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I rossi di Vinitaly 2022: dieci vini imperdibili

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Da un Barolo clamoroso a un Chianti Rufina affinato in anfora, ecco i migliori vini rossi assaggiati a Vinitaly 2022.

Tenuta Parco dei Monaci – Primitivo Rosato Persempre 2021

Da Micro Mega Wines, la sezione del padiglione bio organizzata dal guru internazionale dei vitigni autoctoni Ian d’Agata, un Rosato fuori dai soliti tracciati, prodotto nella Murgia materana, a pochi chilometri dalla città dei sassi, su di un altopiano dove il Primitivo si esprime in maniera abbastanza insolita, discostandosi molto dal modello Manduria e avvicinandosi più a quello di Gioia del Colle, con un alcol un po’ più moderato e una spinta acida più netta. L’azienda in questione ha circa venti di anni d’età, opera in regime biologico ed è seguita dal winemaker campano Vincenzo Mercurio. Persempre è un rosato da macerazione in pressa, che esibisce un colore acceso, intenso, da rosso leggero, e un profilo dolce-piccante – fragola candonga e origano, pomodorino confit e peperone crusco – che lo rende particolarmente sfizioso. Da provare con la ‘nduja o con lagane e fagioli.

90/100

Beatrice Gaudio – Grignolino del Monferrato Casalese Bricco Mondalino 2020

Per la serie “giovani donne che danno lustro a territori storici”, il vino di Beatrice Gaudio, viticoltrice in quel di Vignale Monferrato, che sta facendo tutto il possibile per restituire dignità al Grignolino, nipote trascurato del Nebbiolo.“ Sono l’unica a produrne quattro versioni” spiega. Bene il suo Metodo Classico – godibile ed inusuale – non male anche la versione passata in legno. Ma questa è un’uva che dà il meglio di sé con l’affinamento prolungato in acciaio, che permette di preservare le note varietali di fiori rossi e frutti di rovo maturi, molto simili a quelle di un Nebbiolo giovane. Bricco Mondalino mette in evidenza proprio queste caratteristiche e non fa digrignare i denti come suggerirebbe il nome: scorre, invece, con grande garbo e finezza, tra rintocchi di pepe, erbe disidratate e mirtilli rossi, chiamando un tagliere di salumi o un ragù di salsiccia alla maniera braidese.

91/100

Cuveè del Buttafuoco Storico dell’Oltrepò Pavese 2017

Un vino per curiosi, realizzato congiuntamente da un gruppo di produttori che cercano di promuovere il rosso storico di un territorio bistrattato, piagato da produzioni dozzinali che ne hanno rovinato la reputazione. Un progetto più unico che raro nell’Italia dei battibecchi tra vicini, seguito ogni anno da un enologo diverso, che ha il compito di assemblare vini da 16 vigne storiche dei sette comuni di produzione del vino che buta me al feüg (“brucia come il fuoco”). Il nome evoca potenza, calore, concentrazione, ma la 2017 – realizzata dall’enologo Michele Zanardo, professore dell’università di Padova – non mostra eccessi in questo senso. Il blend di Croatina, Barbera, Ughetta di Canetto, Uva Rara e Vespolina è sfizioso e allegro nelle note di pepe, erbe aromatiche, visciola e prugna, carrube e china. Ha un sorso morbido, avvolgente, confortante, con tannini ben estratti e una vagonata di frutta scura e matura nel finale che scalda.. ma non brucia!

91/100

Castello del Trebbio – Chianti Rufina Lastricato Riserva 2017

Una vera e propria rivelazione: il Chianti Rufina è il nuovo orizzonte per gli amanti del Sangiovese nella sue declinazioni più gentili, e la famiglia Casadei di Castello del Trebbio, che possiede anche una pluripremiata azienda sulla Costa Toscana, ha pensato bene di proporne una versione con fermentazione in anfora. Il risultato è un vino estroso, ammaliante già dal primo naso che ricorda la viola appassita, le erbe silvestri e il tabacco mentolato; poi più scuro, boschivo anche in bocca, dove la parte fruttata croccante e golosa si fonde con tannini cesellati e un ritorno rinfrescante di arancia sanguinella. Per la cronaca, Castello del Trebbio è anche azienda biodinamica e bio-integrale, ma di questo c’importa relativamente di fronte ad un bicchiere così eloquente.

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93/100

Altesino – Brunello di Montalcino Montosoli 40 Anni 2015

Una “special edition” di un Cru storico del Brunello, che doveva uscire nel 2020. Poi è successo il finimondo, e, pertanto, Elisabetta Gnudi Angelini, che ha rilevato l’azienda nel 2002, soffiandola sotto il naso a Chateau Margaux, ha deciso di tenere da parte alcune bottiglie e proporle adesso. Con il risultato che il vino, proveniente dal vigneto più importante del quadrante Nord-ovest di Montalcino, oggi rivendicato in etichetta da una dozzina di produttori, ha acquistato molto in ampiezza ed espressività, e tira fuori aromi allettanti di chinotto e felce, mora e ribes nero, fiore di sambuco e sottobosco verde. La forza del Montosoli sta proprio nella capacità di essere profondo, ma non imponente: anzi qui la progressione è di raro equilibrio e scorrevolezza. Il mesoclima fresco – condizionato dall’esposizione della collina ai venti da Nord – lo ha reso un “peso medio” anche in un’annata d’abbondanza e di calore.

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94/100

Hofstatter – Alto Adige Pinot Nero Ludwig Barth Von Barthenau Vigna Roccolo 2017

Il Pinot Nero più ambizioso d’Italia: circa 120 euro a scaffale per una selezione della selezione, ricavata dai ceppi più vecchi della della Vigna Sant’Urbano, la Romaneè Conti del Sudtirol, nel cuore di quella Mazzon dove, circa anni fa, il chimico Ludwig Barth Von Barthenau piantò le prime barbatelle di Blauburgunder. Un fuoriclasse capace di silenziare il caos del padiglione nel momento clou della giornata e risucchiare chi lo annusa in un vortice di aromi speziati e balsamici – sandalo, pepe di Sechuan, noce moscata, curry e ginseng – che fa molto Vosne Romaneè. Il sorso segue questo tracciato, con l’impronta minerale-ematica di Mazzon in primo piano, tannini quasi impalpabili e un tripudio di spezie e fiori appassiti in retro-olfatto. Da servire alla cieca di fianco a qualche 1er Cru di Borgogna per smentire chi sostiene che il “Pinot Nero in Italia non può dare risultati eccellenti”.

95/100

Tedeschi – Amarone della Valpolicella Capitel Monte Olmi 1993

Benissimo le nuove annate – d’interesse primario per buyers e degustatori seriali – ma Vinitaly è anche il momento giusto per stappare qualche vecchia bottiglia. Lo ha fatto Sabrina Tedeschi, titolare insieme ai fratelli Riccardo e Antonietta di una delle griffe storiche dell’ Amarone. Da annata poco considerata, ma sorprendente, il suo Capitel Monte Olmi 1993 – cru storico della famiglia a San Pietro in Cariano, al quale successivamente si sono aggiunti Maternigo e La Fabriseria – si presenta in forma smagliante, con profilo sì evoluto, sì giocato su toni maturi di tabacco da pipa e radici, ma con un frutto ancora vivacissimo sul fondo, e una progressione all’insegna dell’equilibrio e della raffinatezza, sorretta da un nerbo acido ancora saldo e arricchita da ritorni mentolati e affumicati nel finale perfettamente integro. Da bere adesso e soprattutto da abbinare – a patto che si riesca a rimediarlo! – perché è molto più versatile e gourmand di tanti Amarone dei decenni successivi che, un po’ per il global warming e un po’ per scelte stilistiche, si avvicinano più al Porto che ai rossi secchi tradizionali.

94/100

Azelia – Barolo Bricco Voghera Riserva 2009

Di Lorenzo Scavino abbiamo già parlato l’anno scorso: è uno dei migliori vigneron langaroli di nuova generazione, e non solo per la qualità dei vini – provenienti da un parco vigneti spaziale – ma anche per l’umiltà e la sobrietà che dimostra in ogni occasione, doti che non sempre caratterizzano i produttori delle DOCG più quotate. Il Bricco Voghera di Serralunga d’Alba è la vigna “nec plus ultra” della sua famiglia: oltre 100 anni di età, su piede franco, dà vita ad un Barolo che trascorre più di dieci anni in cantina prima del rilascio. Il 2009 ha un naso portentoso, che richiama un mostro sacro come il Rocche del Falletto 2006 di Bruno Giacosa, assaggiato dal sottoscritto qualche anno fa. Il corteo aromatico spazia dalla gelatina di lampone al cuoio, passando per cipria, liquirizia, scatola da sigari, tè nero e sottobosco autunnale. Tutte sensazioni che tornano a fare da sfondo a un sorso splendido: un proverbiale pugno di ferro in guanto di velluto. E pensare che il presidente del consorzio ha ipotizzato una rinuncia alla partecipazione al Vinitaly. Se così fosse, dove andremmo a pescarle queste emozioni liquide?!

96/100

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