Il Lazio dai Castelli Romani all’ Agro Pontino: sette vini semi-sconosciuti da scoprire

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Sette vini e sette aziende per scoprire quel pezzo di Lazio che va dai Castelli Romani al confine con la Campania.

Un territorio abbastanza difficile da inquadrare: se non altro per la grandi varietà di vitigni locali, regionali ed internazionali presenti tra le pendici dei monti e la grande pianura che le separa dal mare. Oggi cerca il riscatto grazie a una manciata di aziende piccole o piccolissime, esordienti o in fase di transizione verso un approccio più qualitativo, come queste a conduzione “rosa” che abbiamo scoperto nell’ambito di un tour organizzato dalle Donne del Vino Lazio.

I vini del Lazio da scoprire:

Donato Giangirolami – Nymphe Lazio IGP Spumante

Si comincia sempre dallo spumante di tre sorelle che da qualche anno gestiscono una realtà di riferimento del basso Lazio, tra le prime ad ottenere la certificazione biologica in regione circa trent’anni fa. Nymphe non è solo un nome con cui il padre e fondatore, Donato Giangirolami, ha voluto omaggiare queste tre grazie, ma anche un riferimento ai vicini Giardini di Ninfa, nati per volere della famiglia Caetani attorno alle rovine dell’omonima città medievale. Non si può non suggerire un itinerario enoturistico che passi per questo luogo spettacolare – tra i più romantici del mondo secondo il New York Times – e si concluda con una visita all’azienda, che peraltro gode di una posizione molto suggestiva ai piedi dei Monti Lepini.

Il vino è uno spumante da uve Grechetto, ottenuto da rifermentazione in bottiglia degli zuccheri naturali dell’uva ( ovvero una sorta di Metodo Ancestrale sboccato!). Il profumo è inconsueto: un mix allettante di frutti estivi molto maturi si alterna a fieno, timo, pietra focaia e un accenno di zafferano. L’ effervescenza tonica è rafforzata dalla freschezza anche vegetale del Grechetto, ma la ricca polpa fruttata a contrasto lo rende pieno, saporito, idoneo anche per l’abbinamento con piatti sostanziosi: per esempio una frittata con gli asparagi o una gricia con qualche foglia di menta.

89/100

Parvus Ager – Lazio Sauvignon 2022

Un’etichetta di stampo internazionale da una vigna “metropolitana” incastonata tra la periferia di Marino e quella di Ciampino: una sorta di baluardo agricolo nel mezzo di una zona massacrata dall’urbanizzazione selvaggia. L’azienda è giovanissima: ha solo due vendemmie integralmente prodotte all’attivo e, per il momento, è orientata sulla produzione di vini semplici, immediati, non particolarmente originali, ma tecnicamente ineccepibili e di facile lettura. Tra tutti, spicca proprio questo Sauvignon Blanc riconoscibile, varietale, ma senza troppe esuberanze vegetali. Sa di salvia, lime e biancospino; scorre dritto, essenziale e preciso. E’ molto semplice, ma più divertente come aperitivo di altre versioni tutto bosso e papaya.

86/100

Vallemarina – Moscato di Terracina Donna Marina 2022

Uno dei soli tre produttori di Moscato di Terracina (gli altri due sono Villa Gianna e Sant’Andrea). La sua azienda è nata da pochissimo, anche se può contare su di una tradizione familiare consolidata, perché il nonno dell’attuale titolare è stato ed è tutt’ora viticoltore e nume tutelare di una vigna settantenne ancora in produzione. Quella parcella storica è affiancata da tre ettari recentemente piantati sulle sponde del lago di Fondi, che danno vita a una versione secca piuttosto interessante. Il profumo evoca ananas e albicocca, lavanda e un pizzico di mentuccia. Suadente, profumato e con discreta sapidità a corredo, si è abbinato bene ad un rigatone al ragù di calamita, pesce che vive nel lago di Fondi.

88/100

Jacobini – Lazio Bianco 2022

Fascino senza tempo dell’aristocrazia d’antan, impersonata in questo caso dal conte Alessandro Carafa Jacobini e dalla sua consorte – nonché Donna del Vino – Nina Farrell. Entrando nel loro palazzo gentilizio di Genzano, pare di essere catapultati in un’altra epoca: i saloni del piano nobile sono rimasti immutati nel tempo; si degusta all’insegna del binomio vino-arte, tra busti di antenati, ritratti e cimeli di ogni genere.

La tradizione vitivinicola familiare é antica più o meno quanto tutto il resto, ma solo in seguito al passaggio in mano private della cantina sociale Fontana di Papa si è deciso finalmente di imbottigliare in proprio una piccola parte del vino ricavato dai venti ettari di proprietà gestiti in regime biologico. Per il momento il vino è uno solo: un Trebbiano Toscano in purezza che, in annata 2022, la seconda commercializzata dopo una 2021 più sperimentale, sprizza freschezza floreale e leggermente vegetale: tiglio, lavanda, timo, frutta a guscio mediamente matura. È un vino abbastanza disimpegnato, ma non banale, anzi dotato di equilibrio e freschezza molto allettanti. Preciso, pulito, chiama l’abbinamento con crudi di mazzancolle, spaghetti a vongole e via discorrendo. Prezzo: sui 14 euro.

89/100

Vigne Toniche – Hesperum Vino Rosso 2019

Per gli amanti dei vitigni impossibili, una chicca da varietà dimenticata, tipica del circondario di Esperia, borgo di 3.600 anime al confine tra la provincia di Frosinone e Latina. Il Raspato è stato recuperato da alcuni appezzamenti di vecchi contadini e dagli studi non è ancora emerso nessun legame con varietà attualmente impiegate nella produzione di vino. Se, però, mi si chiedesse a cosa assomiglia, indicherei la vicina Campania: con il suo colore cupo, che anticipa profumi altrettanto scuri di frutti di rovo frammisti a spezie ed erbe officinali, quest’unica versione attualmente disponibile sul mercato può ricordare un Pallagrello Nero o un Aglianico un po’ ruspante. Non è di certo un vino perfetto: qualche traccia amarognola segna una bocca rustica quanto basta, incalzata da un tannino piuttosto nervoso che, però, è tenuto a bada da una dose adeguata di frutto. La parte aromatica, in ogni caso, è allettante e ci fa capire che è un’uva da tenere in considerazione.

88/100

Omina Romana – Lazio Cesanese 2019

Una delle realtà più singolari della regione: una cattedrale costruita nel mezzo dell’agro di Velletri dai Boerner, famiglia di industriali tedeschi. Il progetto è chiaramente “nuovomondista”: sia per scelte produttive – fittezza d’impianti, prevalenza di vitigni internazionali, utilizzo di tecnologie all’avanguardia ecc. – che per protocollo di vinificazione improntato su di un uso piuttosto importante dei legni nuovi.

L’ambizione è quella di competere con i big di Napa e dintorni, anche sul fronte del prezzo, ma, ad essere onesti, il risultato tende ad essere distante, nel bene e nel male, dalle corde degli appassionati italiani ed europei. Più che i vini “top” della linea Ars Magna – possenti e marcati dalle tostature del rovere – convincono quelli della linea classica, come questo Cesanese, buona interpretazione modernista del vitigno. Abbina tracce balsamiche e di torrefazione a durone e rosa rossa, arancia sanguinella e cardamomo. L’imprinting del legno è percettibile, ma non fuori scala: l’acidità e il tannino ben estratto riescono a bilanciare la concentrazione importante del sorso e a garantire una buona tenuta nel medio raggio.

89+/100

Cincinnato – Cori Nero Buono Ercole 2020

Chiudiamo con un esempio virtuoso di cooperativa che non solo produce vini di qualità, ma è anche all’avanguardia sul fronte dell’ hospitality con il suo wine resort alle porte di Cori, paese che merita la visita per il tempio di Ercole – soggetto di molte incisioni di Giovan Battista Piranesi – e per la cappella quattrocentesca dell’Annunziata. L’azienda, che riunisce ben 1.300 viticoltori attivi sul territorio, punta a valorizzare vitigni autoctoni semi-sconosciuti come Bellone, Greco Moro e Nero Buono, oltre ai soliti Cesanese e Malvasia Del Lazio.

Il Nero Buono è sicuramente il cavallo di battaglia: vitigno rustico e vigoroso, circoscritto in questo areale collinare che guarda il litorale pontino dai piedi dell’antiappenino, viene declinato in tre versioni che hanno come elemento comune un rapporto qualità-prezzo formidabile. Con la cucina povera della capitale e dei suoi dintorni – specie quella a base di frattaglie – l’ Ercole, ovvero la versione “di mezzo” con passaggio in barrique e tonneaux di circa 12 mesi, è sempre un bel bere. Il frutto scuro e goloso – mora e visciola soprattutto – va a braccetto con violetta, pepe nero, erbe spontanee e un tocco selvatico. Ottimo l’equilibrio tra frutto generoso, tannino ben gestito e ritorni speziati e sottilmente vegetali che lo rendono molto godereccio. Prezzo: non più di 13 euro a scaffale.

90/100

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