Supertuscans: nove etichette per ripercorrere la storia del vino toscano

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“Cosa resterà di questi anni 80?” cantava Raf un bel un po’ di tempo fa. Quella stessa melodia mi risuona in testa mentre mentre mi siedo davanti a un line-up di tutto rispetto, presentato da un impeccabile Gabriele Gorelli, per una degustazione dedicata ai “brand” che hanno fatto la storia del vino toscano a partire dall’epoca degli yuppie e delle pennette salmone e vodka.

L’ occasione è quella dell’ Anteprima Altra Toscana, manifestazione alla seconda edizione che riunisce dodici consorzi toscani in un solo evento con centinaia di vini in degustazione. In questo frangente, si è tenuta una masterclass promossa del consorzio Vini Toscana, neonata organizzazione che protegge uno dei brand più forti del made in Italy.

Alle volte, per capire il vino, bisogno parlare d’altro e, in questo caso, torna utile scomodare l’acqua: ” per avere contezza della potenza del brand Toscana bisogna pensare che Acqua Panna, da quando ha messo il nome Toscana sull’etichetta, ha aumentato le vendite del 15%”  ha spiegato Gabriele Gorelli, citando l’intervento recente di un politico regionale.

Toscana è da secolo sinonimo di arte, cultura, umanesimo, paesaggi mozzafiato scolpiti nell’immaginario comune. E’ uno stile di vita ancor prima che in luogo, e forse non è un caso che alcuni dei vini più importanti della regione – e d’Italia – continuino a rifarsi proprio a questo immaginario piuttosto che a quello di singole denominazioni. Il nome con cui vengono generalmente indicati i vini storici della regione – i “Supertuscans” per l’appunto – lo inventò il master of wine inglese Nicolas Belfrage a metà anni 80′. Belfrage provò a categorizzare per primo una serie di etichette toscane che stavano cambiando la storia del vino italiano e, che proprio per questa necessità di rompere con i disciplinari, venivano commercializzati come semplici “vini da tavola”.

Oggi i Supertuscans, che spesso ricadono nell’IGT Toscana, continuano a trainare il vino regionale all’infuori delle principali denominazioni, rappresentando il perfetto compromesso tra volontà di legarsi a uno specifico territorio e necessità di scendere a patti con la globalizzazione. Forse non detengono più il primato qualitativo che gli era riconosciuto fino a una ventina d’anni, perché le DOC e DOCG sono cresciute esponenzialmente. Ma sui mercati internazionali hanno un appeal inossidabile, certificato da performance economiche strabilianti: tanto per dire, il Tignanello continua ad essere il vino italiano più performante sul Live-ex, il “Nasdaq” delle etichette pregiate. ” E’ anche una questione di equilibrio tra volume e qualità – ha spiegato Gabriele Gorelli – sono vini con una tiratura importante che garantisce una certa reperibilità”.

Nonostante questo, la parola “Supertuscans” non fa più sobillare l’animo degli appassionati e degli addetti ai lavori come un tempo. I più critici li bollano come vini confezionati per i palati internazionali: mezzosangue “conciati” da dosi abbondanti di legno e uve internazionali, oramai surclassati dai grande Sangiovese duri e puri del Chianti Classico o di Montalcino.

Una visione in qualche modo giustificata da alcune stravaganze emerse nel tempo, ma attenti ai pregiudizi! … se è vero che alcuni di questi vini sono invecchiati relativamente male, rimanendo ancorati ad un concetto datato di “gusto internazionale”, altri sono stati al passo con i tempi e oggi si presentano in perfetta forma: sempre “universali” nel loro perfezionismo tecnico, nella ricerca di un equilibrio che li renda fruibili da subito per tutti, non solo per gli esperti; ma anche molto più leggeri rispetto al passato, votati alla finezza piuttosto che al canonico sfoggio di muscoli.

Detto ciò, passiamo alle note di degustazione della masterclass sui Supertuscans all’Anteprima Altra Toscana:

Felsina – Fontalloro 2018

Uno dei primi Sangiovese in purezza del Chianti Classico, voluto dalla famiglia Mazzacolin e perfezionato da Franco Bernabei, enologo dell’azienda con sede a Castelnuovo Berardenga negli anni 70′. Fontalloro ha sempre rappresentato, con il suo lungo affinamento in barrique, un’interpretazione “modernista” del Sangiovese, e ancora oggi ammicca un po’ allo stile internazionale, senza però perdere di vista certi riferimenti indispensabili. Ha un naso esuberante che gioca su sensazioni di amarena e rosa appassita, seguite da rabarbaro, china, tabacco mentolato, erbe officinali. La ’18 è annata relativamente sottile e l’imprinting del legno piccolo in bocca si fa sentire, ma viene smorzato da freschezza a tratti vegetale e tannino muscoloso, incalzante che garantisce nerbo e profondità. Non è tonico e slanciato come i Sangiovese di nuova generazione, ma ha personalità ben definita.

92/100

Antinori – Tignanello 2018

Nato come Chianti Classico Riserva, poi diventato vino da tavola con la rinuncia alle uve bianche, questa vino-icona è una garanzia di peferzione enologica. Sarà per questo, oltre che per i numeri non trascurabili (circa 200.000 esemplari all’anno), che figura tra i migliori vini da investimento italiani. La 2018, da uve Sangiovese (che concorre per circa il 75% nell’assemblaggio), Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, sfoggia un naso piuttosto variegato: mirtilli rossi e ciliegia candita, erbe aromatiche e tabacco dolce, mentolo e carcadè, un refolo tostato. Di chiantigiano ha l’acidità tonica e ben integrata, ma è molto addomesticato; scorre vellutato tra frutto abbondante e rintocchi tostati, tannino impeccabile e refoli mentolati che fanno un po’ Bordeaux. Piace per equilibrio, sobrietà e scorrevolezza tutto meno che scontata.

94+/100

Tenute Folonari – Cabreo Il Borgo 2018

La famiglia Folonari produce dal 1982 questo blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese nella zona di Greve in Chianti. Forse, tra i primi vini della batteria, è quello rimasto più fedele allo stile in voga tra gli 80′ e i primi 2000: esordisce su toni di alloro, rosmarino e chiodo di garofano, liquirizia, tabacco kentucky, tostature e affumicature che occultano il frutto. E’ molto potente e concentrato, con tannino piuttosto rugoso che rafforza il senso di muscolarità, spezie e affumicature che delineano il finale amplificato dall’alcol e un pelino amarognolo sul fondo.

88/100

Marchesi Frescobaldi – Giramonte 2020

Il Merlot è stato il vitigno ambasciatore della globalizzazione del gusto: piantato in ogni dove, dalla costa toscana alla Napa Valley, dà vini sempre carichi di frutto, generosi ed appetibili anche per i palati meno esperienti. La famiglia Frescobaldi ha una certa dimestichezza con l’uva, producendo dai tardi anni 80′ il Masseto, uno dei Merlot di culto, e Luce, Supertuscan montalcinese nel quale concorre al 50% con il Sangiovese. Un po’ meno conosciuto in Italia è quest’altro vino a base Merlot che proviene dalla tenuta Castiglioni in zona Montespertoli. Un Supertuscan avvenente e caloroso con profumo impetuoso di marasca e prugna, vaniglia e cioccolato fondente, sandalo e carrube. Fa dello spessore e della potenza, rafforzata dal mix di frutto corposo e tostature da rovere, il suo punto di forza; l’acidità di fondo gli dà un po’ di dinamismo, ma rimane comunque avvolgente, opulente, ben costruito, per quanto adatto principalmente a palati che cercano polpa e rotondità.

90/100

Tenuta Sette Ponti – Oreno 2018

Nella Valdarno di Sopra, distretto storico delineato nel famoso editto del 1716, la famiglia Moretti Cuseri produce dal 1999 un taglio bordolese che forse non gode della notorietà planetaria di Tignanello e Sassicaia, ma che, negli anni, ha saputo conquistare una nicchia di collezionisti e appassionati del genere. Anche Oreno, come il precedente, fa forza sul Merlot (50%), seguito da Cabernet e Petit Verdot, ma è completamente diverso: il frutto del Merlot s’intreccia con toni di legno di cedro, grafite e mentolo quasi ” a la bordelaise”. La concentrazione del sorso è palese, ma non debordante; anzi molto ben gestita, grazie a tannini filigranati e acidità ben evidente, apporto del legno che incornicia l’insieme senza sovrastarlo.  ” Oreno è un vino che parte in sordina ed esplode nel corso negli anni” aggiunge Gorelli.

93+/100

Banfi – Excelsus 2018

Il brand Banfi è indissolubilmente legato al Brunello, ma l’azienda, negli anni d’oro dei Supertuscans, ha anche introdotto un paio di vini da uve internazionali, a dimostrazione delle mille possibilità offerte da Montalcino. L’ Excelsus è ancora in linea con i canoni di quell’epoca: giocato su note scure di confettura di more al whisky e scatola da sigari, capperi in salamoia, sottobosco e caffè in grani. E’ massiccio, carico di frutto molto maturo e un po’ irruvidito dal tannino che contrae il finale caloroso su toni tostati e terrosi.

88/100

Tenuta San Guido – Guidalberto 2020

Qui si entra nel mito, con il “second vin” dell’azienda che ha messo Bolgheri sulla mappa del vino mondiale. Un “figlio minore” che diverge dal Sassicaia per la presenza di una cospicua parte di Merlot. A sorprendere nell’immediato è l’assoluta non-omologazione del naso: Bolgheri viene prima del varietale; cappero, elicriso e accenti selvatici hanno la meglio sul frutto e sul classico ricordo di viola/ibisco del Cabernet. Ma è la bocca a fare la differenza: salmastra, croccante di fruttini di rovo freschi e piccante di erbe aromatiche sul fondo. Non c’è traccia di legno in eccesso: la freschezza sempre in lizza lo rende agile e saporito. Non esagero se dico che, in gioventù, può superare per piacevolezza il fratello grande.

94/100

Castello di Albola – Acciaiolo 2018

Chi se lo ricordava che a Radda, terra di grande Sangiovese chiantigiano, si produce anche un Supertuscan da Cabernet Sauvignon? Ce lo ricorda questo vino della famiglia Zonin, che  svela subito profumi dolci e gentili di visciola, rosa rossa, cannella e vaniglia. Gioca tutto sul frutto, senza gli scossoni acidi dei Chianti Classico raddesi, ma con personalità affabile e cremosità, tra ritorni di yogurt ai mirtilli e rosa rossa, spezie dolci e cacao.

90/100

Casanova di Neri – Pietradonice 2019

Per l’ultimo vino torniamo a Montalcino, e più precisamente nella zona di Castelnuovo dell’Abate; Giacomo Neri e un’icona del Brunello, ma non ha mai rinunciato a produrre un po’ di Cabernet Sauvignon nei dintorni della pieve di Sant’Antimo. In questo caso è Montalcino ad avere la meglio sul varietale, plasmando un naso con incipit selvatico ed ematico, che vira su sensazioni di more e gelsi, chinotto e scatola di sigaro, humus e legno arso. Offre compattezza, estrazione, ricchezza tannica notevole, ma tutto è modulato alla perfezione e, per quanto massiccio, il sorso riesce a scorre con relativa agilità fino a una chiusura silvestre e leggermente tostata, d’indubbia persistenza. Sorprendente!

92/100

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