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La Bogliona di Scarpa: una Barbera degna di un Barolo classico

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Barbera si, ma senza barrique, e non per rinnegare l’importanza che i legni piccoli hanno avuto nel nobilitare l’uva operaia cantata da Gaber, ma perché così è sempre stato: la Bogliona sta alla Barbera d’Asti come i vini di Giacomo Conterno stanno al Barolo.

RAFFAELLO, SPOSALIZIO DELLA VERGINE, 1504 – PINACOTECA DI BRERA (MILANO)

E visto che, prima di questa degustazione, ho seguito due seminari del formidabile Armando Castagno, di cui uno su Raffaello, non poteva non venirmi il termine “classico”, che in genere viene utilizzato per descrivere l’opera del pittore “dal quale la natura temette mentre era vivo di esser vinta; ma ora che è morto teme di morire”. L’aggettivo “classico” s’addice anche a La Bogliona, che, parafrasando la definizione di Italo Calvino, è un vino senza stile, senza tempo: gioca un campionato a parte rispetto alle altre Barbere del fervido comprensorio di Nizza Monferrato; rispecchia un canone estetico diverso, basato sulla fluidità, sulla disinvoltura con la quale l’acidità portentosa mette in moto una massa importante, piuttosto che sulla solidità, sulla ricchezza estrattiva ed aromatica esasperata dalle botti piccole.

I VIGNETI DI SCARPA (FONTE: IFW)

Sull’azienda, Scarpa, bisogna spendere qualche parola, perché ha avuto un percorso tumultuoso, ma è sempre rimasta un faro nel mare magno del Monferrato. La fondazione risale al 1854, anno in cui Antonio Scarpa, mercato veneziano, decise di stabilirsi nella Nizza piemontese e cominciare a commerciare vini da vitigni autoctoni della zona. Da allora la realtà ha cambiato proprietà tre volte: l’ultima nel 2014, quando è passata nelle mani del magnate russo Evgeny Strzhalkovsky. I precedenti titolari sono stati una famiglia svizzera che l’ha gestita per mezzo secolo, e Mario Pesce, imprenditore astigiano che, a metà del secolo scorso, ha gettato le basi per la “costruzione” di un modello di cui tutti riconoscono le virtù, compreso il “naturalizzato” Sandro Sangiorgi.

Il fil rouge dei vini di Scarpa è proprio la facilità di beva: gli affinamenti mediamente molto lunghi – oltre cinque anni nel caso de La Bogliona – non ne pregiudicano la scorrevolezza, che è legata alla scelta di utilizzare acciaio e botti “tradizionali” da 50 ettolitri e alle caratteristiche insolite dei vigneti. Le parcelle da cui proviene la Bogliona sfiorano i 400 metri d’altitudine. Un’elevazione del genere per un vitigno rinomato per le acidità folli – anche più di 8 g/l – è un bel rischio, ma, se viene ben gestita, diventa un asset strategico, soprattutto in tempi di cambiamento climatico.

Una precisazione sulla conduzione agronomica prima di passare alla degustazione: Scarpa è ancora un’azienda “convenzionale”, ma da qualche anno è partita la conversione al biologico. Ci vorrà del tempo per arrivare ad ottenere la certificazione per tutti e 27 gli ettari di proprietà, ma la direzione è quella giusta. Quanto alla vinificazione, non c’è molto da dire: prendete il protocollo di un qualunque Barolista “classico” – non per forza Roberto Conterno – e sostituite il Nebbiolo con la Barbera. Lo so, è un po’ semplicistico, ma rende l’idea di cosa rappresenti La Bogliona e di perché valga la pena di provarla.

Barbera d’Asti Superiore La Bogliona 2014

JOHN CONSTABLE, IL CARRO DA FIENO, 1821 – NATIONAL GALLERY (LONDRA)

Naso boschivo, ricco di chiaroscuri: dipana aromi di ribes nero e prugna non troppo matura, cenere di camino, cacao, sottobosco verde, un tocco vegetale. L’annata anomala ha creato una sorta d’illusione prospettica: il sorso sembra snello, assottigliato, tutto giocato in verticale sul filo dell’acidità, ma in realtà ha presenza, polpa, dolcezza fruttata di fondo che bilancia la progressione e allunga la chiusura tonica e raffinata. E’ veramente l’antitesi delle Barbere “delle scuola del Bricco” (quelle barricate, che sono diverse, non migliori e peggiori). Utilizzando un termine strettamente tecnico, potremmo definirlo vino da bere a secchiate….

92/100

Barbera d’Asti Superiore La Bogliona 2011

PIER FRANCESCO GUALA, I CANONICI DI LU (1748) – MUSEO SAN GIACOMO (LU MONFERRATO)

Il colore non cambia di una virgola, ma l’evoluzione in bottiglia ha addolcito il naso, che apre su amarena, composta di more, cioccolato fondente, poi vira su sfumature scure di terra bagnata e rovere vecchio, oliva nera e grafite, per tornare goloso e coccolone dopo un quarto d’ora. La materia in bocca è molto ricca: l’attacco è dolce di prugna e cioccolata liquida, ma lo sviluppo si assottiglia in corso d’opera e conclude sanguigno, energico e rinfrescante. E’ un vino gagliardo, variopinto, ancora in fase giovanile a distanza di nove dalla vendemmia; ricorda, oltre alle opere raffaellesche, anche il grande capolavoro del tardo-barocco monferrino: i Canonici di Lu di Pier Francesco Guala.

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