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Amorotti 1521: una cantina dal fascino stregante nel Grand Cru d’Abruzzo

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Due porte dopo il Palazzo dei Valentini, su Via del Baio, asse che attraversa il centro storico e congiunge il Castello Chiola e la Chiesa di San Pietro Apostolo.

Lo scenario del nostro incontro in quel di Loreto Aprutino, villaggio Grand Cru d’ Abruzzo, é un palazzo quattrocentesco che è stato prima convento e poi residenza di una famiglia aristocratica. Gaetano Carboni, erede dei baroni Amorotti, lo ha recuperato negli ultimi otto anni, e, con il supporto tecnico di Nicola Di Ciano, enologo e agronomo che segue parecchie aziende da queste parti, ha messo su quella che, a nostro avviso, è la più fascinosa delle realtà emergenti d’Abruzzo.

Usare il termine “emergente” per definire una realtà che affonda le sue radici in una storia plurisecolare può sembrare un po’ bizzarro, ma, di fatto, il nome Amorotti è ancora poco noto nella cerchia degli appassionati. Potrebbero presentarsi come i “vicini di Valentini” per far aguzzare le orecchie, ma penso che il paragone costante con una star di questo calibro non sia poi così conveniente. Esiste, però, un elemento fondamentale che accomuna queste sue realtà e, per scoprirlo, dove avete arrivare fino in fondo all’articolo…

(Ri)scoperta

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Venticinque anni tra il momento in cui gli ultimi discendenti degli Amorotti sigillano la porta della cantina di famiglia e quello nel quale Gaetano, già fondatore del centro culturale rurale Pollinaria, decide di riaprirla. Un lungo lasso di tempo nel corso nel quale nessuno ha osato addentrarsi in quegli ambienti bui, polverosi, pieni di muffe e di ragnatele. “ Rientrare qui dentro è stato come fare un salto del passato – ci spiega Gaetano – tutto era fermo a un’epoca in cui la tecnologia non esisteva” 

Subito gli balena in mente l’idea di recuperare la cantina attraverso un restauro conservativo e di rimettere in sesto i sedici ettari di vigneto che la sua famiglia possiede in tre quadranti diversi del comune. “ Ci sono voluti tre anni per recuperare tutto. La prima vendemmia siamo riusciti a farla nel 2015. I primi vini li abbiamo messi in commercio in 2018.”. Il sottoscritto stappa il Montepulciano al Don Gennaro di Pescara nel Gennaio del 2019 e ne rimane immediatamente colpito. Per una volta, posso dire davvero di aver seguito l’azienda fin da suoi esordi. 

La cantina 

Gaetano cerca l’effetto sorpresa, e quindi ci chiede di non fare foto all’interno della cantina. In ogni caso, se le avessimo fatte e ve l’avessimo mostrate senza dirvi di che posto si tratta, avreste sicuramente pensato alla cripta di una cattedrale, alla prigione di un castello o al laboratorio di un alchimista. L’ambiente, infatti, è buio, nudo, cavernoso, un po’ fantasy e un po’ dark. Nel mezzo, ai piedi della chiocciola che conduce dal cortile al sotterraneo, c’è un pozzo luce dal quale trapela luce fioca, grigiastra. Sulla sinistra, una stanzetta collegata alla strada da un tombino: è da lì che si fanno passare le uve. Dalla parte opposta, un’altra stanza più grande, sormontata da una volta a crociera, dove, tra nicchie da sacrario e lampadari che emanano luce soffusa, troviamo le grandi botti nelle quali i vini compiono tutto il loro percorso.

È un metodo tipicamente loretese: le vasche di acciaio le usiamo solo per i travasi e per una breve sosta prima dell’imbottigliamento. Per il resto, i vini, bianchi o Rossi che siano, fermentano e affinano nella stessa botte a contatto con i lieviti.” In realtà questa era il modo in cui si faceva il vino quasi ovunque fino a una sessantina d’anni fa. Poi sono state introdotte le vasche d’acciaio, che sicuramente scongiurano le derive ossidative, ma, secondo loro, sottraggono al vino qualcos’altro. “ Nella botte proliferano i lieviti, che poi, nel corso della fermentazione spontanea, vanno a creare il profilo del vino – spiega Nicola – il nostro protocollo è tradizionale: niente chimica, solo rame, zolfo e sovesci; niente additivi in cantina, nessuna filtrazione e solforosa sempre sotto i 60 milligrammi litro. Non raffreddiamo nemmeno le uve perché il freddo è morte, e noi vogliamo fare vino vivo”.

Sarebbero in teoria vini emergenti, e in quanto tali embrionali, migliorabili, ma, a quanto pare, la fauna microbica presente in questo ambiente ha il suo peso. Qualcuno – non Gaetano e nemmeno Nicola – ci confessa, in questa stessa giornata, che il segreto del “vicino superstar” non risiede tanto nelle vigne, che sono analoghe in termini di suolo ed esposizione a quelle degli altri produttori della zona, ma nella cantina, che al suo interno ospita un patrimonio genetico assolutamente inestimabile.

“ Vedete qui – ci dice Gaetano, indicando un’iscrizione del muro – hanno contrassegnato la posizione di una botte. C’è anche la data: 1917”. E’ una frase che la dice lunga sul segreto loretese: sono proprio queste mura intrise di storia – e di organismi invisibili – a costituire il fil rouge che accomuna Valentini e Amorotti. In loro assenza, i vini di quest’azienda sarebbero giovani e spensierati. Grazie a loro, invece, riescono già a mostrare una profondità che, nella maggior ragione parte dei casi, non si riesce a tirar fuori prima di una quindicina di vendemmie…

Gli assaggi (da botte)

Trebbiano d’ Abruzzo 2019

Di questo vino mi sono innamorato l’anno scorso in una cena al Vecchio Teatro di Ortona. Penso che se in quell’occasione me l’avessero servito alla cieca, avrei pensato a Loira, Chablis, o qualcos’altro del genere. Solo sapendolo, ho trovato il fattore “Loreto Aprutino”, che risiede proprio nell’assoluto imprevedibilità aromatica (foraggiata chiaramente dalle fermentazioni spontanee). Prime volte a parte, il 2019 è già ben delineato. Di Valentiniano ha il colore già tendente al dorato e gli sbuffi di senape, miele d’acacia, oliva verde, pepe bianco. E’, però, più sottile, più teso e verticale del Trebbiano di Francesco Paolo, che, invece, è polposo, robusto, terragno. Sul taccuino virtuale – alias note dell’Iphone – ho scritto: “ acidità e mineralità che trafigge e conquista, tocco boisè e polpa di susina gialla a corredo”. Mi sembra una bella sintesi…

91-93/100

Cerasuolo d’ Abruzzo 2019

Niente di scontato in questo Cerasuolo mediamente carico – non troppo per la tipologia – che propone guizzi minerali, ferrugginosi e toni di mandarancio e visciola immatura al posto della classica, rosellina, fragolina… tutto in -ina di certi Rosatini omologati. Il sorso è rustico e caloroso: c’è una traccia vegetale che lo rinfresca e una percezione tannica abbastanza evidente che fa pensare ad abbinamenti favolosi con arrosticini, pallotte cac’ e ove e altre leccornie locali…

88-90/100

Montepulciano d’ Abruzzo 2017

Scuro, didatticamente tintorio, propone aromi di radici e sottobosco, cola, carrube, viole essiccate, un tocco animale e un bell’assortimento di erbe da infuso. In bocca il frutto ricchissimo, quasi masticabile, è smorzato da un tannino vispo, gagliardo e da un ritorno balsamico rinfrescante. Il finale è tutto giocato su sbuffi alcolici mai sopra le righe e ritorni classici, inconfondibili di olive nere. Gli s’addice la metafora del “culturista in frac”.

90-92/100

Voglio una cantina vera: un posto dove si senta il respiro della storia e della terra” (Gaetano Carboni)

Ebbene, mi sembra che questo traguardo sia stato raggiunto. Amorotti è un’azienda viva, vera: un baluardo di autenticità in una regione – la mia regione d’origine – dove in tanti hanno cavalcato le mode…e ora ne pagano le conseguenze!

Amorotti 1521

Via del Baio, 9

65014 Loreto Aprutino PE

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