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Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese: quattro vini fermi e sei spumanti per scoprirlo

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Il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese sta risorgendo dalle ceneri. Queste dieci interpretazioni sono tra le migliori che potete trovare in circolazione.

Lascio la villa seicentesca dei conti Giorgi di Vistarino, percorro con l’auto i tornanti che sormontano i colli ricoperti di boschi e di vigne, passo una cascina sulla cima di un pendio, la cancellata di un podere gentilizio, e all’improvviso ho una sorta di dejavu. Ci penso attentamente e a primo acchito mi vengono in mente il Monferrato e il Tortonese, che condividono parte del profilo paesaggistico con la fascia collinare dell’ Oltrepò Pavese che va da Voghera a Santa Maria La Versa. Poi, però, mi accorgo che non è una questione di scenario: c’è un legame più sottile che connette l’areale con un altro che conosco bene: i Castelli Romani. Potrà suonare strano a chi non le conosce bene, ma queste due terre da sempre considerate “figlie di un Bacco minore” hanno tre elementi fondamentali in comune: A) la vicinanza con la grande città, che è croce e delizia per il loro comparto vinicolo b) la reputazione compromessa dagli errori del passato (e del presente…) c) il tentativo di rilancio da parte di alcune aziende che, non trovando il supporto delle istituzioni consortili, hanno deciso di organizzare un evento in proprio per dimostrare che c’è vita aldilà delle vagonate di bottiglie vendute a prezzi stracciati.

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E’ così che, a Giugno a Grottaferrata e a settembre tra Rocca de’ Giorgi, Montecalvo Versiggia e Santa Maria della Versa, mi ritrovo ad approfondire la conoscenza di territori meravigliosi , ma bistrattati, grazie agli sforzi di produttori che rinunciano alle beghe di vicinato per convergere su punti fermi che vanno ben aldilà del DOC: nel primo caso l’appartenenza al comune di Grottaferrata, forse il più prolifico del panorama castellano; in quest’occasione la valorizzazione del Pinot Nero, vitigno cardine della produzione del pavese.



Alla prima edizione di Oltrepò Terra di Pinot Nero – kermesse che spero diventi un appuntamento annuale – hanno aderito venti aziende che rappresentano i mille volti di un territorio vasto – circa 650 chilometri quadrati d’estensione – e molto variegato. “ C’è un po’ di tutto all’interno di questo gruppo – spiega Carlo Veronese, neo-direttore del consorzio dell’Oltrepo Pavese, che ha già fatto un grande lavoro fatto negli anni al servizio del Consorzio Lugana – è bello avere nello stesso luogo aziende piccolissime e un gigante come La Versa, che, con circa 1.300 ettari gestiti, è la cooperativa più grande di tutta la Lombardia”.


Si è deciso di fare quadrato intorno al Pinot Nero per una questione di qualità e anche di numeri: l’Oltrepò Pavese è il terzo produttore in Europa di vini da questa varietà dopo Champagne e Borgogna. Sono 3.500 gli ettari dedicati – pari a circa il 27% della superficie vitata totale – e più di 100 i cloni autoctoni e alloctoni piantati su queste colline formate da rocce sedimentarie di origine marina.

La tradizione vuole che siano stati i Conti Vistarino di Rocca de’ Giorgi a introdurre il vitigno dalla Francia intorno al 1850 e a dare il via alla tradizione spumantistica della regione. I Giorgi, poi, hanno fatto la fortuna del territorio anche nel secondo dopoguerra, fornendo le uve utilizzate per il famoso Pinot della Rocca, vino popolarissimo a cavallo tra gli anni 60’ e 70’ che ha fatto da volano per la spumantistica pavese, incentivando anche gli investimenti degli imbottigliatori da altre zone, Berlucchi in primis. “Era una viticoltura sociale e mezzadrile che faceva utili – ci spiega Ottavia Giorgi di Vistarino, ultima discendente della casata – nel nostro caso, la domanda era così alta che mio padre faceva il prezzo e i clienti si limitavano ad accettarlo. Avevamo 50 famiglie di mezzadri nella tenuta e godevano di un certo benessere economico, perché quel 61% di uva che trattenevano per contratto fruttava bene”. Purtroppo il successo duraturo di questo modello, unito ad un assetto produttivo estremamente arcaico – si pensi che gli ultimi mezzadri sono andati via nel 2020 – ha comportato un ritardo nell’evoluzione del panorama. Tutt’oggi lo zoccolo duro dell’areale è composto da piccole aziende familiari che vendono le uve o lo sfuso agli imbottigliatori, vinificatori con un mercato strettamente locale e cooperative. In un certo senso, le aziende che hanno aderito alla manifestazione – mettendo da parte La Versa – rappresentano l’eccezione e non la regola. Se facessi solamente fede sugli assaggi fatti in quest’occasione, potrei dire che gli spumanti metodo classico dell’Oltrepo Pavese sono tra i migliori d’Italia in termini di qualità media – anche se manca un vero mostro sacro – ma la verità è che al di fuori di questa nicchia d’eccellenza si trova veramente di tutto e non si può comprare a scatola chiusa.

Sicuramente il dato più interessante emerso da questo rendez-vous è la piacevolezza e la non omologazione degli spumanti rosè in generale e in particolare dei Cruasè. Cruasè è una crasi delle parole Cru e rosè coniata nel 2007 per indicare una nuova tipologia. Il Cruasè è un Metodo Classico rosè prodotto da sole uve Pinot Nero che generalmente viene ottenuto attraverso la tecnica della macerazione in pressa, in modo tale da avere un colore acceso – più cerasa che buccia di cipolla – e lievi sensazioni tattili/tanniche che danno tridimensionalità al sorso. Senza nulla togliere alle versioni bianche, che nei migliori casi hanno affinità con gli Champagne Blanc de Noirs, è proprio questa vinificazione in rosa a dare una marcia in più ai vini sul fronte della territorialità.


Tutt’altro discorso quello relativo al Pinot Nero tranquillo: in questo caso non esiste una tradizione secolare. E, in assenza di una cifra stilistica comune dettata dalla storia, i produttori sperimentano e spaziano dalle versioni giovani in acciaio o cemento da bere fresche con piatti leggeri – che forse sono le più centrate in questo momento – a riserve prodotte da singoli vigneti “a a la mode bourguignonne”. Generalmente parlando, la qualità in questa categoria è più altalenante, ma mi sento di spezzare una lancia in favore di chi sta facendo di tutto per travalicare lo stereotipo del Pinot Nero italiano rustico, cicciotto e monocorde. Il primo esempio che mi viene in mente é proprio quello di Conti Vistarino: negli ultimi anni Ottavia ha investito molto sulla produzione di vino rosso, selezionando parcelle specifiche da cui ricava quattro Cru che, nelle migliori annate, hanno una trama di finezza quasi borgognona.

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Altro esempio virtuoso è quello di Cordero San Giorgio, boutique winery rilevata nel 2019 da una storica famiglia di Castiglione Falletto, baricentro del Barolo, che sta puntando molto sul Pinot Nero tranquillo, con studi specifici cloni e suoli. I tre fratelli che conducono l’azienda si sono formati in Borgogna e Nuova Zelanda e hanno importato il know how di quei territori per produrre vini che, già al loro esordio, convincono per eleganza, equilibrio e soavità.

LA PICCOLA GUIDA AGLI SPUMANTI DELL’OLTREPO’ PAVESE

GLI SPUMANTI

Ballabio – Farfalla Noir Collection Zero Dosage


Pietra focaia e crema di caffè, erbe aromatiche, vaniglia e pasticcino alla fragola. E’ più voluminoso e profondo, ma anche nervoso. L’acidità travolgente fa da contraltare ai rimandi speziati e tostati e conduce il sorso fino alla chiusura non lunghissima, ma pulita e molto equilibrata.

91/100

Bruno Verdi – Dosaggio Zero Vergomberra 2016

Profuma di crema chantilly e yogurt alla fragola, mela golden e nocciola tostata. Ha sempre una dinamica accattivante, diretta, con un perlage più fine del ‘17 e una chiusura sempre tonica, rocciosa, saporita.

92/100

Conte Vistarino – 1865 2014

Miele d’acacia e cannella, pan di spagna, erbe disidratate su fondo di roccia e pietra focaia. E’ avvolgente e dritto allo stesso tempo, raffinato e seducente tra rimandi marini, rintocchi di pasticceria e una nota affumicata che allunga la chiosa.

92/100

Tenuta Mazzolino – Cruasè 2013

Ribes rosso e tarocco siciliano, erbe aromatiche, qualche traccia ferruginosa. Spiccano l’acidità e lo sprint sapido, inseguiti da rimandi speziati che rendono la dinamica molto vivace. Il frutto è fragrante, goloso, la chiusura lunga e sorprendentemente rocciosa.

93/100

Travaglino – Riserva del Fondatore 2011

Cannella, tostature e frutta secca da lunga maturazione in prima battuta, ma non ha perso una certa freschezza floreale e vegetale di fondo. C’è tutta la polpa, l’equilibrio derivante dal lungo affinamento, ma anche la giusta spinta acido-sapida che dà supporto a una progressione profonda, stratificata, che insiste in chiusura su note di miele e crema pasticcera.

93/100

La Travaglina – Julillae Cruasè 2011


Caffè a tutto spiano e curcuma, mela rossa, mirtilli in composta, liquirizia e rose appassite. Si contraddice al sorso, offrendo più slancio e tensione del previsto, sapidità arrembante, cremosità e leggera ossidazione sul fondo a prolungare una progressione completa, armoniosa. Eccezionale!

94/100

I VINI FERMI

Tenuta Mazzolino – Noir 2017

Muschio bianco e noce moscata, tostature non invadenti che incorniciano il frutto goloso, maturo come da consuetudine per l’Oltrepò, ma senza eccessi. Il tannino è appena polveroso, ma non inficia una progressione snella e succosa, croccante di ribes rosso e visciola, con un finale balsamico di finezza superiore alla media.

90/100

Frecciarossa – Giorgio Odero 2017

Versione che parte con tracce ematiche e animali in pieno stile Borgogna, per poi rivelare una vena floreale e qualche lampo fruttato. E’ robusto, non elegantissimo, ma incisivo ed equilibrato, lievissimo nella parte tannica, balsamico e tostato nel finale gradevole e abbastanza profondo.

90/100

Cordero San Giorgio – Partu 2019

Prima edizione di questa Riserva che convince per grazia e ariosità, tirando fuori aromi di melagrana e sottobosco, felce, rosa canina e ginseng. Offre una dinamica gustativa molto centrata, longilinea e fragrante di fruttini rossi immaturi, con un tannino quasi impalpabile e ritorni balsamici che rendono la chiosa soave. Buona la prima!

91/100

Conte Vistarino – Pernice 2010

Undici anni dalla vendemmia e il bouquet diventa complesso di salsa di soia e conserva di pomodoro, miscela arabica, humus e radici. Rimane comunque vivo e reattivo, floreale e mentolato nei rimandi retro-olfattivi, poi più scuro nel finale su toni di terra bagnata e creme de cassis. Per niente stanco, può regalare soddisfazioni per un altro lustro… e forse anche oltre!

93/100

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