Al di là del Cerasuolo, di cui ho parlato nell’articolo precedente, questa per me è stata l’estate della riscoperta della Borgogna bianca. Mi direte: come si fa a “riscoprire” il territorio più importante al mondo per il vino?
La risposta è che, mentre sui rossi ho trovato sempre una buona costanza, nonostante gli stravolgimenti climatici degli ultimi anni, nell’ultimo decennio sul fronte Chardonnay della Côte de Beaune non mi sono sempre trovato di fronte a bottiglie all’altezza delle aspettative. È chiaro che i vertici assoluti della piramide qualitativa non sono mai cambiati: se apri un vino di Coche-Dury o di Arnaud Ente non rischi mai di prendere una fregatura. Ma io non ho il budget per bere quei vini, e tra una bottiglia con segni di premox e un’altra semplicemente troppo “nuovomondista” per uso del legno e cremosità da caldo e bâtonnage, mi sono ritrovato qualche volta ad alzare il sopracciglio.
Lo avevo scritto anche nell’articolo su François Carillon, produttore che trovo esemplare per la capacità di esprimere trasparenza, precisione e contemporaneità. E a proposito di contemporaneità, penso che sempre più produttori stiano cambiando passo, imparando a gestire meglio le bizzarrie del global warming e a giocare “in levare” per evitare
Qui due vini recentemente stappati che sembrano seguire questo filone:
Jean-Claude Ramonet – Bourgogne Chardonnay 2023
Per la serie “classici che non deludono”, un bianco firmato da un nome mitologico della Côte de Beaune. Il Domaine Ramonet nasce a Chassagne-Montrachet alla fine degli anni ’20/primi anni ‘30 per mano di Pierre Ramonet, che nel tempo costruisce un patrimonio di vigne che arriva a toccare i grand cru più prestigiosi della zona, da Montrachet a Bâtard-Montrachet, Bienvenues-Bâtard-Montrachet e Chevalier-Montrachet. Dagli anni ‘90 l’azienda è condotta dai nipoti Noël e Jean-Claude, quest’ultimo firmatario anche di una propria linea a titolo personale, cui appartiene questa bottiglia.
Stappato al Fishmarket di Copenaghen per una cifra non bassa, ma nemmeno esagerata per il nome in questione. Se molti Bourgogne base esprimono il lato più generoso, grasso, goloso, ma spesso carente di dettaglio, qui la purezza è quasi cristallina: non c’è legno e il frutto è fresco, agrume e poi pera e susina. C’è un lato floreale e una sfumatura balsamica che ritorna in un sorso che ha peso e volume, ma anche grande slancio e un finale quasi marino: meno pungente di quello di un buon Chablis, ma simile per agilità e capacità di assecondare il cibo. Non è facilissimo da trovare in Italia, ma se vi capita vi consiglio di prenderlo e sotterrarlo in cantina, perché, per quanto godibilissimo adesso, può guadagnare in profondità con il tempo.
94/100
Vincent Latour – Meursault 1er Cru Charmes 2020
Qui siamo nella situazione inversa: il produttore è meno noto, ma la vigna è stra-quotata. L’annata, la 2020, sulla carta sarebbe una delle più calde degli ultimi anni. Ma non c’è traccia di calore o pesantezza, anche grazie a uno stile di vinificazione che punta su un uso del legno nuovo molto contenuto — Vincent Latour lavora sempre più con foudre e demi-muid, con percentuali di legno nuovo minime, spesso non oltre il 10% — che permette al vino di restare agile e trasparente.
Non senza rinunciare al tratto più goloso e maturo di Meursault, soprattutto al naso, dove il tono di crème brûlée si fa strada tra mentuccia e pietra focaia. Volendo trovare il pelo nell’uovo, potremmo dire che la bocca non è la più articolata che si possa trovare a Meursault, ma per equilibrio tra polpa e nerbo acido rimane fenomenale. La bottiglia, aperta con la cucina gourmet ma non troppo di Al Metro a San Salvo Marina, è volata via in un batter d’occhio.
95/100

Al di là del Cerasuolo, di cui ho parlato nell’






