Verdicchio di Matelica: sette vini eccellenti a rapporto qualità-prezzo

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Sette etichette per scoprire un grande bianco marchigiano, tra i migliori d’ Italia soprattutto a rapporto qualità-prezzo.

Dal recupero di appunti persi e ritrovati, esce fuori una sorta di guida sintetica dedicata ad un piccolo grande vino dell’Italia di mezzo: una goccia nel mare magno dei bianchi italiani con appena 260 ettari dedicati, che, però, nell’arco dell’ultimo trentennio, è riuscita a fare parecchio rumore, contribuendo in maniera essenziale alla riscoperta e alla rivalutazione delle Marche, regione “bianchista” italiana par excellence insieme a Campania, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Il vino in questione è il Verdicchio di Matelica, gioiellino radicato in una valle incantevole – paesaggisticamente a metà tra Toscana, Umbria ed Alto Adige – al quale l’istituto marchigiano di Tutela (IMT), guidato da Alberto Mazzoni, ha dedicato una panoramica nel mese di Settembre 2021. Il momento clou di questa kermesse sono state le quattro verticali di altrettanti pilastri della denominazione delle quali ho già scritto su Luciano Pignataro Wine Blog (le trovate qui e qui). Nel contempo, però, l’istituto ha anche organizzato un rendez-vous con i produttori piccoli e meno noti che hanno cominciato ad emergere negli ultimi anni. La selezione qui sotto è un sunto di quell’incontro.

Dalla metalmezzadria all’agricoltura come impiego full time: la riscoperta del Verdicchio di Matelica

Due parole su Matelica prima di passare alle note di degustazione. Per capire i suoi vini, i suoi volumi produttivi scarsi – circa 2 milioni di bottiglie contro le 14 dei Castelli di Jesi – bisogna innanzitutto conoscere il contesto sociale di una terra dove il vino si produce dai tempi dei Piceni, che spargevano acini d’uva nelle tombe dei guerrieri più valorosi, ma che per lungo tempo ha fatto forza su altri settori: primo tra tutti quello industriale, con la cosiddetta Silicon Valley degli elettrodomestici sulle sponde del fiume Esino. “ Questa è la terra di Enrico Mattei e di Aristide Merloni – ci spiega Roberto Potentini, storico enologo di Belisario e personaggio chiave del movimento vinicolo dell’Alta Vallesina – negli anni del boom economico i matelicesi sono diventati metalmezzadri: lavoravano in fabbrica a tempo pieno e coltivavano la vigna nel tempo libero”. Il germoglio della viticoltura come impiego a tempo pieno è riaffiorato solo ultimamente, nel bel mezzo della sequenza di eventi infausti che hanno travolto il territorio: prima la crisi industriale, con la delocalizzazione delle principali aziende, poi il terremoto del 2016 e infine la pandemia. Molte delle realtà attualmente attive in zona – non più di trenta in tutto tra produttori di uve e vino – sono alla seconda o alla terza vendemmia, ma l’assaggio dei vini debuttanti dimostra che la strada intrapresa è quella giusta.

Compreso il background produttivo, bisogna anche sapere che l’Alta Vallesina ha caratteristiche pedoclimatiche pressapoco uniche: il monte San Vicino, che la delimita ad est, è il più orientale dell’ Appennino marchigiano. “ Matelica è a 40 km dal mare – specifica Potentini – ma è come se fossero 400. Questa, infatti, è l’unica vallata marchigiana perpendicolare alla costa, che si sviluppa da Nord a Sud anziché da ovest a est”. Il risultato è un clima estremo, con escursioni termiche da valle alpina – oltre 10 gradi tra giorno e notte – e il sole del Mediterraneo che scalda i grappoli nella fase di maturazione. I vini, che provengono da vigne che superano di sovente i 500 metri d’altitudine, sintetizzano questi contrasti e sono tra i più eclettici di tutto il centro Italia: fini, slanciati, “rieslinghiani” in alcuni casi; più robusti e solari in altri.

Le verticali di Verdicchio di Matelica:

Il Verdicchio di Matelica alla prova del tempo: verticale di Mirum de La Monacesca e Cambrugiano di Belisario

Il Verdicchio alla prova del tempo (parte 2): verticale di Vigneto Fogliano di Bisci e Vertis di Borgo Paglianetto

I vini da scoprire:

Tenuta Piano di Rustano – Verdicchio di Matelica Spumante Cavalier Vincenzo Brut

Sul Verdicchio di Jesi non c’è alcun dubbio: dall’ esperimento Ubaldo Rosi a metà 800′ in poi, c’è sempre stato qualcuno che l’ ha spumantizzato con esiti soddisfacenti. Tant’è che oggi quasi tutte le aziende di punta del comprensorio ne propongono una versione con le bolle, che sia Martinotti o Champenoise. A Matelica, invece, gli spumanti sono più rari, ed è un peccato, perché la materia prima si presta anche a questa tipologia di prodotto. Lo dimostra il Cavalier Vincenzo di Piano di Rustano, azienda della famiglia Baldini Giustiniani, già attiva nel settore dell’energia green. Dalle parcelle esposte a nord della tenuta di dieci ettari provengono le uve utilizzate per questo Metodo Classico affinato 24 mesi sui lieviti, che fa forza sulla freschezza varietale – mela limoncella, mandorla amara, erba falciata – anziché sulla banale, omologante nota di lieviti e/o pasticceria, salvo poi rivelarsi discretamente largo e cremoso al palato, con bel bilanciamento tra effervescenza fine, acidità e materia di fondo che lo rende un buon partito per un risotto alla pescatora.

90/100

Prezzo: circa 25 euro

Collestefano – Verdicchio di Matelica 2020

Dopo lo spumante, un vino fermo che costituisce un benchmark per la denominazione: prima etichetta di vignaiolo del matelicese ad agguantare riconoscimenti dalle guide nazionali – Gambero Rosso in primis – è tra i pochissimi bianchi pluripremiati a livello nazionale che mantengono un prezzo a scaffale d’enoteca inferiore ai 15 euro. Fa solo acciaio per pochi mesi, ma ha stoffa da campione e potenziale evolutivo encomiabile – provare annate più vecchie per credere – dissimulato in questa fase dagli aromi giovanilmente “ispidi” di erbe spontanee e polvere pirica, pera abate e glicine, che fanno da cornice ad un sorso dritto e diretto, solo apparentemente scarno, perché incalzato da una spinta acido-sapida graffiante che lo rende immensamente beverino. E’ buonissimo adesso con tutti i piatti che abbondano di grassi, ma francamente non lo stapperei prima di un anno o due.

90/100

Prezzo: 10-12 euro

Colpaola – Verdicchio di Matelica 2020

Altro colle, altra azienda di dimensione modeste che merita attenzione. Nata nel 2013, Colpaola, a detta dell’export manager Laura Migliorelli, rappresenta la “quota rosa” del Verdicchio di Matelica con la sua proprietaria donna – Stefania Peppoloni – e uno staff aziendale quasi tutto al femminile. Le vigne sono tra le più alte in senso assoluto – fino a 650 s.l.m – e, in effetti, il profilo dell’etichetta in degustazione è da vino nordico: floreale in prima battuta; poi citrino ed erbaceo/vegetale di salvia e maggiorana. Ricalca il modello del Collestefano con questo sprint acido netto, diretto, senza compressi; punta sull’agilità e sulla tensione più che su polpa e struttura, ma rimane comunque pulito, preciso, rinfrescante come da canone per i vini d’altura, e lascia intuire un discreto potenziale d’invecchiamento.

89/100

Prezzo: circa 10 euro

Casa Lucciola – Verdicchio di Matelica 2020

La sorte non è stata affatto clemente con questa new entry: la produzione ricavata dai quattro ettari di proprietà gestiti in biodinamica era appena andata a regime quando è arrivata la pandemia a scombinare le carte. Ma il titolare Luca Cruciani è riuscito a rimanere a galla e ad impostare la produzione su di uno stile estremamente contemporaneo: “nature”, ma senza estremismi sciocchi. Il suo Verdicchio è un pelino più largo e meno ossuto dei precedenti: un lieve cenno ossidativo rende il naso accattivante e rimpolpa una progressione di bell’equilibrio, non meno slanciata del consueto, ma dotata di una certa cremosità di fondo. Qui si può alzare l’asticella dell’abbinamento, scomodando magari un ragù bianco di cortile o un coniglio porchettato (quest’ultimo vero e proprio must della cucina matelicese).

91/100

Prezzo: 15-18 euro

Collepere – Verdicchio di Matelica Grillì 2019

Un agriturismo immerso nel verde, con una piscina, un orto e un patio dove si servono piatti caserecci agli ospiti. Nelle vicinanze della cascina, c’è un unico vigneto con uve bianche e rosse dal quale si ricavano due vini con l’aiuto del “guru” Roberto Potentini. Questa piccola produzione ci stupisce con il suo profilo rustico, di schiettezza quasi ancestrale. L’anno in più di bottiglia ha comportato un’evoluzione del frutto su note più mature di pesca giallona e mandarino. Ma è rimasto, allo stesso tempo, il nerbo acido immancabile che dà sostegno a un sorso sfizioso, che fa del binomio cremosità-durezze il suo punto di forza. Versione un po’ sui generis, riesce a non stonare sulla coratella d’agnello servita alla cena in agriturismo.

89/100

Prezzo: 12-14 euro

Marco Gatti – Verdicchio di Matelica Millo Riserva 2018

E qui si arriva alla Riserva, una tipologia che, almeno teoricamente, dovrebbe costituire l’apice della piramide produttiva, ma che a Matelica riscuote un po’ meno successo che nei Castelli di Jesi, perché, in effetti, i vini riescono ad evolvere egregiamente anche a fronte di affinamenti brevi prima del rilascio. Un paio di Riserve, però, andavano messe e, tra quelle assaggiate, Millo di Marco Gatti mi è parsa la tre più interessanti. Lui, Marco, ha lavorato da Belisario prima di mettersi in proprio, e, per il suo vino di punta, ha deciso di evitare affinamenti troppo impattanti, puntando piuttosto di una sosta in acciaio e vetro lunga 18 mesi. Il risultato è un vino che gioca sempre sull’ acidità spiccata, sull’agrume sia fresco che candito, ma con uno spessore olfattivo maggiore, qualche cenno idrocarburico e di erbe officinali, e un sorso ben assestato, polputo e allo stesso tempo nervoso, da tonnarelli cacio e pepe o lagane ceci e baccalà.

91/100

Prezzo: 12-15 euro

Maraviglia – Verdicchio di Matelica Grappoli d’ Oro Riserva 2017

Si chiude con un vino fuori dai soliti tracciati: non per tutti, nemmeno per tanti, trova assonanze solamente con il Balciana di Sartarelli, icona dei Castelli di Jesi. Questo perchè il titolare Filippo Maraviglia pratica una viticoltura “super-biologica”, a residuo zero, e lo produce da uve vendemmiate a fine ottobre o inizio novembre, alle volte con una quota di muffa nobile. La sensazione iniziale è di trovarsi davanti a un vino dolce: come una versione matelicese di vendemmia tardiva alsaziana con note di testa di zafferano e miele d’acacia, seguite da nespola e pere in composta, curcuma ed erbe disidratate. Di zucchero non c’è traccia (o quantomeno non è percettibile); c’è, invece, un’avvolgente polpa fruttata rinvigorita dal grado alcolico importante, che, però, non inficia una progressione dotata di buona energia di fondo e notevole complessità aromatica. Qui bisogna essere ambiziosi e creativi con gli abbinamento: io lo proverei, per esempio, con un piatto orientale come il pollo al latte di cocco cinese.

92/100

Prezzo: circa 15 euro

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