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L’Alsazia dei Grand Cru: tre aziende per scoprire la regione dei grandi bianchi

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Finalmente abbiamo ricominciato a muoverci per degustare e siamo tutti tanto, troppo contenti di fare di nuovo le trottole, perché anche il migliore dei vini possibili senza una storia, senza un contesto che gli dia un valore, è solo un ottimo succo d’uva fermentato che lascia il tempo che trova.

D’altra parte, però, vale la pena di continuare ad utilizzare i mezzi della scienza e della tecnica per fare incontri che, per questioni di tempo e di distanze, non potrebbero mai avvenire dal vivo. È questo che ha dimostrato il Millesime Alsace Digitasting, anteprima alsaziana completamente virtuale che ha visto la partecipazione di centinaia di addetti ai lavori da tutto il mondo. L’evento si è articolato in tre giornate nel corso delle quali i partecipanti hanno potuto degustare vini spediti in boccette da 5cl tete a tete con i produttori in sessioni online molto stimolanti. Quel che è emerso – ma potevo immaginarlo – è che l’Alsazia è uno dei territori più interessanti a livello mondiale per i vini bianchi in primis e, in misura minore, per i rossi.

L’Alsazia in breve

Il Nord nel sud: una regione soleggiata in piena Mitteleuropa, al confine con la Germania, che rientra nel novero delle più visitate al mondo per merito dei paesaggi mozzafiato, dei borghi pittoreschi e del clima splendido, reso particolarmente mite dal massiccio dei Vosgi che la protegge dalle correnti di aria fredda.

L’ Alsazia è, in buona sostanza, un paradiso terrestre che, però, proprio per via della prolificità del proprio comparto turistico, è rimasto un po’ indietro rispetto alle altre zone vinicole della Francia e ha pagato lo scotto di produzioni dozzinali, frutto di rese molto alte per gli standard transalpini, spesso destinate esclusivamente al consumo in loco. Questo fenomeno pesa ancora sulla reputazione di vini alsaziani, al punto che c’è chi mi ha detto, nel corso degli incontri, di non riuscire a vendere il proprio vino in altre aree della nazione – Parigi in primo luogo – per via dei pregiudizi che non permettono di spuntare un prezzo dignitoso. Non so se si tratti di un’esagerazione o meno, ma di certo parliamo di un territorio che, salvo rare eccezioni, ha cominciato a farsi valere in ritardo: circa 40 anni dopo la Borgogna e più di 100 dopo Bordeaux, con l’istituzione di un sistema di Grand Cru nel 1975 e una progressiva decrescita del consociativismo a favore della piccola impresa privata nello stesso periodo.

Oggi l’Alsazia rappresenta un unicum assoluto nel panorama francese. Innanzitutto la produzione è molto eterogenea perché qui il concetto di specializzazione del vigneto non ha mai attecchito ed esistono ancora decine di vitigni regolarmente coltivati. Tra questi a farla da padrone sono il Riesling, il Pinot Gris e il Gewurztraminer, seguiti da Sylvaner, Muscat, Pinot Blanc, Auxerrois (Chardonnay). I bianchi tranquilli dominano il panorama, rappresentando circa l’80% della produzione totale, seguiti dai Cremant (spumanti Metodo Classico), mentre i rossi giocano un ruolo marginale, anche se il Pinot Noir è l’uva che cresce di più (+1,7% nel 2019) e tutti pensano che, con il riscaldamento globale, la bilancia andrà a riequilibrarsi.

I Grand Cru alsaziani sono 51 e sono tutti disposti su lunghe fasce collinari che vanno da Nordheim, subito a ovest di Strasburgo, fino a Thann, che si trova ben 120 km più a sud. A questi si aggiungono circa 400 lieux-dits, ovvero vigne non classificate che, in futuro, potrebbero diventare Premier Crus (l’iter burocratico per introdurre questa variazione é già avviato). Attualmente le varietà dalle quali possono essere prodotti vini Grand Cru sono Riesling, Gewurztraminer, Moscato, Pinot Gris e il Sylvaner nel caso del solo Grand Cru Zotzenberg. Tra i progetti in cantiere c’è la creazione della menzione Grand Cru anche per il Pinot Noir, ma il progetto è ancora in via di definizione e non tutti sono d’accordo.


Per una questione di preferenze personali, ho scelto di incontrare un produttore storico e quattro piccoli emergenti che seguono un approccio biologico o biodinamico. Ecco cos’è che venuto fuori dai primi tre incontri:

Domaine Dirler-Cadé

Primo appuntamento con Jean Dirler, un signore severo, dal rigore quasi germanico, che mostra le pietre dei suoi vigneti come fossero pepite d’oro. La sua azienda biodinamica di 18 ettari, nata dalla fusione tra la cantina della sua famiglia e quella del cognato, è famosa dalle nostre parti per i Cremant distribuiti da Teatro del Vino e presenti nelle carte di wine bar a la page e ristoranti stellati, ma lavora molto bene anche sui fermi. La linea produttiva è quasi da record: 25 etichette diverse nelle annate “normali”! … In assaggio, però, ho solo la creme de la creme, ovvero i Riesling e il Gewurztraminer provenienti dai quattro Cru del villaggio di Guebwiller: Searing, Spigel, Kessler, Kittler, vigneti confinanti l’uno con l’altro, ma con caratteristiche geologiche profondamente diverse. “ La composizione dei suoli di queste quattro parcelle è complessa, ma tutti contengono una buona percentuale di sabbia – mi spiega – Kitterle è praticamente tutto sabbioso, con pochissima argilla, Kessler invece ha più argilla e lo s’intuisce dal colore quasi rosa della pietra. Spiegel è ancor più argilloso, con un colore quasi giallastro, e Searing è bianco e prevalentemente calcareo.” Tutte queste differenze emergono molte chiaramente nelle foto delle pietre (che vedete qui sotto) e poi all’assaggio grazie a una vinificazione molto semplice ed omogenea: fermentazione spontanea, affinamento in foudres (botti grandi) molto vecchie, filtrazione leggera, poca solforosa prima dell’imbottigliamento. La differenza di annata – il vino viene rilasciato sul mercato quando è pronto – esaspera queste differenze, ma s’intuisce, a prescindere dal millesimo, che Searing fa forza sulla ricchezza e sulla solarità ed è agli antipodi rispetto Kitterle, che è snello, teso, nervoso. Kessler, invece, è profondo, compassato, per certi versi sintetico, mentre il Gewurztraminer Spiegel ha un bel po’ di residuo zuccherino che camuffa le durezze di fondo – circa 40 grammi/litro – ma riesce a mantenere uno stile posato, equilibrato, discretamente minerale. L’impressione generale è che si tratti di vini estremamente precisi, contemporanei grazie allo stile “senza maquillage”, con un tocco di zucchero che non disturba, anzi aumenta le possibilità di abbinamento.

Leon Beyer

Proseguiamo con l’ azienda storica di un personaggio bizzarro ed estremamente divertente: Marc Beyer, il bastian contrario di Eguisheim che, dopo aver rifiutato il sistema dei Grand Cru per un ventennio, ha deciso di riabbracciarlo nel 2011, ma continua a ribadire di non crederci, perché “sono solo dei bei nomi che significano poco: la geografia dei vigneti non corrisponde quasi mai alla geologia”. Gli dico che sono di Roma e mi spiega subito che il suo paesino ha dato i natali a un papa: Brunone di Eguisheim, salito al soglio pontificio con il nome di Leone IX. Proprio da lui prende il nome la linea Comtes de Eguisheim, che sfoggia etichette ispirate alle miniature medievali e rappresenta il “nec plus ultra” della produzione aziendale. Lo stile di Marc è il più “convenzionale” della batteria: non crede nel biologico e quindi segue un approccio pragmatico, fa partire la fermentazione spontaneamente, ma inocula lieviti se vede che non procede a dovere, filtra con terra per avere vini puliti, cristallini. Tutto questo si traduce in un senso di grande precisione e tensione, rafforzato anche dalla secchezza del sorso. “ Non amo i vini con residuo zuccherino e non ne ho mai prodotti. Penso che lo zucchero alteri il gusto del terroir”. Tra le quattro etichette in batteria c’è un Riesling che sta sette anni in cantina prima del rilascio: “credo molto nell’affinamento e cerco sempre di fare lunghe maturazioni in bottiglia”. Anche sui rossi l’impegno non è da meno: Marc punta in alto e mi spiega che, se vent’anni fa il clima era troppo freddo per produrne di veramente buoni, oggi il potenziale per rivaleggiare con alcune zone della Borgogna – magari non Vosne-Romanee – c’è tutto. Non a caso suo Comte de Egesheim Pinot Noir è di gran lunga il miglior rosso alsaziano da me assaggiato fino a questo momento.

Domaine Gresser

Si ritorna ad una realtà di dimensioni più modeste con il protagonista dell’incontro successivo: Remy Gresser, vigneron veramente alla mano che molti considerano un “guru” del vino alsaziano per la conoscenza enciclopedica della storia, dei metodi e dei suoli. La sua azienda, biologica dal 2007 e in conversione biodinamica, ha sede ad Andlau, uno dei village più famosi della zona, situato a metà strada tra Colmar e Straburgo. “ I miei – dice Remy – sono vini che cercano di esprimere il terroir al 100%. Con il clima continentale mite che abbiamo in Alsazia, il rischio è avere uve troppo grandi, con bucce troppo grasse, e il dovere del vigneron è cercare di tenere a bada questa vigoria per ottenere la massima espressione minerale”. Anche lui, come Dirler, mette in bella mostra le pietre del vigneto per cercare di far comprendere le sfumature dei suoi Cru. “ Il Riesling Wiebelsberg 2014 è figlio di un’annata fredda e viene da una vigna su suolo calcareo e sabbioso che dà finezza, leggerezza, ma anche profondità. Il Cru Muenchberg, invece, ha un suolo poco profondo, totalmente calcareo, che dona più struttura al Riesling e al Gewurztraminer. Kastelberg, infine, è tutto scisto e il vino ha una texture più ricca, ma sempre con tanta acidità. E’ l’unico terroir in tutta l’Alsazia con questo tipo di suolo.” Quanto allo zucchero, lo stile si avvicina a quello di Beyer, ma senza raggiungere la secchezza totale. “ Per me un Riesling senza un grammo di zucchero è un vino non piacevole, ma non cerco di superare mai i 4-5 g/l di residuo,”. E come Beyer, Remy rilascia i vini a diversi anni di distanza dalla vendemmia. Il risultato è una linea che fa sicuramente forza sulla “mineralità”, ma anche su di una polpa che li rende molto gourmand. Per la cronaca, il distributore italiano è Pellegrini.

I vini:

DIRLER CADE

Riesling Searing 2017

Lime e pietre focaia, erbe officinali, una traccia matura di miele e cherosene che rende il senso di ricchezza tipico dei Cru argillosi. Il sorso è pieno, riccamente tropicale nei rimandi retro-olfattivi, ma con l’acidità schietta, dritta che costituisce il fil rouge della gamma a dare sostegno. Sul finale emerge un tocco ammandorlato che rende lo sviluppo un po’ più rustico, senza però comprometterne la piacevolezza.

88/100

Gewurztraminer Spiegel 2016

Elegante e discreto: rosa gialla e glicine, albicocca, fiore d’arancio e scorza di limone candita, zenzero e cannella. Sorso di grande armonia e sottigliezza, con un bel residuo zuccherino che però non lo appesantisce, una spinta acida a fare da contraltare e spunti fumè che prendono il sopravvento nel finale. Decisamente fine, aristocratico e assai più facile da abbinare con il cibo controparti altoatesine.

92/100

Riesling Kitterle 2018

Ventata rigenerante di erba falciata e lemon zest, fiori bianchi, pesca noce, zenzero candito e un cenno di pietra focaia. Tensione e mineralità che si fondono con un ritorno dolce e con un frutto succoso, leggermente candito, poi rimandi affumicati e balsamici di somma piacevolezza. Giovanissimo, ma di strabiliante finezza.

94/100

Riesling Kessler 2016

Zafferano e un cenno d’idrocarburi, un tocco di cotognata e poi erbe aromatiche, pepe bianco, mandorla dolce. Sorprende con un sorso d’impressionante energia, mineralissimo e speziato, appena dolce nei rimandi di fondo e incorniciato da un’affumicatura intensa che fa pensare a un tocco di botrite. E’ veramente stratificato e ha tutta la vita davanti.

94/100

LEON BEYER

Pinot Gris Eichberg 2016

Un po’ spento con senape e marzapane, fumè, fiori secchi, fieno. Sorso ossidativo e stanco. Probabilmente c’è stata una deviazione nel passaggio dalla bottiglia all’ampolla. Non valutabile.

N.D.

Riesling Eichberg 2015

Delicato e soffuso: pesca noce, lime, tocco floreale e balsamico leggero. Sorso dritto e ficcante, con un bel ritorno minerale e citrino che fa salivare. Non troppo complesso, ma piacevole e straordinariamente giovanile: gli avrei dato al massimo due/tre anni!

90/100

Riesling Pferrigsberg 2013

Evoluzione felice: miele e cherosene, ananas e albicocca, iodio, fieno. Stile dinamico e tonico con rintocchi fruttati di fondo, sapidità quasi travolgente, qualcosa di più maturo – pere sciroppate, cioccolato bianco – a rimpolpare un sorso vispo, energico, veramente notevole per profondità e contestuale scorrevolezza. Fantastico!

94/100

Pinot Noir Comte de Eguisheim 2016

Fuliggine e sottobosco, chiodo di garofano, bacche nere, lamponi, mela rossa, un accenno d’incenso e di tè nero. Tensione e dinamismo, agrume che spinge, qualche refolo floreale a smorzare una presa tannica abbastanza incisiva. E’ comunque più leggiadro e spensieratamente fruttato rispetto un Pinot della Cote de Nuits, ma ha una marcia in più in termini di equilibrio e raffinatezza rispetto a qualunque rosso alsaziano che ho assaggiato fino a questo momento.

91/100


GRESSER

Moenchberg Gewurztraminer 2018

Piccante e sfizioso: pepe bianco, anice stellato, erbe alpine, refoli di ananas e litchi, una bella verve floreale che lo rende più fine. E’ mediamente dolce, con la spinta acida e corollario e la traccia alcolica che non stona, rimandi minerali sul fondo e un tocco di speziatura a prolungare un finale veramente profondo e bilanciato. Lo vedrei bene su piatti complicati come ad esempio una pasta con bottarga di muggine.

93/100

Riesling Muenchberg 2017

Mimosa e pera Kaiser, propoli, zenzero e mentuccia, pietra focaia. Cenno di frutta candita da annata calda, sapidità e acidità scattante, reattiva. Non fosse per il finale metallico e piuttosto ammandorlato, sarebbe un vino straordinario.

88/100

Riesling Wiebelsberg 2014

Stile ombroso con fiori secchi e cherosene, mostarda, miele amaro. La stessa impostazione si riscontra anche in bocca, dove l’acidità è ancora viva, ma emerge una nota scura, autunnale che può indicare che questo vino è già maturo o che forse il campione non è perfetto.

86(?)/100

Riesling Kastelberg 2018

Glicine e rosa gialla, sfusato amalfitano; poi lavanda, ribes bianco, soffi di pietra focaia. Dei tre Riesling di Remy è il più potente: parte dolce, morbido di frutta a pasta gialla matura, ma poi tira fuori il nerbo acido saldo, una mineralità portentosa, idrocarburica e salmastra, che fa il paio con un ritorno mielato di bella persistenza. E’ sicuramente giovane, ma molto promettente.

93/100

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