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Giovanni Rosso e la Vigna Rionda: storia di un Barolo stratosferico

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Ho cercato per anni il Barolo “trasumanante” – quello che ti fa sobbalzare dalla sedia – e l’ho trovato in una giornata uggiosa, nebbiosa, con i postumi di una sbornia clamorosa da smaltire e l’ombra di un nuovo lockdown a complicare le cose.

Nel bel mezzo di una mattinata che definire mesta è riduttivo, sono andato a visitare una delle aziende più gettonate della Langa e forse della penisola intera: quella di Giovanni Rosso a Serralunga d’Alba. Avevo già assaggiato i suoi vini l’anno scorso ed ero rimasto di sasso. Mi aspettavo cose grandi, ma non COSÌ grandi. Il Barolo Vigna Rionda Ester Canale Rosso 2016 è qualcosa di grandioso, ineffabile: semplicemente uno dei vini più profondi e completi che abbia mai assaggiato.

Come una meteora, Alberto, cantiniere di Giovanni Rosso, mi travolge con la sua parlantina svelta e, nel giro di pochi minuti, mi fa passare tutti i magoni. Racconta che è qui da tre anni e si sente già parte della famiglia. Ripercorriamo insieme la storia dell’azienda dagli anni duri della guerra al nuovo corso dopo il passaggio di mano da Giovanni, che è venuto a mancare una decina d’anni or sono, a suo figlio Davide, genio eversivo che, nel giro di pochi anni, ha traghettato questa cantina nell’Olimpo del Barolo. Passiamo nell’area che ospita i tini di cemento per la fermentazione e assaggiamo due vini “atti a divenire Barolo” 2020. Mi stupisce l’equilibrio disumano che evidenziano già in questa fase. Penso che troverebbero una collocazione nel mercato se venissero imbottigliati seduta stante e venduti a mo’ di noveau senza macerazione carbonica.

Entriamo nella bottaia e noto subito qualcosa di strano: tra le botti di Garbellotto c’è un quadro neo-rinascimentale con una veduta di Serralunga nel mezzo. Avendo già visto dei dipinti nella saletta all’ingresso, domando ad Alberto se i Rosso siano degli appassionati d’arte. Mi risponde: “ No, ma c’è una storia interessante dietro questo quadro”. Procediamo con la degustazione da botte: prima Serra, il Cru più precoce, poi Cerretta, la “femme fatale”, e solo alla fine il Vigna Rionda, tesoro di Ester.

Durante la Guerra la famiglia è stata costretta a vendere il proprio ettaro di Vigna Rionda per non morire di fame. Negli anni cinquanta l’ha ricomprata un loro cugino, Tommaso Canale, che ne è stato il proprietario fino alla morte. La mamma di Davide, Ester Canale, ha fatto un voto alla madonna nella speranza di riavere indietro quel vigneto e, quando finalmente l’hanno ereditata, ha commissionato questo quadro a un pittore toscano. Il volto della madonna è quello di Ester Canale, la figura a sinistra è un amico di famiglia e Davide è il putto a destra”.


Su Tommaso Canale ho sentito storie da romanzo di Fenoglio: pare fosse un contadino schivo, scorbutico e piuttosto avaro. Si dice che sia morto di freddo e che il suo Vigna Rionda, per quanto vinificato alla bell’e meglio, riuscisse nelle migliori annate ad esprimere il potenziale mostruoso della parcella.“ Tommaso vendeva parte delle uve delle sue vigne centenarie a Giacosa, che le utilizzava per produrre il Collina Rionda”. Prezzo del monumento in questione? 981 dollari nelle aste.


Non mi soffermo troppo sulla parte tecnica perchè, in certi contesti, parlare di lieviti, tostature dei legni, portainnesti è quasi superfluo. Posso, dire, però, che in vigna si utilizzano solo rame e zolfo “salvo casi di annate particolarmente difficili” e che l’affinamento avviene in botti grandi francesi e di Slavonia. Ovviamente le filtrazioni sono messe al bando e i solfiti… beh potete immaginarlo!

Salgo su nella saletta chic con quadri di pittori contemporanei che richiamano Botero, Modigliani, Monet, e mi vado a sedere davanti ad un line up formidabile che include anche tre chicche inattese. Le prime due sono i vini che Davide produce da qualche anno sull’Etna. “ Siamo stati i primi produttori di Langa ad investire sull’Etna. Abbiamo comprato tre ettari di vigna nel versante Nord piantati a Carricante e Nerello Mascalese. L’Etna Bianco è particolarmente importante per noi, perché è l’unico bianco che facciamo. Qui in Langa non abbiamo uve bianche”. Mi viene offerto anche lo Champagne Le Mesnil. “ Si è palesata l’occasione di importare gli Champagne di questa cooperativa, che è la più importante di Mesnil Sur Oger, e Davide l’ha colta”.

Faccio una pausa all’aperto a metà degustazione e vedo un uomo in camicia bianca e jeans che sfreccia in mezzo al piazzale. Mi basta osservare il portamento molleggiato da rockstar e l’espressione che trasuda self-confidence per capire di chi si tratta: è lui, Davide Rosso, il prodigio della Rionda. Mi stringe la mano – anche se non si potrebbe fare – e si scusa perché ha fretta e non può trattenersi con me. Apprezzo la schiettezza dei suoi modi: niente sorrisoni falsi, solo tanto carisma. “ Non è facile rapportarsi con lui – mi spiega Alberto – ma è una persona meravigliosa. Andiamo d’accordo praticamente su tutto!”.

Gli assaggi

Langhe Nebbiolo Vigna Rionda 2018 (da botte)

“ Per una questione di onestà, abbiamo deciso di produrre questo Langhe Nebbiolo dalle vigne reimpiantate e il Barolo da quelle centenarie. E’ costoso per la tipologia, ma secondo me è fantastico.” In questa fase giovanile il fratellino del gigante di casa si presenta con un colore rubino splendente e tira fuori fragranze di mosto fresco, lampone e rosa canina. In bocca è soavissimo e suadente, polposo di susina e pesca gialla e teso nel finale agrumato. Il quadro non è ancora nitido, ma s’intuisce una stoffa invidiabile.

91-93/100

Barolo Vigna Rionda Ester Canale Rosso 2018 (da botte)

Spillato dalla botte Garbellotto, nel bel mezzo del cammino che lo porterà alla bottiglia, si presenta schivo, ritroso, scuro di ruggine e balsamico di menta e pastiglia alla viola. Il sorso è tonico, floreale e minerale, chiaroscurato nel frutto che è un po’ mora e un po’ lampone. Il tannino è travolgente, il finale tonico, agrumato, lunghissimo…

95-98/100

Langhe Nebbiolo 2017

Il vino “entry level” della linea… e che entry level! … Aromi di anice stellato e terra bagnata, cipria, qualche traccia floreale, delineano un profilo da “Barolino” che viene confermato da un sorso per niente banale, giocato tra guizzi d’arancia sanguinella e classici ritorni floreali. La cosa strana è che prodotto da uve di Roddino, comune che ha gli stessi, identici suoli di Serralunga, ma non rientra nella DOCG.

90/100

Barolo 2015

Proviene da vari appezzamenti in vari comuni ed esibisce un profilo sintetico: nè troppo austero, né troppo concessivo. Esordisce su toni animali e progredisce su aromi di ribes nero, legni balsamici, pot-pourri. E’ imperniato su di un tannino muscoloso che fa da spola alla mora, alla ciliegia e allenta la presa nel finale terroso, boschivo. Dei quattro Baroli, è quello più godibile seduta stante.

90/100

Barolo del Comune di Serralunga 2016

Blend da Cru come Broglio e Meriame, nei quali i Rosso hanno appezzamenti così piccoli che non avrebbe molto senso imbottigliarli separatamente. Come da canone per questo comune, esprime aromi più scuri e profondi, di tabacco e concia, fruttini aciduli, fiori blu. E’ magro e sanguigno, austero, ma non ostico. Il tannino è poderoso, ma ben integrato e in chiusura tornano il frutto e il fiore a mitigare le asprezze. Per il momento lo terrei da parte.

92+/100

Barolo Serra 2016

Il Cru più precoce e anche quello più vicino alla cantina: non fosse per la nebbia, riuscirei a vederlo dalla saletta. Parte in quinta e spara all’attacco aromi affascinanti di lampone e rosa appassita, liquirizia, grafite, essenze di sandalo. E’ armonioso e disinvolto, sostenuto da un tannino tosto, ma ben fuso nel corpo, che allenta la presa in un finale profondo su toni di anice e mina di matita. Dimenticarlo in cantina è cosa buona e giusta, ma lo berrei anche adesso con una bistecca di bue grasso.

95/100

Barolo Cerretta 2016

Alla faccia di chi fa Baroli tutti uguali: il passaggio da Serra a Cerretta è spiazzante. Per Alberto questo Cru rappresenta “l’eleganza assoluta” e, in effetti, gli aromi di cipria, cannella, creme de cassis, incenso, gingilli cosmetici che non saprei nominare, sembrano dargli ragione. Il sorso è completo: da una parte c’è il tannino forzuto e dall’altra una polpa fruttata, una verve balsamica e agrumata che rende un’idea di armonia e finezza rara. A questo potevo ringraziare e appropinquarmi verso l’uscita. E invece…

96+/100

Barolo Vigna Rionda Ester Canale Rosso 2016

E invece c’è lui: il mostro che entra silente e poi comincia a ruggire. Soave, balsamico di infusi da Vermouth, legni aromatici, confettura di lamponi; poi più scuro: terragno, animale, ematico. Lo lascio da parte, proseguo con l’ Etna Rosso, vado a prendere una boccata d’aria e torno indietro. E’ diverso: mi assicuro di aver preso il bicchiere giusto. Lo sento che oscilla tra frutto e terziari e poi s’infrange in una nube di menta e spezie assortite. Il sorso dispensa brividi: è solare e scuro allo stesso tempo, agrumato e floreale, balsamico e minerale; il tannino è perfetto, il finale lunghissimo ripropone tutti gli aromi in sequenza e cambia un po’ ad ogni sorso. E’ un vino caledoiscopico, tetragono, ipnotico: Galloni l’ha definito il “Musigny del Barolo” e mi sembra che la definizioni calzi a pennello. E’ semplicemente uno dei liquidi più spiazzanti, affascinanti, gloriosi che mi sia mai capitato di annusare ed assaporare!

100/100

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