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I Chicchi: Un frammento di Bordeaux alle porte della Capitale

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Terminato il periodo di stop forzato, decido, nonostante l’afa di luglio, di rimettermi in macchina e andare alla scoperta di qualche cantina “di prossimità”. Il lato positivo di questi mesi post-lockdown è proprio l’avere più tempo a disposizione per svolgere un’attività che è parte integrante del lavoro di un sommelier: scoprire nuove aziende, nuovi vini, nuovi paesaggi, in modo da poter innovare costantemente le carte dei vini che si gestiscono e avere “chicche” da offrire ai propri clienti.

Un mio amico mi segnala I Chicchi, azienda a conduzione biodinamica nella zona di Ardea, alle porte di Roma. I vini naturali “ben fatti” mi sono sempre piaciuti, ma quel che più mi incuriosisce è proprio il territorio di Ardea, che è vicinissimo alla mia casa al mare e che, prima d’ora, non ho mai approfondito.

Enrico, proprietario dei Chicchi, mi accoglie nella maniera più semplice, più contadina possibile: pane, olio e sale, e mi sento subito a mio agio. Incominciamo a parlare della sua vigna e dei suoi vini. Enrico acquista anni fa 2 ettari nella zona di Torre Bruna e nel 2013 impianta il vigneto. Mi spiega che non ha mai fatto un’analisi del suolo, perché ritiene che, applicando le pratiche biodinamiche, con la consulenza del guru Carlo Noro, si riesca a raggiungere nel suolo un equilibrio perfetto senza necessità di indagini scientifiche. Questo modo di procedere mi stupisce. In questo periodo tutti cercano di fare zonazioni e lui, invece, ne fa a meno e si fida ciecamente delle pratiche steineriane… 

Da poco più di un ettaro vitato a Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Grenache e Malvasia di Candia e Trebbiano, Enrico produce 3 vini: il bianco che quest’anno non ha imbottigliato, un rosè da Grenache  e il Torre Bruna, assemblaggio di 60% Cabernet Franc e 40% Cabernet Sauvignon. Con entusiasmo parla dei suoi vini e descrive il territorio di questa parte del Lazio, che si è formato in seguito all’eruzione del vulcano laziale 600.000 – 20.000 anni fa. La vigna gode a pieno dei benefici della brezza marina, trovandosi a soli 9 km dal mar Tirreno, e trae anche dei nutrimenti marini dal suolo, perché milioni di anni fa il mare ricopriva la terra fino ai Monti lupini. Capisco che il suo riferimento è Bordeaux quando mi versa nel calice il Torre Bruna 2016 ed esclama: “Ecco, questo è Bordeaux!“. La sua prima annata è la 2016. La vigna, in quel momento, ha soli 3 anni e mezzo di vita. La cosa mi stupisce perché in genere si inizia a vendemmiare al 5° anno e le piante cominciano ad acquisire un certo equilibrio a 10 anni di vita, per poi produrre la massima qualità intorno ai 20. In questo caso però le uve della prima vendemmia sembrano già molto espressive.

C’è da dire che Enrico produce vini “figli della propria annata”: nella degustazione, infatti, i diversi millesimi del Torre Bruna i vini si esprimono con caratteri differenti e, contrariamente rispetto ai vini convenzionali, non appaiono per nulla lineari. Questo è molto interessante anche se va a discapito del mercato: si tratta di vini che possono essere apprezzati appieno solo da chi ha un’esperienza tale da poter leggere attraverso la degustazione non solo il territorio, ma anche il clima.

Prima di andare alla degustazione, un accenno alle bellissime etichette disegnate dall’artista/ scultore Alessandro Stenico. Si intuisce chiaramente l’intento di produrre vini esteticamente accattivanti oltre che molto buoni. 

Gli assaggi

Maros 2018: Rosato carico. Il  bouquet evidenza profumi croccanti, complessi e dinamici di fragolina di bosco e ciliegia che si alternano a rosa, eucalipto e note minerali. In bocca la spalla acida la fa da padrona e accompagna il sorso di media lunghezza, ritmato da un tannino lieve ma molto gradevole, che chiude con un ritorno sapido .
Punteggio: 89/100

Torre Bruna 2018: La veste è impenetrabile e il naso un po’ chiuso, ma si possono intuire profumi di mora e ciliegia. Anche in bocca la sua espressività è limitata. L’ingresso è sì poderoso e caratterizzato dal frutto, ma il finale corto e i tannini un po’ sgraziati rendono  un’ impressione non proprio positiva.
Punteggio: 84/100

Torre Bruna 2017: Molto diversa dalla 2018, presenta note più mature di eucalipto, macchia mediterranea, foglie bagnate, grafite e prugna. In bocca tutt’ altra esperienza: il sorso è più  armonico e avvolgente, i tannini accarezzano e rendono il tutto  più seducente. La chiusura è comunque un po’ contratta, ma piacevolmente sapida.
Punteggio: 89/100

Torre Bruna 2016: Come ho già detto, è la prima annata e, visti i precedenti assaggi, non mi aspettavo chissà quale esperienza. Invece ho avuto una gran bella sorpresa. Il bouquet è gradevole e complesso: sottobosco,  funghi, foglie bagnate, note salmastre, balsamiche con l’eucalipto, accenni di chiodi di garofano. Anche il sorso cambia la mia prospettiva: è lungo, i tannini sono guappi ma dolci, freschezza e sapidità danzano tra di loro, per chiudere con un ritorno di china e tamarindo.
Punteggio: 92/100

In conclusione, devo dire che siamo ancora un po’ lontani dal poter dire che questi vini si avvicinano allo stile Bordeaux, ma l’intento c’è e il potenziale si sente. Seguirò Enrico negli anni a venire, fiducioso del fatto che, a mano a mano, riuscirà a ricreare un frammento di Bordeaux a pochi passi dalla mia casa al mare e, sopratutto, dalla Capitale… 

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