Dallo stile internazionale alla biodinamica: la svolta di una storica azienda toscana

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Tra le aziende di rilievo in Toscana, Avignonesi è quella che ha avuto uno sviluppo più anomalo: nel corso del suo cinquantennio di vita, questa realtà storica di Montepulciano ha alternato momenti di grande visibilità a periodi di ritiro, scelte radicali a ripensamenti profondi, fino a risultare una presenza intermittente nel panorama del Nobile, per quanto numericamente sempre rilevante. 

Tutto prende avvio con Angelo Vegni, imprenditore rientrato in Toscana dopo anni di lavoro in Belgio. Sfruttando le opere di bonifica avviate da Leopoldo II, Vegni fonda a fine 800’ Le Capezzine, una fattoria modello che introduce nella valle pratiche agricole innovative per l’epoca. La sua influenza sulla zona è tale che l’istituto agrario locale porta tutt’oggi il suo nome.

Per lungo tempo Le Capezzine prosegue senza grandi scossoni, finché negli anni Settanta la proprietà passa alla famiglia Falvo. Ettore Falvo sposa un’erede della famiglia Avignonesi — cognome legato al ritorno in Italia da Avignone di alcune famiglie al seguito del Papa — e avvia una stagione di forte espansione. In un paio di decenni la tenuta supera i centocinquanta ettari vitati e diventa uno dei principali motori dell’allora neonata DOCG Nobile di Montepulciano, complice uno stile molto à la page in quella fase, basato su potenza, ricchezza estrattiva e un utilizzo rilevante di vitigni internazionali. 

Sul finire degli anni Duemila, però,  il modello comincia a mostrare qualche segnale di stanchezza: cambiano i gusti, la crescita rallenta. Il percorso si chiude con il passaggio di proprietà nel 2009.

La nuova titolare è Virginie Saverys, imprenditrice fiamminga del settore portuale. Il suo intervento é tutto meno che irrilevante: in pochi anni abbraccia l’agricoltura biodinamica, ottiene la certificazione Biodyvin e imposta un approccio più essenziale, centrato su interventi ridotti e vinificazioni meno tecniche, oltre all’uso uso del Sangiovese in purezza per tutti i Nobile. 

La trasformazione, però, non viene accolta immediatamente. Pubblico e critica faticano ad adattarsi a uno stile che abbandona l’impronta pseudo-modernista del passato per una visione più asciutta e “low intervention”. Anche per questo Saverys sceglie di ridurre le pubbliche relazioni al minimo. Dal 2020 l’azienda rinuncia persino alla partecipazione all’Anteprima del Nobile, limitando le comparsate allo stretto necessario.

Oggi Avignonesi sta cambiando di nuovo, perlomeno sul fronte della comunicazione e del marketing, ed è anche per questo che una piccola delegazione di giornalisti — tra cui il sottoscritto — è stata invitata a uno dei primi eventi per la stampa da un po’ di anni a questa parte, ovvero una doppia verticale di Desiderio, storico Supertuscan aziendale, e Poggetto di Sopra, nuovo cru di Nobile introdotto nel 2015. Un’occasione utile per comprendere che i risultati del nuovo corso iniziano a emergere, anche se l’obiettivo finale non è stato ancora raggiunto al 100%. 

Poggetto di Sopra, proveniente da una vigna del 1978, è forse l’etichetta che riflette meglio la nuova direzione intrapresa, anche perché ê la la prima nata interamente sulla base del nuovo protocollo incentrato su fermentazioni spontanee, legno prevalentemente grande e usato, nessuna chiarifica e solforosa ridotta al minimo.

Dall’impostazione più “neoclassica” della 2015 — comunque molto equilibrata nella sua pienezza — si arriva alla maggiore finezza e purezza di frutto della 2020, passando per una 2017 più calda e scura e una 2019 agile e scorrevole, con una leggera diluizione che gioca addirittura a favore della beva. Ma la 2021 segna un ulteriore scatto in avanti: è la prima con una quota di grappolo intero e mostra una lieve asciuttezza da raspo che dovrebbe integrarsi nel tempo. Già oggi, però, offre un profilo aromatico più arioso e garbato, distante dalla seriosità di alcuni Nobile del passato.

Più altalenante l’andamento di Desiderio, il Merlot in purezza più storico della Toscana dopo L’Apparita e Masseto. Tra le cinque annate degustate, la 2014 è quella che al naso piace di piú: a metà tra evoluzione terziaria e vegetale da annata fresca, quasi nello stile di un Bordeaux vecchia scuola. La 2016 rompe gli schemi del vitigno e vira su toni terrosi e scuri da grande Sangiovese “old school”. La 2018 torna alla classica esplosività varietale, con giusto un leggero accenno di brett che ne scompone l’allungo. La 2020 è probabilmente la più centrata, grazie all’ottimo equilibrio tra frutto, legno e terziari; pronta da bere, ma con buon margine evolutivo. La 2021 è ancora indietro: un accenno vinoso in apertura fa quasi pensare a un affinamento in legno più breve del solito. Il sorso è piacevolmente “crudo”, ma non privo della tipica polpa del Merlot. Gli manca un pizzico di precisione per essere davvero grande. 

Chiusura in dolcezza 

Qualunque discorso su Avignonesi, però, sarebbe incompleto senza il Vin Santo Occhio di Pernice, forse il vino rimasto più fedele a sé stesso in questi cinquant’anni. Un’icona del vino dolce italiano, forte di un mito foraggiato anche da scelte di marketing molto intelligenti: i Falvo, proprietari anche della distribuzione Classica, lo proponevano in cassetta da tre insieme a Château d’Yquem e a un altro grande vino da dessert internazionale a rotazione, contribuendo così a posizionarlo in una fascia ultra-premium.

Prodotto esclusivamente da uve Sangiovese, l’Occhio di Pernice gioca in un campionato a parte rispetto ad altri vini da meditazione toscani: più preciso, più composto, privo di eccessi ossidativi, con una dolcezza evidente ma bilanciata dall’acidità. Per espressione aromatica si avvicina ai grandi Porto vintage, seppur con un alcol e struttura decisamente più contenuti. “ Negli ultimi anni abbiamo riportato  l’appassimento negli ambienti storici, dove le uve sviluppano meno zuccheri, e abbiamo cominciato  a scegliere i caratelli meno concentrati”  spiega Matteo Giustiniani, direttore della tenuta. 

La 2011, rilasciata dopo quattordici anni, è intensa, stratificata, ancora in evoluzione, con una persistenza in cui la complessità eterea comincia giusto a fare capolino. Lascia la sensazione di essere solo all’inizio della sua parabola evolutiva: lunga –  si spera – quanto quella dell’azienda stessa!

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