La Francia da un lato, la Nuova Zelanda all’altro. Nel mezzo il nostro Friuli, affetto da una perenne crisi d’identità. Le vecchie glorie del Collio e dei Colli Orientali avevano tracciato una via “territoriale” d’interpretare l’uva francese, ma poi c’è stata una deriva modaiola che ha portato il Sauvignon friulano a strizzare l’occhio alle tendenze del Nuovo Mondo.
Per un periodo è sembrato che la via del vegetale spinto dato dalle pirazine sparate e del profumo esplosivo fosse quella maestra. Oltre a riscuotere un certo successo sul mercato nazionale, i vini godevano anche del plauso della critica nostrana quando era ancora in grande spolvero e dei giudici dei consorzi internazionali, che avevano addirittura insignito un esempio lampante di questo stile del titolo di “miglior Sauvignon del mondo”.
Ma il trend è stato tanto travolgente quanto effimero: un’indagine del 2015 ha contribuito a ribaltarlo. Un’inchiesta relativa ad un additivo commercializzato da un enologo senza regolare autorizzazione – ma utilizzato senza problemi in altre nazioni – che si è conclusa con il patteggiamento da parte di molti dei produttori coinvolti: inevitabile a prescindere da tutto per non rimanere intrappolati nel labirinto kafkiano della giustizia italiana. Nonostante il grande pubblico l’abbia dimenticata molto in fretta, lo strascico, a detta dei produttori, è stato pesante anche per chi non era direttamente coinvolto, con un danno economico a breve raggio per l’intero territorio quantificato in almeno due milioni di euro. “ Colpa anche dei media che hanno fatto di tutta l’erba un fascio, ingigantendo la questione, e della politica che ha parlato dei produttori come di “mele marce”, senza neanche sapere quale fosse la vera materia del contendere” ha confessato qualcuno. Vi ricorda per caso qualche episodio più recente?
La sensazione, in ogni caso, è che non tutti mali siano venuti per nuocere: proprio nel momento in cui la moda del Sauvignon ha cominciato a tramontare, i produttori dei Colli Orientali hanno trovato una quadra più territoriale. Non che alcuni dei vini prodotti in precedenza non lasciassero già intuire un certo potenziale: la verità che è molte delle etichette che puntavano tutto sul vegetale sulle prime poi cambiavano radicalmente volto in evoluzione, perdendo gran parte della loro esuberanza verde-esotica in favore di toni più complessi ed intriganti: sarebbe bastato allungare di un po’ l’affinamento anziché mettere tutto in commercio subito.
La svolta, però, ha cominciato ad essere più decisa anche sui vini giovani a partire dell’ultimo quinquennio. “ È il momento in cui molte aziende hanno iniziato a vendemmiare più tardi per evitare gli eccessi pirazinici – ci ha spiegato Matteo Bellomo, brand ambassador del consorzio Colli Orientali – e nel frattempo molti vigneti in cui dominava l’ R3, che è il clone che dà le versioni più verdi, sono stati soppiantati da biotipi francesi, spesso provenienti dalla Loira”.
Oggi incontrare versioni super-piraziniche è ancora possibile, ma i migliori Sauvignon dei Colli Orientali e del Collio sono fatti di tutt’altra pasta.

Tutto questo ci porta all’evento per cui saliamo saliti di recente in Friuli, ovvero una retrospettiva dedicata ai vini dell’azienda Valentino Butussi che ha avuto come protagonista proprio il Sauvignon. La storia aziendale è quasi un case study di piccola imprenditoria italiana: inizia tutto con papà Angelo, che si stacca da un grande clan familiare di viticoltori e inizia a produrre vino imbottigliato in proprio nel 1973. Nonostante i soli 7 ettari di terra a disposizione, riesce a costruire un brand riconosciuto a livello internazionale. La vera svolta, però, arriva con la nuova generazione: i figli Tobia, Filippo e Matia studiano e fanno esperienza fuori regione, subentrano gradualmente e intraprendono un progetto di espansione dell’azienda che li porta ad avere ben 26 ettari in gestione, convertono le parcelle all’agricoltura biologica. Nel frattempo rilevano anche una casa di campagna al confine tra Collio, Colli Orientali e Grave che trasformano in agriturismo; aprono una piccolo punto di ristorazione, L’Osteria del Pinot Grigio Ramato, che completa il ciclo servendo piatti caserecci con materie prime prodotte in proprio – come i salumi e le carni dall’ allevamento di famiglia – oppure selezionati nel circondario.
La produzione è più limitata di quanto il nome piuttosto noto lasci pensare: circa 100-120.000 bottiglie tra linea “classica” e Pecal, ovvero i vini di punta che provengono da singolare parcella. Ma la prerogativa che definisce l’azienda è decisione di mantenere da parte una quantità cospicua della produzione e rilasciarla dopo alcuni anni di affinamento. Dunque questa verticale di Genesis, il Sauvignon della linea Pecal, non è stata solo un esercizio stilistico: alcuni dei vini in degustazione sono tutt’ora disponibili in catalogo.
Genesis: origine e metodo di vinificazione
La parcella di provenienza area si trova ai piedi della fascia collinare, con esposizione a Sud-ovest, e su suoli di origine alluvio colluviale, composti da marne in profondità e pietre calcaree in superficie. Durante il periodo estivo le correnti discendenti dalle alpi s’ incanalano in questo fondo, creando escursioni termiche che superano i venti gradi tra il giorno e la notte. Il vigneto è piantato con diversi cloni di Sauvignon Blanc e il famigerato R3 è in minoranza.
Il mosto fa una macerazione a freddo di circa 24 ore; poi circa il 15% della massa va in botte di rovere da 700 litri, mentre la restante parte fermenta in acciaio inox. L’imbottigliamento avviene di consueto durante la settimana successiva alla Pasqua e l’affinamento continua in bottiglia per circa 12 mesi.
Il confronto con la Francia che conta
Oltre ad assaggiare quattro vendemmie di Genesis, abbiamo anche avuto la possibilità di andare a fondo con il Sauvignon “base”, arrivando fino all’annata 2000. A conclusione di questo percorso, sono arrivate altre tre bottiglie coperte da carta stagnola. Altre annate di Genesis? Altri vini di riferimento del territorio? I presenti hanno messo in ballo tutte le ipotesi possibili, salvo poi scoprire che nessuno dei tre vini proveniva dal Friuli.
Silex di Didier Dagueneau è un nome che fa venire il batticuore agli enofili scafati e due dei tre vini serviti alla cieca erano proprio millesimi diversi di questa icona d’oltralpe. Nel raffronto con Genesis si è dimostrato diverso, ma non in maniera eclatante. Esprime più tensione acida anche in un’annata calda come la 2017, ma il punto comune con sta nell’espressione misurata della parte vegetale e nella buona ricchezza strutturale che li allontana entrambe dallo stile più “ossuto” dei neozelandesi.
Nicolas Barbou, invece, è un vigneron in inarrestabile ascesa del comprensorio del Touraine: il suo Folie Insolite è un po’ ampio e concessivo del Silex e ci è sembrato ancor più affine al Genesis, con nette somiglianze con la 2019 più che con la giovanissima 2021, anche per la gestione molto simile del legno che va a rimpolpare senza snaturare.
La verticale del Sauvignon Friuli Colli Orientali Genesis di Valentino Butussi:
(clicca sul vino per leggere la nota di degustazione completa)
I tre vini francesi:
Nicolas Barbou – Touraine Oisly Folie Insolente 2021








