Del vino so solo che si tratta di un progetto della famiglia Franchetti di Tenuta di Trinoro e Passopisciaro e che le vigne si trovano a 650 metri di altitudine in quel di San Casciano dei Bagni, località termale al confine tra Toscana e Lazio.
Ma non servono grandi spiegazioni per lasciarsi ammaliare da uno dei Pinot italiani più centrati assaggiati negli ultimi tempi: arioso si, fruttato si, cangiante e con accenti di spezie orientali e sandalo che fanno un po’ Borgogna, ma anche un quinto di profondità terragna in più a richiamare certi Sangiovese d’altura e riaffermarne l’identità toscana. Ancora più coinvolgente in bocca, dove sfodera un mix micidiale di frutti di bosco succosissimi, tarocco siciliano e rimandi balsamici che coccola e sferza il palato simultaneamente. Nessuna traccia di surmaturazione, nemmeno la minima di parvenza di rovere in eccesso.

Perfetto con la cucina neoclassica di Pagnanelli, ristorante della vecchia guardia con affaccio dal lago di Albano: un posto così squisitamente neoclassico e non-modaiolo da sembrare quasi all’avanguardia in tempi in cui la bistronomie un po’ hipster imperversa ovunque.
Punteggio: 93/100








