Lo spostamento dei vigneti in quota e nell’entroterra è una tendenza in qualunque regione dello stivale: per molti si tratta dell’unico antidoto a calore e siccità in aumento, che , da qui a cinquant’anni, potrebbero trasformare le nostre dolci e bucoliche colline a due passi dal mare in deserti incoltivabili.
Ma è un conto è piantare qualche piccolo appezzamento in montagna per sperimentazione e un altro è spostare un’azienda intera. Questa scelta – un po’ drastica, ma, con il senno di poi, visionaria – l’ha presa Domenico “Mimmo” Pasetti nel ‘1999, quando il riscaldamento globale era ancora un’ipotesi. Lui, francavillese di nascita ma discendente da una famiglia che era emigrata dal Veneto in cerca di uve da taglio, ha abbandonato la zona ad alta densità vitata a ridosso della Costa teatina per approdare nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.
Un progetto su larga scala, partito con l’impianto di vigneti a Pescosansonesco, su crinali tra 450 e 550 metri d’altitudine che guardano la valle del Pescara, e proseguito con l’acquisizione di altri tenimenti a Capestrano, nella valle del Tirino. “ Zone perfette per la maturazione dell’uve, per le escursioni termiche e per la ventilazione che discende dalle montagne – ci spiega – Non abbiamo nemmeno problemi di gelate, perché l’inversione termica fa si che il grande freddo, come il caldo, si accumuli nelle zone più basse.” E nel 2023, abbia horribilis per il vino abruzzese in cui la peronospora ha causato perdite fino al 100% del raccolto in alcune zone, l’azienda ha un registrato una flessione di appena il 10%”, peraltro senza ricorrere a trattamenti sistemici: “ la conduzione biologica è obbligatoria se si vuole avere il simbolo del Parco Nazionale sulla bottiglia”.

Tra i 100 ettari vitati di proprietà c’è anche un parcella sperimentale di circa 2 ettari e mezzo, piantata sotto la supervisione dell’agronomo superstar Maurizio Gily a 950 metri d’altezza in quel di Forca di Penne, valico anticamente attraversato dai tratturi che connette le aree interne con il versante che guarda il mare. “ Abbiamo piantato Chardonnay e Pinot Nero per fare spumante Metodo classico – spiega Pasetti – ma non è detto che in futuro non si possa sperimentare anche con vitigni autoctoni”. La sfida più grande in un contesto come questo è il vento, che può essere tanto forte da arrecare danni: “ ci stiamo organizzando per mettere delle barriere frangivento”.
La produzione, ancora trasformata e affinata nella cantina storica al confine tra Pescara e Francavilla al Mare, perché le autorizzazioni per la costruzione di una cantina a Pescosansonesco stentano ad arrivare, si attesta sulle 800.000 bottiglie, con una netta prevalenza di bianchi e rosati. Le vigne di Capestrano sono quasi interamente dedicate al Testarossa Terre Aquilane: non un Cerasuolo ma un Rosato IGT che, insieme, al Pecorino Colle Civetta, rappresenta il cavallo di battaglia dell’azienda, forte di una tiratura sui 260.000 esemplari e di uno stile a metà strada tra quello carico, da rosso leggero, della tradizione e quello più delicato in voga più o meno in tutto il mondo.

Poi c’è il nuovo Cerasuolo d’Abruzzo Superiore Testarossa 2023, proveniente da una singola parcella a ridosso del Lago di Capodacqua, bacino artificiale famoso per le sue acque completamente cristalline, che lasciano intravedere resti di antiche abitazioni sul fondale. Prodotto con una tecnica insolita, che consiste in una pressatura dell’uva all’arrivo in cantina e nella successiva aggiunta di una quota di bucce durante la fermentazione, ha un colore da rosso scarico, quasi da Pinot Nero, preludio a un naso prorompente di ciliegia ferrovia, liquirizia, rosa rossa e un soffio di spezie a ravvivare. Goloso, ricco, ma con acidità ben profilata e qualche guizzo tannico a dare spessore e versatilità a tavola, la tiratura limitata corrisponde ad un prezzo ambizioso per la tipologia. Ha le credenziali giuste per diventare uno dei vini di punta della denominazione.
Ma l’apice della linea Pasetti è Harimann, una selezione di Montepulciano che contraddice l’idea secondo la quale in quota non si potrebbero produrre solo vini “gracili”: da vecchio vigneto a tendone in quel di Pescosansonesco, abbina estratto notevole ed alcol solitamente sopra i 15 gradi ad acidità impetuose da vino di montagna. Nel nome si rifà alla storia leggendaria degli Arimanni, guerrieri longobardi presenti in Italia nell’epoca in cui il Granducato di Spoleto comprendeva una parte dell’Abruzzo, che, in età avanzata, lasciavano le armi per dedicarsi alla viticoltura.
Mimmo non nasconde di aver tratto ispirazione dall’Amarone per il suo concepimento: “ la differenza è che qui la potenza deriva dalla maturità e della ricchezza naturale dell’uva e non da un metodo specifico di produzione”.
In tempi in cui leggerezza e sottrazione sono le parole chiave, Harimann non è di certo il vino più modaiolo che ci sia. Eppure la verticale di sei annate ha evidenziato una capacità di tutt’altro che scontata di mettere insieme potenza ed energia, di evolvere bene e rimanere fedele a sé stesso nel tempo, evitando derive ossidative di qualunque sorta e conservando quella ricchezza fruttata che è il marchio di fabbrica del Montepulciano d’Abruzzo.
La verticale di Montepulciano d’ Abruzzo Harimann di Pasetti:
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