di questa bella storia.

Oltre la rivoluzione bio

La rivoluzione all’insegna del “less is more” parte dall’agricoltura, con progetti molto ambiziosi nell’ambito della sostenibilità vitivinicola: penso all’enorme lavoro dell’associazione SOStain, che anche quest’anno terrà il suo solito simposio, con temi che spazieranno dalla lotta al cambiamento climatico alla salvaguardia del patrimonio agro-forestale, passando per l’adozione di una nuova bottiglia super leggera Made in sicily che permette di ridurre drasticamente le emissioni di Co2. Questo sforzo va di pari passo con l’avanzata del biologico: il vigneto certificato bio della regione è il più grande d’Italia e il terzo al mondo dopo Occitania e Castilla La Mancha. “ Ma se andiamo ad analizzare più a fondo, scopriamo che la superficie bio in Sicilia è la più grande in rapporto all’estensione totale – spiega Mattia Filippi di Uva sapiens – e. 4 ettari su 10 sono in conduzione bio, mentre negli altri territorio il rapporto è tra 1 e 2 su 10.”

Sul lato produttivo lo sforzo non è da meno, e mi preme parlare dei rossi prima dei bianchi perché è proprio qui che la svolta è più netta. La riscoperta della leggerezza è un trend partito dall’Etna e che oramai si riscontra in tutti i territori dell’isola-continente. Mentre il vulcano continua ad affermarsi come destinazione per gli estimatori dei “fine wine”, sfornando nuovi vini icona che, citando un intervento della corrispondente italiana per Wine Advocate, Monica Larner, competono con i grandi di Toscana, Piemonte e d’oltreoceano, nelle altre zone si trovano soluzioni per ottenere vini che abbiano gli stessi comuni denominatori, ovvero freschezza, facilità di beva e raffinatezza aromatica.

A riflettere meglio questo cambiamento è proprio il vitigno che in passato ha creato più problemi, ovvero il Nero d’Avola, passato dal successo dirompente sul mercato nazionale nella prima fase della rinascita siciliana alle svendite dovute al calo della domanda nel giro di pochi anni. Pochissimi i vini fuori asse trovati al Gran tasting della 20esima edizione di Sicilia En Primeur: quasi nessuna traccia di quelli leggerissimi e anonimi oppure opulenti e marmellatosi del passato; il Nero d’Avola 2.0 è centrato nel suo stile schietto e disimpegnato: spesso prodotto da vigneti in alta quota o su terreni calcarei che frenano la vigoria della vite e permettono di avere acidità sostenute; fa solo acciaio oppure stan in legno quel poco che basta per avere più equilibrio senza fiaccare il frutto o appesantire la beva.

Sullo stesso solco la lenta rinascita del Perricone: il vitigno rustico, utilizzato per il Marsala Rubino, che graffiava la bocca se non conteneva un minimo di residuo zuccherino. Da un lato il cambiamento climatico ha reso più facile il raggiungimento della maturazione fenolica; dall’altro lo stile più delicato di estrazione e vinificazione rende il tannino e l’acidità più domabili. Le migliori versioni hanno più muscoli e asciuttezza rispetto al Nero d’Avola, ma anche succosità di frutto, delicatezza aromatica e qualche lieve tono vegetale che dà freschezza.

Tante conferme sul lato Frappato, il vitigno della leggerezza e della fluidità di beva par excellence, che ha scavalcato i confini dell’areale di Vittoria e comincia ad essere prodotto anche in altre zone – per esempio nel trapanese o nel palermitano – con risultati piuttosto interessanti. Appena meno convincente il Cerasuolo di Vittoria: spesso più potente, ma meno fluido. C’è da dire, però, che non erano presenti alcuni dei produttori più importanti della denominazione.

Detto questo, ecco alcuni dei vini rossi più sorprendenti assaggiati a Sicilia en Primeur:

( Clicca sul link per leggere la nota di degustazione)

Castellucci Miano – Frappato Terre Siciliane 2022

Baglio di Pianetto – Sicilia Nero d’Avola 2023

Tenuta Morreale Agnello – Sicano Sicilia Nero d’ Avola 2022

Caruso e Minini – Perripò Naturalmente Bio Terre Siciliane 2021

Santa Tresa – Cerasuolo di Vittoria 2021

Tasca d’ Almerita – Contea di Sclafani Riserva del Conte 2016

Cusumano Alta Mora – Etna Rosso Contrada Guardiola 2020

Anima Etnea – Animantica Etna Rosso Contrada Santo Spirito 2022

 

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