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Orvieto: quattro etichette per riscoprire lo storico bianco dell’Umbria

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La storia non può essere un fardello: vanno bene la letteratura, i primati storici, anche l’appeal turistico, ma bisogna guardare avanti e cercare di stare al passo con i tempi.

E’ il messaggio forte e chiaro che emerge da Benvenuto Orvieto DiVino, evento organizzato dal consorzio Vini Orvieto per presentare le nuove annate. Un nuovo appuntamento che avrà cadenza annuale, e che si prefigge come obiettivo il rilancio del vino più importante dell’Umbria (e in misura minore del Lazio, trattandosi di denominazione interregionale), forte di una una storia che parte dagli Etruschi, passa per la corte dei papi, e arriva al 1931, anno in cui furono i tracciati i confini della denominazione, con trent’anni d’anticipo sulle DOC (e sei sulle AOC di Borgogna!). Uno storyline che, purtroppo, ha avuto sviluppi meno esaltanti a partire dal dopoguerra, complice l’avvento di cooperative e imbottigliatori che hanno praticamente monopolizzato la cospicua produzione della zona (quasi 90.000 ettolitri nel 2021). Un fenomeno non del tutto negativo, perché, se non altro, ha garantito la sopravvivenza di una tradizione vitivinicola che in altre zone della regione è sparita (salvo poi rinascere in tempi più recenti); ma il ritardo più importante è stato accumulato a partire dagli anni 90’, nel corso dei quali sono spuntate quasi ovunque aziende private votate alla qualità, mentre qui si è rimasti ancorati al modello dell’epoca precedente. In pochi hanno investito nella produzione in proprio, e la maggioranza di questi pochi ha preferito puntare sui vitigni internazionali piuttosto che sul classico assemblaggio di Grechetto e Procanico – con percentuali minoritarie di Verdello, Drupeggio e altri vitigni – per emulare il modello del Castello della Sala con il suo Cervaro, sicuramente il vino di maggior successo della zona, ma non il più rappresentativo.

Finalmente, negli ultimi anni, dopo un cinquantennio di lentissime evoluzioni – per non parlare di semi-stallo – qualche sviluppo comincia ad esserci: nuove realtà stanno venendo fuori e, soprattutto, si comincia a dar più spazio ai privati in sede consortile. Da qui l’idea di dar vita a una manifestazione che è partita con un convegno presso il Teatro Mancinelli – piccolo capolavoro di arte neoclassica – alla presenza del professor Attilio Scienza, oramai diventato il paladino di tutte le zone storiche che tentano il rilancio. Scienza ha incentrato il suo intervento sull’analisi delle caratteristiche del territorio d’Orvieto, facendo fede sulla nuova cartina del map man Alessandro Masnaghetti, che è stata distribuita a tutti i presenti.

Un lavoro non facile quello della zonazione dell’Orvieto, perché si tratta di un territorio vasto e variegato, suddiviso in una zona classica attorno al paese – con un versante orientale ed un altro occidentale – una zona sud che sfocia nei comuni di Castiglione in Teverina, Bagnoregio e Civitella d’Agliano nel viterbese, e una parte Nord che va verso Fabro e comprende il territorio di Ficulle. Lo stesso Masnaghetti, nella guida alla lettura, specifica come non sia mai esistita storicamente una tradizione di sottozone e cru che, invece, in questo momento sarebbe tornerebbero molto utili per orientarsi in una denominazione che comprende ben 18 comuni al suo interno. Scienza suggerisce di partire dalle quattro tipologie di terreno che si trovano nella zona: sabbia, argilla, alluvionale, vulcanico. Suoli che, in effetti, hanno un influsso significativo sulle caratteristiche dei vini. Dalla degustazione comparativa emerge, infatti, dove c’è matrice vulcanica, il vino assume un profilo snello, agrumato, con una nota caratteristica che gli anglosassoni definiscono “steely” – ovvero metallica – e un sapore decisamente  ammandorlato; sulle sabbie, invece, si esalta il frutto, che assume connotati tropicali, mentre l’acidità e più modesta e il sorso, nel suo complesso, più morbido. L’argilla, invece, dà vini di compromesso: ampi, avvolgenti , con acidità discreta e frutto molto marcato. Il suolo alluvionale, infine, dà vini leggermente “steely”, ma anche discretamente fruttati, con acidità in lizza e una struttura relativamente leggera.

Tutto questo costituisce un buon punto di partenza per cominciare ad orientarsi nel mare magno. “ Il passo successivo è superare lo schema dei suoli e dare un nome alle zone – spiega Scienza – è opportuno cominciare a pensare a delle Unità Geografiche Aggiuntive che possano aiutare a comprendere queste differenze”.

Parlare di Orvieto equivale, per una questione di numeri, a confrontarsi in primo luogo con i bianchi secchi, che al momento costituiscono alla stragrande maggioranza della produzione. Ma, in realtà, è un altro il vino storico del territorio: quello che stava alla corte dei Papi come il Sauternes a quella di Francia, al punto che Pasquino, il giustiziere notturno di Roma, quando fu inaugurato il fontanone dell’Acqua Paola, scrisse: ““Il miracolo è fatto, o padre santo, con l’acqua vostra, che vi piace tanto; ma sarebbe il portento assai più lieto se l’acqua la cangiasse in vino d’Orvieto”. E’ ciò che oggi chiamiamo “Orvieto DOC Muffa Nobile”, un vino ottenuto da uve attaccate dalla botrytis cinerea, che si forma facilmente nelle zone umide e nebbiose della Valle del Tevere. Tutte le aziende più grandi e/o storiche ne producono ancora una versione, ma i volumi totali sono abbastanza esigui. Ed è un vero peccato, perché si tratta di un unicum a livello nazionale: un vino dolce-non dolce, dal saporito rustico, carnoso, tattile e mai cedevole, che, più che i dessert, chiama abbinamenti “ à l’ancienne” con formaggi e carni speziate.

Nel complesso, dall’assaggio dei vini ai banchi abbiamo notato un netto miglioramento rispetto al passato, ma la strada da fare per arrivare ad una qualità omogenea e trasversale è ancora tanta. Queste le etichette ci hanno convinto di più:

Bigi – Orvieto Classico Superiore Vigneto Torricella 2021

La più grande delle aziende private della zona, oggi in mano al Gruppo Italiano vini. 145 ettari da cui si ricava non solo uno degli Orvieto più diffusi in G.D.O – riconoscibile per la bottiglia dalla forma insolita – ma anche un’etichetta più ambiziosa proveniente da una singola parcella nei dintorni del Lago di Corbara. Un vino comunque relativamente semplice, che convince, però, per tipicità e precisione. Ha un naso essenziale, lineare: finocchietto selvatico e caramella d’orzo, salvia e pepe bianco. Il sorso è coerente, sapido e appena vegetale, con buona polpa fruttata di fondo e qualche cenno affumicato che rende più complesso il finale pulito e rinfrescante. Una bottiglia più che onesta, da aperitivo o da tartare di pesce, con un prezzo che oscilla tra gli 8 e i 12 euro.

89/100

Decugnano dei Barbi – Orvieto Classico Superiore Mare Antico 2020

Nome molto evocativo per un vino di una tenuta storica, dove la coltivazione della vite è testimoniata dal 1218. Si chiama così perché le vigne insistono su suolo sabbioso, ricco di di ostriche e conchiglie. Sfoggia un profilo accattivante, in equilibro tra frutto esuberante – pesca giallona, nespola, limone candito – e toni rinfrescanti di liquirizia, elicriso, erbe aromatiche. In bocca è dritto, scattante, abbastanza coerente con il modello del Vigneto Torricella, ma decisamente più profondo nei rimandi minerali che forgiano un finale di persistenza e finezza non indifferenti, che lascia intuire anche un potenziale evolutivo più che discreta.

91/100

Lapone – Orvieto Classico Superiore L’ Escluso 2019

Etichetta sorprendente di un’azienda medio-piccola a ovest del paese. Sta in acciaio per due anni e, al suo esordio, tira fuori un profluvio garbatamente ossidativo di miele d’acacia e zafferano, crema chantilly, un leggero accenno d’idrocarburo e un soffio mentolato. Al naso affascinante corrisponde un sorso ampio, avvolgente, con nota “steely” di fondo a bilanciare la polpa, cenni terrosi in chiusura che fanno pensare ad un matrimonio d’amore con un tagliolino al tartufo.

91/100

Barberani – Orvieto Classico Superiore Luigi e Giovanna 2019

Un’icona del vino orvietano: era il bianco secco da uve autoctone più importante dell’Umbria – insieme al Campo di Guardiano di Palazzone, azienda che purtroppo non ha aderito – prima che il Trebbiano Spoletino risorgesse dalle ceneri e cominciasse a rubare la scena. Continua ad essere un must della denominazione: l’emblema di ciò che può diventare l’Orvieto si abbassano le rese, si lavora meglio nel vigneto e si vinifica con più oculatezza. Esordisce con ventate fumè e progredisce su note di mela renetta e melone estivo, rosmarino e timo, un ricordo floreale di fondo. E’ avvolgente, cremoso, ampiamente fruttato, ma con timbro minerale di fondo che dà la terza dimensione e acidità ben integrata; poi mandorla, propoli e un cenno mentolato ad arricchire la chiusura perfettamente in linea con tutto il resto.

91/100

Barberani – Orvieto Muffa Nobile Calcaia 2018

Una sola muffa nobile, ma che muffa nobile! …degustata due volte: nella masterclass – dove in molti l’hanno riconosciuta alla cieca – e poi al banchetto. Ha un profumo intenso e ammaliante: albicocca, miele millefiori, cotognata e zafferano, una sfumatura vegetale che rinfresca e dà carattere. Non camuffa il residuo zuccherino, ma non stucca per niente, anzi scorre con grande leggiadra tra rintocchi amarognoli tipici della botrite – e anche del Grechetto – ritorni di erbe aromatiche e un ritorno salina che stempera le dolcezze nel finale suadente e goloso. Un vino che chiama tutto tranne che i dessert; da provare piuttosto su di un erborinato o su pietanze particolarmente piccanti. Penso, ad esempio, a un pollo alla pechinese!

92/100

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