I migliori vini da uve internazionali assaggiati in Piemonte in tempi recenti non li ho trovati nella Langa, dove in tanti hanno cercato un’alternativa esterofila a Barolo e Barbaresco con risultati altalenanti, ma in un angolo remoto del Monferrato Sud. Il paradosso qui è più o meno lo stesso di altre zone piemontesi come la Val Borbera nel Tortonese, Ovada o certe aree del Gavi: andando verso sud s’incontrano territori più freschi perché si sale di quota prima di travalicare il confine con la Liguria.
Isolabella della Croce si trova a Loazzolo, comune che ospita anche la DOCG più piccola d’Italia: tre ettari in tutto dedicati al moscato bianco passito. L’azienda ha la prerogativa di essere una sorta di cosmo a sé stante, separata dal resto del Monferrato per via della posizione dominante e relativamente isolata: stipata tra colli ad anfiteatro spioventi, la vista dai vigneti sul circondario fino al confine regionale mozza il fiato.
Nei 18 ettari di proprietà sono stati piantati, oltre al classico Moscato, svariati cloni francesi e non di Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Nero. “ È una scelta che abbiamo fatto un po’ per la vocazione del luogo a questi vitigni e un po’ per la passione di Lodovico Isolabella, avvocato milanese e proprietario dell’azienda, per i grandi vini che se ne ricavano in altre zone” spiega Andrea Elegir, direttore tecnico. Al Sauvignon è dedicata la parcella più alta, che sfiora quota 550 metri e, in questa giornata di gennaio, è battuta da un vento gelido che ghiaccia la terra. Il Pinot Nero, invece, occupa tre diversi appezzamenti che hanno in comune la pendenza importante, un suolo abbastanza sabbioso e l’essere circondati dal bosco.
Elegir è uno sperimentatore nato e, oltre a gestire l’azienda, ha sviluppato anche un proprio sistema di vinificazione chiamato Vinoxygen, oramai in uso in diverse aziende in regione, che permette di lavorare senza nessuna interferenza dell’ossigeno e riducendo al minimo i travasi, grazie a dei raschiatori che rimuovono le fecce.
Questo sistema dovrebbe favorire l’integrità dell’espressione varietale, ma già il Sauvignon Blanc, che sarebbe il bianco d’entrata, dimostra che la ricerca dei marker del vitigno non è per niente esasperata, anzi i vini di Isolabella della Croce hanno garbo, originalità ed energia da clima fresco. Il Piemonte Sauvignon Blanc 2022 è giovane, ma composto, vegetale senza eccessi, essenziale e facilmente spendibile sulla cucina di mare. Il 2016, ancora acquistabile in cantina come diverse altre annate dei loro vini, vira su sensazioni molto più intriganti di cherosene e miele d’acacia: quasi “rieslinghiane”. Giovanissimo e freschissimo al nono di anno di vita, ma dotato di polpa e chiaroscuri minerali accattivanti, viene di voglia di affiancarlo a un uovo al tartufo.

Lo Chardonnay per il Solum non segue il protocollo Vinoxygen, perché è vitigno che vede di buon occhio l’ossigeno. Il metodo è quello più diffuso in tutto il mondo: fermentazione e affinamento in barrique di rovere francese, nuove per il 30%; batonnage un paio di volte a settimana. Sulla carta non sembrerebbe nulla di eccezionale, ma nel calice sorprende: non c’è nessuna traccia di legno o burrosità scontata nel Solum 2022, solo tanta freschezza balsamica che fa da fil rouge con i Sauvignon e s’intreccia con un frutto di moderata maturità. Il sorso è salino e citrino, con polpa misurata, ottimo slancio e respiro mentolato di fondo: fa dell’eleganza e della scorrevolezza il suo punto di forza. Di fianco anche una 2019 che vira su note appena più mature: lo stacco non è così netto come tra i due Sauvignon, ma il dato positivo è che l’evoluzione si avverte appena e s’intuisce che, andando più indietro, ci si può divertire anche di più.
Poi ci sono i Pinot Nero: il Bricco del Falco 2018, blend dei diversi vigneti, pluripremiato e punteggiato, originale nel timbro terroso e scuro che ci porta lontano dai soli stilemi del vitigno. È l’ennesima riprova di quanto si era detto in un articolo sull’evento di Vinodabere, ovvero che i Pinot Nero italiani possono brillare di luce propria, senza guardare per forza alla Borgogna. Idea riaffermata anche dal Fra 2016, uno di tre cru da singola vigna prodotti solo nelle annate che lo consentono: più elegante, più arioso, ma sempre originale, con un tannino tenace – ma preciso – che fa più Piemonte che Pinot Nero.

Ultimi, ma non per importanza, i vini a base moscato: il Loazzolo 2009 mette in evidenzia il lato più aromatico del Moscato, ricordando certi passiti altoatesini, anche per la sfumatura balsamica che torna come in tutti gli altri vini e stempera la solita parte sciroppata. L’altro è il Canelli Valdiserre, espressione di una nuova DOCG nata dalla costola del moscato d’Asti, con un disciplinare un po’ più stringente che dovrebbe garantire una qualità più uniforme. Se la 2023 è ancora un po’ ferma sul solito canovaccio di uva spina e pera – ma mostra equilibrio tra dolcezza e acidità tenuto meno che scontato – la 2017 gioca su toni molto più intriganti di zafferano, pietra focaia e miele. ” Purtroppo è più o meno impossibile far comprendere il Moscato invecchiato ai ristoratori: a gennaio ti chiedono già la 2024!” spiega Elegir. Eppure proporlo oltre la sua fase più “banale” sarebbe il modo migliore di rilanciarne il consumo al di là del bicchierino a fine pasto…
I punteggi dei vini di Isolabella della Croce:
Piemonte Sauvignon Blanc 2022 – 90/100
Piemonte Sauvignon Blanc 2016 – 93/100
Piemonte Chardonnay Solum 2022 – 92/100
Piemonte Chardonnay Solum 2019 – 93/100
Piemonte Pinot Nero Bricco del Falco 2018 – 93/100
Piemonte Pinot Nero Fra 2016 – 94/100
Loazzolo 2009 – 92/100
Canelli Valdiserre 2023 – 90/100
Canelli Valdiserre 2017 – 93/100








