Il paradosso è che la manifestazione si chiama vini delle coste e nasce per sostituire la vecchia anteprima Grandi Cru della Costa Toscana (raccontata qui), aprendo a tutte altre le regioni marittime d’Italia. Ma il primo vino assaggiato – e uno dei più interessanti dell’intero evento – è un Riesling da una vigna a 1050 metri nei dintorni di Careggine, borgo sperduto tra le Alpi Apuane che qualcuno ricorderà perché per un breve periodo ha ospitato un agriristoro gestito da Gabriele Bonci. In questa zona, la Garfagnana, come in altre lungo lo stivale – per esempio la Calabria Tirrenica e l’Abruzzo – la distanza tra monti e costa è minima; l’influenza marina arriva fin sopra alle vette, anzi più si va su, più diventa forte: “ è il fondovalle ad essere più schermato dai venti che vengono dal mare” spiega Andrea Elmi, uno dei due fondatori di Maestà della Formica. E allora la domanda che è sorge spontanea è: quali sono i veri limiti della viticoltura costiera? La geografia aiuta ed è difficile parlare di vini delle coste se la distanza dai vigneti al mare è superiore a 15-20 chilometri. L’influsso marino, però, gioca un ruolo tanto fondamentale quanto la posizione: ovunque non ci siano barriere geografiche che fanno da filtro, il rapporto con il mare è importantissimo, anche se il paesaggio sembrerebbe suggerire il contrario.

Le vigne di Maestà della Formica
I vini di Lucca tra Garfagnana e Lucchesia
L’occasione è ghiotta per scoprire realtà come quella appena citata, che sono il fiore all’occhiello della provincia di Lucca, diversa dalle altre della Toscana innanzitutto per ragioni storiche: la repubblica di Lucca è stato uno stato indipendente dal resto della toscana fino alle campagne napoleoniche. E poi per questa vicinanza tra cime e sponde che la rende un microcosmo geograficamente a sé stante, nonché punto di raccordo tra la Lunigiana, ovvero la zona spaccata tra tre regioni che abbraccia le province di La Spezia, Parma e Massa Carrara, e tutto ciò che c’è più a sud.
La differenza antropologica tra costa e monti alle sue spalle, quindi tra Versilia e Garfagnana, è al limite del paradossale: la prima è zona di vita mondana rivierasca e, in certi tratti, di lusso sfrenato; la seconda offre una dimensione totalmente rurale, tende allo spopolamento ed è frequentata solo da alpinisti ed escursionisti. La terra è quasi completamente incolta e le vigne , rimaste ferme all’epoca pre-industriale, riservano parecchie sorprese anche sul fronte ampelografico: sulla tavola de L’Imbuto di Tomei, tempio dell’alta ristorazione nel cuore di Lucca, il secondo vino di Maestà della Formica che compare è Gamo, rosso da assemblaggio senza precedenti di Gamay e Syrah con piccole percentuali di Nebbiolo, Aubroustine e altri vitigni rari di origine francese. “ Proviene da vigne che hanno più di 100 anni – spiega Elmi – abbiamo scoperto che a piantarle sono state donne garfagnine che, a cavallo tra fine 800’ e inizio 900’, hanno fatto da balie per la noblesse oblige francese. Ne partivano a decine da questi paesi, venivano smistate a Torino (motivo per cui c’è anche del Nebbiolo, ndr) e poi, quando tornavano a casa, portavano con loro le barbatelle”. Il progetto di recupero è agli inizi e tra i filari ci sono anche altri vitigni per ora sconosciuti che dovranno essere studiati: “ l’ostacolo è l’estrema frammentazione: per acquisire un solo ettaro di terra si può essere costretti a fare decine di atti!”. Per ora i progetti vinicoli si contano sulle dita di una mano, ma quel poco che ne viene fuori lascia intendere un potenziale tutto meno che trascurabile!
La Garfagnana è uno dei due volti della provincia di Lucca. L’altro è la zona delle Colline Lucchesi, stretta la tra la piana che va dalla costa all’interno e il sistema di rilievi ad ovest della città. Una terra di enormi ville aristocratiche costruite da ricchissimi mercanti: la più famosa è quella di Marlia, che è stata anche di proprietà della sorella di Napoleone Bonaparte. A discapito dell’apparenza sontuosa, questa parte della Toscana è rimasta a lungo in una sorta limbo, sospesa tra bellezza e decadenza e tagliata fuori da qualunque tracciato enoturistico. La ragione sta anche nel clima: la doppia influenza alpina e marittima provoca scontri tra masse d’aria che danno vita a precipitazioni fortissime, da cui deriva il soprannome goliardico pisciatoio d’Italia. Parliamo di 1400 millimetri all’anno in media, contro i circa 900 della vicina provincia di Pisa o i 600 della Maremma.
Non fosse per i suoli – spesso sabbiosi e quindi ben drenanti – il posto sarebbe il meno adatto al mondo per fare viticoltura sostenibile. Eppure, se le Colline Lucchesi cominciano ad affacciarsi di nuovo sulle mappe del vino mondiale, è grazie a chi, circa 25 anni fa, ha cominciato a far forza la proprio sulla viticoltura a impatto zero. Nei suoi 28 anni a Tenuta di Valgiano, Saverio Petrilli ha fatto da apripista per lo sviluppo di un movimento di vigneron: tra i primi seguaci di Aleksej Podolinsky, il più pragmatico tra i grandi promotori della biodinamica a livello mondiale, ha dato il la per la nascita di un cluster di aziende che oggi sono riunite nell’associazione Lucca Biodinamica. Una realtà che, al di là del denominatore comune dell’antroposofia steineriana, che può essere apprezzabile o meno, è riuscita a compattare le file e dare un’ identità molto specifica al vino della Lucchesia, emersa chiaramente anche in un confronto con vini chiave delle altre province che vedono il mare condotto da Richard Baudains, firma storica di Decanter. Le basi ampelografiche sono le stesse del resto della Costa Toscana: c’è un po’ Sangiovese, ma soprattutto vitigni bordolesi e Syrah, oltre a qualche parcella di Vermentino qua e là. Eppure i vini giocano su tutt’altro registro rispetto ai soliti “Supertuscans” marittimi, puntando su freschezze e sottigliezze che li rendono contemporanei e mai banali. Non saranno mai i più complessi e profondi della regione, ma brillano per libertà espressiva senza sfociare nel difetto o nell’imprecisione e stanno molto bene in tavola.

Zolle di terra prelevati dai vigneti in biodinamica delle Colline Lucchesi
Ecco qui gli otto vini imperdibili della provincia di Lucca da Vini delle Coste:
Maestà della Formica – Toscana Riesling 2022
Inconfondibilmente varietale, con una parte idrocarburica impetuosa abbinata a nocciola, zeste di limone, qualcosa più dolce e maturo sul fondo. L’acidità è quella spinta e trascinante dei vini di montagna, ma ha anche polpa e spessore, precisione e lunghezza notevole. Tra i quattro o cinque Riesling più interessanti prodotti in Italia in questo momento.
93/100
Malgiacca – Rosso 2022
Bizzarro blend di Sangiovese e dozzine di altre uve tradizionali e non, il vino d’ingresso dell’azienda di cui Petrilli è socio parte leggermente “funky” e poi si distende. Fa della fragranza del frutto rosso il suo punto di forza, con tannini leggerissimi, acidità pimpante e un finale leggero e spensierato che invita al secondo sorso. Valido anche con la pizza.
88/100
Agricola Calafata – Iarsera 2021
Il Sangiovese in purezza della cooperativa biodinamica che impiega persone con difficoltà sociali e/o lavorative. Ha un naso delicato, ma elegante, tipicamente lucchese nel mix di frutto rosso fresco, arancia candita e qualche accento selvatico. Semplice, ma succoso e sfizioso, da abbinare ai tordelli lucchesi ripieni di carne.
90/100
Tenuta I Masi – I Masi 2023
Da Montecarlo – non quella nel principato ma l’enclave di cultura fiorentina nella Lucchesia – un altro rosso de soif . “ E’ zona di terreni sciolti che danno vini delicati con estratti leggeri” spiega Petrilli. Ma rispetto ai precedenti sembra più fine e dotato di migliore definizione. Fragolina, liquirizia e fiori appassiti preannunciano un sorso giocato in suadenza, ma senza diluizioni, con una chiusura agile e di buona persistenza.
91/100
Tenuta di Forci – Le Voliere 2022
Sangiovese e una quota abbondante di Canaiolo e Colorino per un vino che, come i precedenti, gioca sul frutto succoso, con giusto qualche sfumatura boschiva. Sempre agile, ma con più materia a centro bocca e presa tannica incisiva, finale invitanti e ribes ed erbe spontanee.
91/100
Villa Santo Stefano – Loto 2021
Fuori da Lucca Biodinamica per un vino di azienda di proprietà austriaca che, dopo le prime edizioni in pieno stile bordolese, sta virando verso uno stile più territoriale. Confettura di more, spezie scure e un accenno balsamico preannunciano un sorso composto, con un tannino perfettamente integrato e un finale di notevole brio, anche se non privo della sostanza tipica dei Supertuscans di vecchia scuola.
92/100
Tenuta Lenzini – Franco Toscana Cabernet Franc 2023
Solo acciaio e cemento per un Franc varietale, vegetale al punto giusto, balsamico e succoso di fragola matura. Fresco, senza orpelli, più vicino alla Loira per snellezza e facilità di beva che ad altre interpretazioni toscane.
92/100
Tenuta di Valgiano – Valgiano Rosso Colline Lucchesi 2016
Non l’ultima annata del grand vin di questa storica azienda, ma una delle migliori versioni degli ultimi anni. Ha un naso insolito e complesso, boschivo e di frutta sotto spirito, con un accenno selvatico e una punta di salsa di soia. Apparentemente sottile, ma di grande vitalità, quasi in stile “Bordeaux perduta”. Ha la scorrevolezza tipica della Lucchesia, ma anche più eleganza fuori dal comune. Da bere adesso o nei prossimi dieci anni.
93/100








