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Planeta: tutta la Sicilia in sei vini da vitigni autoctoni

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Dall’Etna alla Val di Noto, passando per Menfi, Vittoria, Capo Milazzo. La Sicilia raccontata da Alessio Planeta, erede di una delle più importanti dinastie del vino italiano.

Onestamente non mi aspettavo una degustazione così interessante, perché associo ancora Planeta ai vini “esterofili” prodotti dall’azienda a cavallo tra gli anni 90’ e i primi 2000. Non che negli ultimi anni non abbia notato sforzi in tutt’altra direzione: il lavoro che fanno a Vittoria,e a Milazzo mi era già parso ottimo in altre occasioni. Questa volta, però, il cambio di rotta è stato più evidente che mai. Come tutte le grandi aziende siciliane, Planeta ha rinunciato al “nuovo-mondismo” d’antan e ha cominciato finalmente a rivendicare il proprio orgoglio autoctono.

ALESSIO PLANETA
DIEGO PLANETA

Il fatto che un produttore parli prima della sua terra e poi di sé stesso è molto, molto positivo. Di spazio per i narcisismi in questo mondo ce n’è tanto – forse troppo – ed è per questo motivo che di sovente i singoli hanno la meglio sui consorzi. Alla famiglia Planeta, però, la propensione al gioco di squadra non è mai mancata. Diego, zio di Alessio, è stato il deus ex machina di Settesoli, la più grande cooperativa siciliana. Per darvi un’idea dell’impresa, al momento fondazione della fondazione i soci erano 8. Oggi sono più di 2.000, per un totale di oltre 3.000 ettari gestiti, e la qualità media, se rapportata ai numeri mostruosi, non è affatto male.

L’azienda che porta il nome di questa dinastia baronale – per esteso Planeta di Santa Cecilia – è ben più recente di Settesoli. La cantina principale di Menfi (AG) è attiva solo dal 1995, ma oramai se ne parla come di una delle realtà “storiche” dell’isola. Nell’arco di venticinque anni, Alessio e cugini hanno creato una galassa con cinque satelliti nei tre canti dell’Isola. La produzione annuale è nell’ordine di 2.000.000 di bottiglie, delle quali circa il 55% finisce all’estero. Potrebbe sembrare una cifra esorbitante, ma gli ettari di proprietà sono più 400. Volendo, potrebbero ricavare il doppio della quantità!

La Sicilia tra biodiversità e storia

UNA SAIA NELL’AGRO PALERMITANO

Tempo fa, un giornalista straniero ha chiesto ad Alessio quali siano, secondo lui, gli elementi che rendono la Sicilia unica. La risposta? Varietà, biodiversità, storia. Sull’ultima di queste prerogative c’è poco da dire: la Sicilia è stata la culla dell’Enotria; ogni civiltà che l’ha colonizzata ne ha plasmato la cultura e anche l’agricoltura. L’esempio più lampante in questo senso sono le Saia, canali d’irrigazione costruiti dagli arabi che oggi sono indispensabili per la produzione di vino, olio e ortaggi, ma di retaggi agricoli romani, ellenici, arabo-normanni se ne trovano a bizzeffe in tutta la regione.

Biodiversità perché nessuna regione italiana offre una simile varietà di climi, suoli e paesaggi. C’è più differenza tra il clima dell’Etna e quello della zona di Noto che tra Langhe e Chianti Classico. Sono pochi gli elementi comuni tra i vigneti di Grillo davanti alle Saline di Marsala e quelli di Nerello Mascalese a 1100 metri di altitudine, ma in entrambe i luoghi si fanno vini più che degni di nota.

I fratelli Planeta hanno sfruttato questa biodiversità per diversificare il loro portfolio. Il primo acquisto al di fuori della zona di Menfi, dove Alessio vive quando non è in giro per il mondo, è stato la tenuta in Contrada Buonivini di Noto, capoluogo dell’areale vinicolo più meridionale d’Europa. Correva l’anno 2003: la ricostruzione post-sisma della Perla del Barocco era ferma e buona parte dei vigneti nel suo agro versava in stato d’abbandono. “ Ora Noto sembra Manhattan – dice Alessio – in vent’anni ha avuto uno sviluppo turistico impressionante. I palazzi sono tutti ristrutturati. E’ veramente una meraviglia”. A Buonivini la fa da padrone il Nero d’ Avola, che prende il nome dal comune confinante, dove oggi l’uva riveste un ruolo di secondo piano rispetto alle mandorle; segue il Moscato di Noto, raro biotipo autoctono di Moscato Bianco che si presta bene alla produzione di vini bianchi sia secchi che passiti.

I VIGNETI DELLA TENUTA DORILLI

L’espansione è continuata con l’acquisto della tenuta Dorilli a Vittoria, fulcro dell’unica DOCG siciliana. Anche questa è una zona che, sulla scia del successo del Commissario Montalbano, ha avuto un exploit turistico impensabile in precedenza, ma da un punto di vista vitivinicolo aveva già cominciato ad emanciparsi negli anni 90’ grazie a COS, azienda amica dei Planeta dove, tra l’altro, Alessio ha condotto il suo apprendistato post-laurea.

A Dorilli si produce solo vino rosso dai due vitigni locali: il Nero d’Avola, che qui assume connotati meno “africani”, e il Frappato, varietà anomala, capace di produrre vini finissimi anche in contesti torridi. Per un errore di spedizione, abbiamo assaggiato il Frappato in purezza al posto del Cerasuolo di Vittoria, e non siamo rimasti delusi. Come sempre, il Frappato dà vita a vini da bere a secchiate.

Quarta acquisizione nella zona più pop dell’isola: la contrada Feudo di Mezzo di Passopisciaro, cuore pulsante del versante nord Etneo. La cantina è stata inaugurata nel 2009 e la produzione di Eruzione 1614 bianco e rosso è partita poco dopo. C’è da dire che, nel contesto etneo, i Planeta sono andati controcorrente: non hanno richiesto la DOC per i loro vini, non hanno sfruttato le contrade per produrre etichette da singola vigna. Ho chiesto ad Alessio il perché di tutto questo. Mi ha risposto: “ Le contrade non sono come i Cru di Barolo: bisogna ancora capirne l’effettivo potenziale. Abbiamo preferito cominciare in maniera cauta, ma prevediamo di rilasciare i nostri primi vini di contrada nei prossimi due-tre anni.”

Ultima, ma non per importanza, la tenuta di Capo Milazzo è stata presa in affitto dalla fondazione Barone Lucifero nel 2011. L’obiettivo è far conoscere al mondo un vino recentemente riscoperto, che, però, ha alle spalle una storia millenaria. E’ il Mamertino, così chiamato perché bevuto in epoca imperiale dagli omonimi soldati mercenari, che facevano base sulla costa messinese. Pare fosse anche il vino preferito da Giulio Cesare, ma, a prescindere dalla valenza storica, la motivazione per la quale è valsa la pena di farlo rinascere sono i risultati interessati dati dall’accoppiata Nero d’ Avola – Nocera.

CAPO MILAZZO

La curiosità della zona di Mamertino è che ha caratteristiche completamente diverse rispetto al resto della Sicilia. Il clima, infatti, è più simile a quello peninsulare e la piovosità oltre dieci volte superiore rispetto alle zone di Noto e Vittoria. Il Nocera, autoctono messinese, è storicamente il vitigno più importante della zona, ma, negli anni 80’ e 90’, il Nero d’ Avola ha preso il sopravvento anche qui. “ C’è stato un periodo in cui tutti i wine bar di Milano servivano il Nero d’ Avola alla mescita – spiega Alessio a questo proposito – è stato un fenomeno molto positivo per noi, perché eravamo gli albori e abbiamo potuto fare leva su questa moda per affermarci. Il problema è che il Nero d’ Avola è ancora legato allo stereotipo di vino rotondo, marmellatoso prodotto in quel periodo”.

Nel Mamertino il Nero d’Avola mantiene una personalità sobria, posata: aggiunge frutto e densità al sorso, ma non prevarica le sensazioni tattili più dinamiche date dal Nocera. Di quest’ultimo tra l’altro, si cominciano a produrre anche versioni in purezza che ne mettono in risalto la personalità tutt’altro che scontata. La sensazione è che, nel lungo raggio, il Nocera possa prendere il sopravvento nel blend del Mamertino, perché se c’è un appunto da fare su questo vino, è che forse è un po’ robusto per essere “pop” in questo momento. Se, però, il Nocera diventasse predominante, la parte acida e tannica sarebbe più in lizza e quindi incontrerebbe più facilmente il gusto degli appassionati.

Varietà, diversità, storia, e anche sostenibilità, perché in queste zone vitivinicole aperte al mare, dove da aprile a ottobre il sole splende quasi sempre, fare vino senza contaminare l terreno non è per niente difficile. Planeta, però, ha cercato di essere sostenibile a modo proprio: insieme a Tasca d’ Almerita, altro colosso vinicolo regionale, Alessio e parenti hanno creato SOStain, una certificazione che prescinde dai regimi agronomici e valuta tutti gli aspetti della produzione. In vigna SOStain è un po’ più permissiva del classico disciplinare biologico, ma mette comunque al bando il diserbo e tiene conto della biodiversità all’interno di ogni tenuta agricoli (no alle vigne ovunque in stile langarolo). Due paletti fondamentali che fissa– e che credo debbano essere inseriti in qualunque disciplinare – sono l’efficienza energetica e il peso delle bottiglie. Capita alle volte di trovare produttori che esibiscono il simboletto verde in etichetta, ma poi hanno cantine che inquinano più di un treno a carbone e, per strizzare l’occhio a certi mercati, utilizzano bottiglie pesanti che aumentano considerevole la carbon footprint. Per me si tratta di una contraddizione molto grave, che la dice lunga sulle vere intenzioni di questa gente…

LA CANTINA SULL’ETNA

Due ore di racconto pacato, lucido, per niente pesante e tutt’altro che autoreferenziale e, alla fine, la sensazione è che siano volate. Mi spiace dirlo – e qualcuno mi darà anche contro – ma i grandi produttori-imprenditori hanno questo di positivo: a differenza dei piccoli vignaioli superstar, che alle volte sono un po’ fuori dai ranghi, non peccano mai di esuberanza o arroganza.

In fin dei conti, l’impressione che ho ricavato da questo incontro è che Alessio e parenti stiano facendo un lavoro utile non solo per loro stessi, ma per l’isola intera. Ovviamente l’esterofilia dei primi tempi non l’hanno mai rinnegata del tutto: tutt’oggi a Menfi si producono uno degli Chardonnay più “esotici” d’Italia e un paio di Supersiciliani da uve bordolesi, ma i vini che stanno spingendo di più in questo momento sono i sei top di gamma autoctoni assaggiati in chiusura. Tra tutti, il Santa Cecilia mi è sembrato il più incisivo, seguito dal Mamertino e da un Frappato di razza. Devo dire, però, che non ho trovato nessuna nota stonata: anche il Nocera, nella sua semplicità, è molto intrigante. Mi fa piacere tutto questo perché, alla fin fine, colossi come Planeta il volto “mainstream” del loro territorio, e se il mainstream è buono, anche la nicchia fa meno fatica ad affermarsi.

I VIGNETI IN CONTRADA BUONIVINI, NOTO

Gli assaggi:

Eruzione 1614 Carricante 2018

Nel nome non c’è l’Etna, ma c’è la “Sciara”, la colata che dà vita ai suoli neri come la pece nei quali il Carricante e i Nerelli affondano le loro radici. Toponomastica a parte, il vino ha un profilo classicamente etneo: colore chiaro, verdolino, profilo aromatico giocato su toni sfiziosi di zeste di limone, erbe officinali, pietra focaia; sorso dritto, schietto, longilineo, che chiude preciso su toni rinfrescanti d’agrume. Contiene un 9% di Riesling Renano.

88/100

Eruzione 1614 Nerello Mascalese 2017

Da vigne molto vecchie – fino a 150 anni! – un Niuriddu didattico, affumicatissimo in apertura e poi soave di rosa appassita e mirtillo rosso, erbe aromatiche, pepe nero. Sfoggia un tannino abbastanza vispo e una componente fruttata succosa, fragrante. Chiude salino, speziato e soffusamente floreale. Non è il più potente dei Nerelli possibili, ma scende giù senza intoppi.

89/100

Nocera 2017

Timido, sottile in apertura: sa di cipria e rosa selvatica, fragolina, erbe aromatiche. La parte iodata emerge dopo qualche minuto e riecheggia in un sorso leggero, disinvolto, forse un po’ diluito, ma gradevole. Non mi dispiace questa leggerezza abbinata a un timbro aromatico “mediterraneo”.

87/100

Mamertino 2017

60% Nero d’ Avola, 40% Nocera. 12 mesi di affinamento in botti da 35 hl. E’ scuro, dolce e cioccolatoso: sa di prugna, marasca, nocciola tostata e macchia mediterranea a go go. Entra caldo, massiccio e poi sfodera un tannino grintoso e una spinta sapida che ne prolunga lo sviluppo potente, ma non pesante. Chiude lungo su rimandi salmastri (e ci mancherebbe altro, visto che viene da una penisola in mezzo al mare!). Molto, molto caratterizzante.

90/100

Sicilia Vittoria Frappato 2018

“ Fragola, tanta fragola” suggerisce Alessio. Io ci aggiungo un po’ di patè di olive, un ricordo iodato, qualche sbuffo di violetta e origano in polvere. Succosissimo il sorso: fa forza sul contrasto tra frutto rosso croccante e acidità che spinge; è appena sfiorato da un tannino leggero e chiude pepato e fresco di spremuta di tarocco (siciliano, ca vans dire). Da bere in un soffio, magari in abbinamento a un piatto fumante di maccheroni alla norma.

89/100

Noto Nero d’ Avola Santa Cecilia 2017

A sud di Tunisi, nell’area più meridionale d’Europa, il Nero d’Avola fa la parte del calabrone che vola perché non sa di non poter volare, ed esce fuori carnoso, “caliente”, ma dotato della giusta energia. Questa versione disserra profumi classici di oliva nera, mora di rovo, mirtillo selvatico, cioccolato fondente. E’ densa, muscolosa, ma una d’acciuga sotto sale che fa molto estate a Marzamemi ne smorza la struttura e cadenza un finale equilibrato su toni di cappero sotto sale. Alessio suggerisce due abbinamenti interessanti: fegato al forno e salsicce. Io ne propongo uno più specifico: lonzino di Maiale Nero dei Monti Iblei.

92/100

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