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La Toscana tra piccole chicche e mostri sacri: dieci vini eccezionali da Merano Wine Festival

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Continua il racconto di Merano Wine Festival con undici etichette eccellenti da una regione così importante da meritare un capitolo a sé stante. Anche in quest’occasione la Toscana è riuscita ad offrire una bella commistione di vini sorprendenti e classici intramontabili sui quali vale sempre la pena di tornare.

Fare una cernita tra i tanti assaggi non è stato per niente facile. Alla fin fine, questi sono i vini che, per varie ragioni, hanno lasciato il segno:

Monteverro – Monteverro

Cantina spaziale nel cuore della Maremma, industriale folgorato dal nettare di Bacco, team di cantina che parla francese e Michel Rolland come consulente per il grand vin. Lo storytelling da Monteverro sa di ruggenti anni 90’, e il fatto che, nel mese di Luglio, Lebron James sia sceso dal suo yacht per andare a visitare l’azienda conferma l’appeal internazionale di questo progetto. Parto un po’ prevenuto, perché non è il tipo di racconto che preferisco, ma l’assaggio del grand vin mi fa ricredere. Il Monteverro 2016 fonde anima maremmana e stile internazionale: tira fuori aromi di timo, origano, alloro, pomodoro secco e vegetazione bagnata, composta di more e tabacco mentolato. E’ massiccio, avvenente, ma non esagerato; scorre su di un drappo di tannini quasi impalpabili e chiude piccante di erbe disidratate. Discreto anche il 2009, che, però, ha una gustativa meno misurata, più densa, con qualche accenno terziario e toni classici di vaniglia e caffè a siglare la chiosa.

2016 – 93/100

2009 – 91/100

Carus – Chianti Classico Gran Selezione 2015

Dalla sezione Bio & Dynamica, un’azienda a di otto ettari e mezzo situata a San Casciano Val di Pesa, nella parte del Chianti Classico più vicina a Firenze, che è riuscita, con il supporto della winemaker autoctona Gioia Cresti, a tirar fuori una Gran Selezione veramente centrata: profumata di cuoio, talco, legno arso, pot-pourri di fiori rossi e mirtilli selvatici, con un tocco di spezia dolce da rovere ad arrotondare, ma anche freschezza e tannini scalpitanti, frutto centrato e croccante e un finale senza eccessi alcolici. Vini come questi permettono di ricredersi su di una tipologia un po’ controversa, che sulla carta dovrebbe rivaleggiare con Brunello e affini, ma per ora non è riuscita in questo intento.

92/100

Il Molinaccio di Montepulciano – Nobile di Montepulciano Duemiladiciassette 2017

Un vino prodotto “una tantum” da un’azienda sita nella futura Pieve di Cervognano, zona con mesoclima fresco dove si fanno grandi cose anche nelle annate bollenti. Il livello di maturazione del Sangiovese è stato tale nel 2017 da consentire di vinificare un quarto delle uve a grappolo intero. Il risultato è un Nobile di meravigliosa souplesse che guarda alla Borgogna, con le sue note di bacche rosse, eucalipto e tè matcha frammiste a ventate più scure di humus e torrefazione. E’ aggraziato e suadente, non privo della giusta dose di asperità tannica, ma armonioso, spigliato, con finale ematico di bella persistenza. Speriamo che alla proprietà venga lo sghiribizzo di riproporre l’esperimento nelle future annate africane!

92/100

Fattoria di Gratena – Gratena Nero 2015

Nè Sangiovese, né uva bordolese e nemmeno Canaiolo, Colorino o Malvasia Nera. Il Gratena Nero è un vitigno a sé stante ritrovato nelle vecchie vigne dell’Aretino che pare abbia affinità genetiche con Cabernet Franc e Barbera. Fattoria di Gratena ne ricava un vino in purezza prodotto seguendo criteri “naturali” – agricoltura biologica, fermentazione spontanea, no filtrazione – e il risultato è molto intrigante. C’è una parte fruttata scura e matura – marasca, prugna, marmellata di more – che ricorda proprio l’autoctono piemontese, e poi cacao, cola, radici, tabacco da pipa. Ha ricchezza, dolcezza fruttata di sottofondo da Supertuscan, ma viene comunque dinamizzato dalla giusta acidità e da tannini mediamente fitti. Non è una semplice curiosità, ma un ottimo vino che ammalierà chi è stanco della solita solfa.

92/100

Podere Le Ripi – Brunello di Montalcino Amore e Magia 2016

Azienda di proprietà di uno dei rampolli della famiglia Illy, salita alle luci della ribalta per l’avveniristica “cantina aurea” a forma di anfiteatro e per le vigne bonsai, che sono le più fitte del mondo con oltre 62.500 piante per ettaro. I vini sono tra i pochi di Montalcino che rientrano nella categoria dei “naturali” e danno spesso adito ad opinioni contrastanti. Confesso che, fino ad ora, non mi avevano mai convinto, ma l’Amore e Magia 2016 è stato una vera e propria rivelazione. Ha un naso scuro, animale in prima battuta e poi giocato su sensazioni ammiccanti di felce, melagrana, macchia mediterranea e incenso. E’ di medio peso, succoso e croccante, delicato nella parte tannica, saporito d’agrume rosso e sale, con rimandi sauvage che ne arricchiscono la personalità estrosa, per niente accomodante. Non il Brunello più facile da comprendere ed apprezzare, ma ha carattere da vendere.

93/100

Tenuta dell’Ornellaia – Ornellaia 2018

Un Ornellaia che “sassicaieggia”, nel senso che rinuncia alle esuberanze fruttate, tostate e strutturali del passato per far forza su di una cifra stilistica più fine, complice anche l’annata abbastanza fresca e molto piovosa. Più Brigitte Bardot che Sophia Loren, più Alain Delon che Jean Paul Belmondo, gioca su note di mirtilli rossi e giuggiole, ibisco e sandalo, grafite, qualche accenno di sottobosco verde e di crema di caffè. Il corpo è medio, i tannini già soffici danno man forte al frutto rosso puro, succosissimo, non troppo maturo, che delinea una progressione soave e suadente, ammorbidita dalla quota di Merlot più alta della norma, ma non ruffiana, anzi energica, ben calibrata dal giusto apporto acido, insistente nei rimandi mentolati e torrefatti di fondo. Non travolge, non lascia a bocca aperta, ma ha il dono raro della misura e una facilità di beva raramente riscontrabile nei fine wines di questo calibro in fase giovanile.

95/100

Franchetti – Tenuta di Trinoro

Un monumento nel deserto: unico vino prodotto a Sarteano, tra Chiusi e la Val d’Orcia, in un areale dove di vigna se ne vede veramente poca, è senz’ombra di dubbio il più raro dei grandi tagli bordolesi italiani: solo 7.000 bottiglie all’anno che prendono in larga parte la via dell’export. La mini-verticale parte con una ‘18 ancora giovincella che sa di cioccolato fondente e legno di cedro, carcadè e legni balsamici à la Cheval Blanc; contiene una percentuale maggioritaria di Cabernet Franc che dà grinta e volume a un sorso compassato, imperniato su di un tannino impeccabile e completato da un ritorno di bosco che dà carattere alla chiusura di ottima profondità. Più soave e floreale il 2014, che ha una dinamica appena più semplice, ma convince per equilibrio e persistenza ben al di sopra della media dell’annata. La 2012, invece, è ancora giovanissima, scura e forzuta come la prevalenza del Cabernet Sauvignon impone, mentre la 2008 comincia ad entrare nella sua fase di massima godibilità con tracce di sottobosco, ginseng, mentolo e pot-pourri, e un tannino appena polveroso che sostiene un sorso serafico, aristocratico, lungo nella chiusura cremosa su toni balsamici e cioccolatosi.

2018 – 95/100

2014 – 93/100

2012 – 93/100

2008 – 94/100

Il Marroneto – Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2016

Non un Brunello, ma “Il Brunello” par excellence: asceso all’olimpo del vino italiano dopo i 100 punti attribuiti da Monica Larner di Wine Advocate all’annata 2010. La ‘16 è sicuramente la migliore annata dell’ultimo ventennio insieme alla ‘10 e ha dato vini relativamente austeri che hanno bisogno di tempo per aprirsi e distendersi. Va da sé che il Madonna delle Grazie è il più ritroso e immaturo dei mostri sacri assaggiati in quest’occasione: offre un bouquet scuro, terroso, abbastanza austero, ma non privo di una certa florealità di fondo. Il sorso è dominato da un tannino impetuoso – ma perfettamente estratto – che non inficia la progressione travolgente e allo stesso tempo raffinatissima. Il fatto stesso che si lodi un vino come questo ci fa capire quant’è cambiato il gusto in quest’ultimo decennio: l’aderenza al territorio e l’incisività senza compromessi hanno avuto la meglio sulla faciloneria, il polimorfismo dei vini confezionati ad hoc che dominavano la scena un po’ di anni fa.

96/100

Montevertine – Le Pergole Torte 2018

Si è già detto tutto su Martino Manetti, sulla sua azienda di Radda in Chianti e su di questo vino-icona. L’unica cosa che posso aggiungere è che il 2018, da annata non quotatissima, regala soddisfazioni già all’esordio, stranamente più espressivo del fratello Montevertine, che, invece, è chiuso a riccio e merita di essere assaggiato di nuovo tra qualche tempo. La personalità sanguigna e mordente del Sangiovese raddese emerge chiara e tonda on toni di arancia sanguinella e lamponi appena colti, alloro, lentisco, ruggine, terra bagnata, legno di cedro. Ha una materia di fondo notevole, ma è tutto giocato in verticale sul filo della spinta acida sferzante e della mineralità pietrosa. Il tannino è impeccabile e sul finale torna l’arancia sanguinella a prolungare un’eco meravigliosa.

96/100

Fontodi – Flaccianello della Pieve 2018

Sempre nel Chianti Classico, ma questa volta siamo nella conca d’Oro di Panzano in Chianti. Una zona molto calda e assolata che sembra aver tenuto botta in un millesimo uggioso che ha dato qualche grattacapo a chi ha le vigne nelle zone più fresche delle terre del Gallo Nero. Il vino ce lo serve la figlia di Giovanni Manetti, presidente del Consorzio Chianti Classico e titolare di Fontodi, azienda che ha scritto un pezzo di storia della denominazione, cominciando a produrre Sangiovese in purezza dalla vigna sotto la Pieve di San Leolino – ecco spiegato il nome – nell’oramai lontano 1981. Di strada ne è stata fatta tanta da allora: il Flaccianello è diventato uno dei vini di punta della Toscana tutta, osannatissimo dalla critica internazionale, e anche in quest’occasione fa sfoggio di un mix azzeccato di immediatezza e profondità che mette tutti d’accordo. Il profumo è di legno di rosa e viola mammola, more e gelsi, anisetta, cacao amaro, cenere e ghisa, un tocco di spezia da rovere che arricchisce e non sovrasta. Il sorso è semplicemente stregante: possente senza essere pesante, carnoso, austero, riccamente tannico e allo stesso tempo fluido, disinvolto, armonioso, con un tocco di fiori rossi e di spezie orientali che alleggerisce e prolunga la chiusura meravigliosamente profonda. Che dire… di gran lunga il miglior vino assaggiato a Merano Wine Festival 2021!

97/100

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