Montepulciano d’Abruzzo: otto vini imperdibili dalle Colline Teramane

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Otto etichette eccezionali dalla zona più importante per il Montepulciano d’Abruzzo: quella stretta tra il Gran Sasso e il litorale teramano.

Ripartiamo dai borghi sospesi tra mare e monti, dai tratturi che attraversano i calanchi, dalle torri e dai campanili, dalle abbazie immerse tra gli ulivi, da luoghi che, se non fosse per qualche capannone di troppo a fondovalle, sembrerebbero fermi ad un’altra epoca. È la prima tappa della stagione delle anteprime,  e le immagini sono così forti da farci dimenticare per un momento tutto ciò che sta accadendo nel resto del mondo. Non sembra un caso che proprio in questo scenario mozzafiato – che unisce il bianco delle cime innevate, il verde delle valli fluviali e l’azzurro del mare in un solo sguardo – il Montepulciano abbia trovato una specificità territoriale con la prima denominazione di origine controllata e garantita d’ Abruzzo.

La DOCG Colline Teramane festeggia in questi giorni tumultuosi il suo diciannovesimo compleanno. L’ anniversario ricorre in un momento di cambiamenti importanti per il vino abruzzese: due sottozone della DOC sono appena diventate denominazioni e sé stanti e il consorzio “maggiore” – quello di tutela dei vini d’Abruzzo – si appresta ad eleggere il nuovo direttivo. Nella cornice di una Teramo raggelata da Burian e abbracciata dal Gran Sasso imbiancato, va in scena “la nostra Anteprima”, evento per stampa ed operatori di settore dedicato al Montepulciano d’ Abruzzo Colline Teramane annata e riserva. Una kermesse nata per dare risalto ad un territorio con caratteristiche uniche: quasi una regione nella regione, ultima propaggine dell’antico regno delle due Sicilie prima del confine naturale costituito dal fiume Tronto. Una zona che ha sempre fatto da ponte tra Appenino e riviera, tra Meridione e Italia di Mezzo, con un’identità ibrida, legata a doppio filo al resto d’Abruzzo e alle vicine Marche, e una tradizione gastronomica particolarmente raffinata, che spazia dai timballi ai brodetti, passando per la capra alla neretese, le crespelle in brodo, la tacchinella di Canzano, la chitarra con le pallotte e le famose virtù teramane.



La vigna, in questa terra, è sempre una presenza discreta: non c’è traccia delle distese di tendoni che rendono l’Abruzzo da Tollo in giù una delle aree più densamente vitate d’Italia. Gli ettari che fanno capo alla DOCG sono 172: molto pochi se rapportati agli oltre 31.000 totali di una regione che fa numeri impressionanti per la sua dimensione modesta. Ma quel conta è la storia che c’è dietro: “ In questo territorio – spiega il presidente del consorzio Colline Teramane Enrico Cerulli Irelli – si è cominciato a fare vino imbottigliato nella seconda metà dell’800’. Fu un senatore del Regno d’Italia (e ministro del governo Ricasoli, ndr) i, Giuseppe Devincenzi di Notaresco, portò per primo i vini delle Colline Teramane all’estero, conquistando premi all’Esposizione Universale di Bordeaux del 1882”. Grandissimo innovatore del vino italiano, Devincenzi aveva esplorato la Francia in lungo e in largo, calpestando i vigneti della Cote d’Or e del Medoc. Non si limitò solamente a razionalizzare la produzione e cominciare a produrre vino imbottigliato, ma costruì addirittura delle rotaie che collegavano la vigna alla cantina, che, peraltro, fu tra le prime al mondo ad avere un sistema a caduta (con ascensori idraulici!) e ad essere coibentatata.

La storia del vino teramano ha subito un ’inevitabile battuta d’arresto nella prima metà del 900’ dovuta alle guerre mondiali e alla filossera. Poi, a partire dagli anni 90’, in seguito alla fine delle mezzadria, c’è stata una ripartenza graduale con l’avvento delle grandi cantine sociali. Con la sola differenza che qui dietro ai colossi non ci sono mai stati solamente piccoli contadini, ma anche e soprattutto famiglie storiche di viticoltori, che hanno cercato prima del tempo di differenziare la produzione, individuando dei cru all’interno delle loro tenute dai quali ricavare etichette più ambiziose. Il progetto Colline Teramane ha cominciato a prendere forma proprio nelle cooperative, dalle quali, poi, le aziende si sono staccate. Salvo riunirsi, nel 2003, in questa piccola DOCG che per più di quindici anni è stata l’unica della regione.

La forza del territorio delle Colline Teramane sta nei suoli ricchi di scheletro e nel clima più secco rispetto al resto della fascia adriatica abruzzese, che dà vita a vini più austeri, più tannici e più “minerali” – se si può ancora dire! – in confronto a quelli prodotti appena più a sud. L’areale è indubbiamente vasto – 32 comuni in tutto – e ha un profilo eterogeneo, con variazioni considerevoli di altitudine, pendenza ed esposizione nelle quattro valli che si sviluppano attorno ad altrettanti fiumi (Salinello, Vomano, Tordino, Vibrata). Ci sono differenze importanti soprattutto tra i vini fatti vicino al mare e quelli delle zone pedemontane, così come ce ne sono tra quelli provenienti dalla parte più a sud,a ridosso dei calanchi di Atri, e gli altri prodotti a due passi dal confine con le Marche, che hanno affinità con i rossi del piceno. Ma il fil rouge sta proprio in questa spinta tannica ed acida che smorza la classica abbondanza di frutto e rende il Montepulciano di tutta la zona particolarmente adatto agli affinamenti prolungati. Non a caso, il punto cardine del disciplinare è sempre stato – oltre alle rese massime più basse rispetto alla DOC – l’obbligo di affinamento in legno. Un paletto, quest’ultimo, fissato per allinearsi con le grandi denominazioni d’Italia e del Mondo, che, però, si è rivelato un po’ limitante negli ultimi anni. Per questo motivo si è deciso di recente, sull’onda del cambiamento del gusto, di modificare il disciplinare e consentire l’uso di qualunque contenitore per il riposo della tipologia annata (che deve essere comunque di almeno 12 mesi). “ In questo modo si permette di produrre vini più contemporanei” spiega Cerulli Irelli. La modifica è stata accolta positivamente da quei produttori che, pur essendo parte del consorzio, non hanno mai rivendicato la DOCG per ragioni stilistiche: primo tra tutti Emidio Pepe, personaggio che ha fatto la storia di questo territorio da outsider. Pepe, che da più di sessant’anni affina i suoi vini solo in cemento, ha presentato in quest’occasione un campione di vasca del suo primo vino DOCG.

Nel complesso, la degustazione di 38 vini in anteprima ha evidenziato un livello qualitativo medio più alto della media regionale, con una performance leggermente superiore dei vini d’annata rispetto alle riserve, in molti casi ancorate a un concetto di Montepulciano meno attuale.

IL REPORT COMPLETO SUL MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE

Ecco i migliori vini assaggiati:

Barba – Yang 2020

L’archetipo del Montepulciano 3.0: prodotto da vigne in regime biodinamico, fa un anno di affinamento in acciaio, non è filtrato e viene messo a scaffale al prezzo onestissimo di 8-10 euro. Ha un profilo immediato e variegato allo stesso tempo, giocato su profumi di mirtilli e visciole, cioccolato e terra bagnata, qualche accenno di grafite. Il sorso è di medio peso, dinamico e reattivo, ma non privo di una certa polpa; il tannino è ben estratto e il finale su toni di visciole fresche chiama l’abbinamento con la chitarrina alla teramana di cui sopra.

90/100

Cerulli Spinozzi – Cortalto 2018

Il vino “di mezzo” – tra il base e il Cru Torre Migliori – del presidente Enrico Cerulli Irelli ha un profilo non troppo discostante dallo Yang, con il quale condivide l’affinamento in acciaio per 12 mesi. Ma qui siamo in una zona più alta – 400 contro 200 metri – e il mare non si vede. Il risultato è un Montepulciano appena più austero, che sa di gelsi, mirtilli, con un cenno di pepe, erbe aromatiche e qualche idea floreale. Bello il binomio di mineralità e frutto sempre fragrante, che rende spigliato il sorso agile e versatile.

90/100

Tenuta Terraviva – 2020

Terzo esempio di Montepulciano senza legno.
Con la sola differenza che questo fa cemento anzichè acciaio, e il risultato è un registro olfattivo più profondo, giocato su aromi di carne grigliata, sottobosco, giuggiole ed erbe officinali. Il sorso ripete queste sensazioni e offre una progressione accattivante, in perfetto equilibrio tra visciola, mora e tannini tosti che sfumano in un finale tonico al sapore di arancia sanguinella. Accoppiata magistrale con un agnello cac’ e ove.

91/100

Podere Colle San Massimo – Terra Bruna Riserva 2017


Una splendida Riserva di una piccola azienda emergente con sede sulle colline dietro Giulianova, la Miami Beach della costa teramana. Oliva nera e pellame, marasca, pepe bianco, accenti ferrosi profilano un naso quintessenziale. In bocca è snello e grintoso, sapido e ferroso; la visciola e la melagrana fanno da cornice alla progressione dritta, diretta, che abbina la profondità che ci si aspetta da una riserva con una fluidità di beva non proprio scontata.

92/100

Abbazia di Propezzano – Riserva 2015

Il vino di punta di quest’ abbazia medievale che guarda il Gran Sasso, recuperata negli ultimi anni e trasformata in una delle aziende vinicole più promettenti del comprensorio. Ha un esordio selvatico in stile Valentini; poi tira fuori aromi di cacao amaro e radici, oliva in salamoia, marasca e confettura di giuggiole. Qualche nota evolutiva riecheggia sul fondo di uno sviluppo comunque accattivante, dotato di buona grinta e freschezza, estroso e cangiante nel finale di nuovo boschivo e selvatico. Non un partito per i lunghissimi affinamenti, ma adesso si fa bere alla grande.

92/100

Nicodemi – Neromoro Riserva 2016

Un vero e proprio pilastro del vino teramano: nato due anni prima della DOCG, ha fatto la storia del territorio nell’ultimo ventennio, piazzandosi sempre tra i rossi più premiati d’ Abruzzo e d’Italia. La zona di provenienza è quella di Notaresco, il paese dove il senator Devincenzi portò avanti i primi esperimenti. Questa 2016 – annata particolarmente equilibrata – offre aromi deliziosi di fragola matura e gelatina di mirtilli su sfondo di ruggine e sottobosco. E’ abbastanza moderno, largo e avvolgente quanto basta; l’apporto del legno si fa sentire, l’alcol non è camuffato, ma tutti gli elementi sono egregiamente calibrati dall’acidità tonica e dalla spinta salina che ravviva anche il finale su toni “sexy” di fiori rossi e spezie assortite. Deve perdere un po’ di “baby fat”, ma rimane una certezza!

93/100


Tenuta Terraviva – Polifemo Riserva 2016

E dopo un Montepulciano “base” di bella stoffa, Terraviva ci regala anche una Riserva degna di nota, con passaggio in legno grande per 2 anni, che sfoggia un naso quasi giovanile, imperniato su aromi di erbe aromatiche e bacca di ginepro, violetta, liquore ai mirtilli. E’ serio, non austero, ma per nulla ruffiano. Lo sviluppo mai troppo muscolare è coerente con il colore meno compatto della media. I rimandi insistenti all’agrume e al sale conducono la progressione essenziale e succosa, con finale di rara souplesse su toni ferrosi e di drupe appena raccolte. Magnifico!

93/100

Faraone – Santa Maria dell’Arco 2015

E si conclude con il vino più sorprendente dell’anteprima: una non-riserva affinata 5 anni in botti grandi che evidenzia una stoffa da campione. Gli aromi sono di catrame e sottobosco, more e creme de cassis, erbe aromatiche e tabacco mentolato. Un guizzo selvatico rende estroso e trascinante il sorso avvolgente, che fa dell’equilibrio tra parte fruttata e giuste durezze il suo punto di forza. Ha la maturità e l’ampiezza del vino già evoluto, ma non ha perso un minimo di grinta. Chapeau!

93/100

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