La Spagna dal Tempranillo alla Garnacha: otto vini eccezionali da Barcelona Wine Week

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La Spagna vitivinicola corre forte come un toro tra le vie di Pamplona.

Del vino “caliente”, muscoloso oltre ogni ragionevole limite, o di quello ossidato già all’esordio, scomposto e rustico, non c’è quasi più traccia. La rivoluzione qualitativa procede a passo spedito in territori storici e appena riscoperti, grazie anche al numero cospicuo di produttori che, facilitati dalla lingua e dall’apertura alle altre culture che è piuttosto tipica di questo popolo, hanno studiato in altri paesi e importato know-how prezioso.

Sono tornato da Barcelona Wine Week, equivalente iberico del Vinitaly, con la voglia di approfondire molto di più la conoscenza di un paese che, per quanto vicino e simile al nostro, viene a torto ignorato dalla stragrande maggioranza degli enofili italiani. La kermesse, che ha ospitato al suo interno ben 850 produttori, si è rivelata un momento ideale per farsi un’idea di quel che bolle nel calderone iberico, grazie anche a un’organizzazione molto più efficiente rispetto a quella di qualunque fiera italiana e a una location abbastanza spaziosa da consentire di accogliere migliaia di persone senza creare assembramenti.

L’impressione è che la viticoltura spagnola stia vivendo un momento di grande prosperità, foraggiato anche dalle eccezionali capacità commerciali e comunicative di molti produttori. Gli stessi trend che si riscontrano nel comparto italiano – ovvero attenzione per la sostenibilità, riscoperta degli autoctoni rari, sperimentazioni di nuove tecniche e tecnologie mirate anche a contrastare i problemi legati alla crisi climatica – hanno preso piede anche nella penisola iberica e animano il nuovo movimento vinicolo spagnolo. Esattamente come in Italia, c’è una contrapposizione netta tra territori storici ed altri emergenti, produttori di lunga data e aziende di recente fondazione, ma tutto questo va a rafforzare la diversità di un panorama dinamico e molto interessante.

Uno sguardio sulla Rioja, regina del vino iberico

Nella due giorni, ho avuto modo di condurre un focus specifico sulla Rioja, che in questa rassegna come in ogni evento dedicato alla Spagna che si rispetta, fa la parte del leone.

Parliamo di una regione che detiene il primato nazionale per storicità, notorietà e massa critica, corrispondente in larga parte all’omonima comunità autonoma. Si estende per 110 km lungo sulle sponde del fiume Ebro, a un’altitudine compresa tra 300 e 800 metri. Ha una vocazione molto antica e produce vini di qualità da più di un secolo: i bordolesi vennero qui in cerca di vigneti quando la fillossera appestava le loro vigne. L’importazione di savoir-francese ha portato all’introduzione delle barrique in tempi non sospetti e all’elaborazione di un protocollo tutto basato sui lunghi invecchiamenti, che danno vita ad una cifra stilistica molto precisa. Il Consejo Regulador – ovvero il consorzio che regola la produzione Riojana – prevede un affinamento minimo di 6 mesi per la tipologia Crianza, 2 anni per la Reserva e 4 anni per la Gran Reserva, ma la la maggior parte delle aziende si spinge anche oltre, arrivando a tenere a riposo i top di gamma per otto, dieci o quindici anni prima della commercializzazione.

I numeri presentati dal consejo regulador della Rioja in una masterclass rendono le dimensioni impressionanti di questo gigantesco serbatoio di vino: 66.000 ettari distribuiti su tre distretti (Rioja Alta, Rioja Alavesa e Rioja Oriental); 1 milione e 400 mila barrique in stoccaggio per un totale di oltre 340 milioni di bottiglie prodotte ogni anno. Le dimensioni delle aziende sono mastodontiche: più di 10 producono oltre 5 milioni di bottiglie; un’azienda considerata di medie dimensioni possiede tra i 50 e i 70 ettari e supera le 200.000 bottiglie annue.

Tutta questa massa di vino viene storicamente assorbita dal mercato spagnolo per circa il 44% e da altri mercati di riferimento come Stati Uniti, Svizzera, Germania, l’ Estremo Oriente negli ultimi anni. I tintos riojanos, che possono essere prodotti con quattordici varietà, ma di fatto vengono ottenuti in larga parte da uve Tempranillo, sono rinomati per la potenza, la robustezza, la complessità che il terroir arido e molto assolato, l’elevage in rovere e l’evoluzione danno al vino. Hanno riscosso grandissimo successo negli anni 90’ e nei primi 2000, ma la domanda che tutti si pongono negli ultimi anni è: possono mantenere la loro posizione in un mercato che vira sempre più sulla ricerca della leggerezza e della facilità di beva, con i millennials che aborrono tutto ciò che è troppo concentrato?

Su questo punto si basa gran parte del dibattito contemporaneo. E’ evidente che La Rioja, come tutte le grandi regioni, stia vivendo una fase da transizione: da un lato c’è ancora uno zoccolo duro di produttori di vini che si rifanno ai canoni di cui sopra e vendono ancora molto bene; dall’altro ci sono aziende storiche che stanno cercando di assestare il tiro per stare al passo con i tempi, insieme ad altre di recente fondazione che tentano d’interpretare il Tempranillo in maniera del tutto innovativa.

Il fronte degli innovatori sta suscitando grandissimo interesse, foraggiato anche dal plauso di critici internazionali come Tim Atkin MW o Luis Gutierrez di Wine Advocate. “Rising stars” come Artuke, Ukan, o il collettivo Rioja ‘n’ Roll, che raggruppa produttori artigianali e naturali della zona, avevano la fila davanti allo stand e hanno finito il vino quattro ore prima della chiusura.

Vini e denominazioni spagnole da terre d’occhio:

Rias Baixas: la patria galiziana dell’Albariño, vitigno a bacca di grandissimo successo, che ha accesso un faro sulla Spagna Atlantica, diversa dal resto della nazione perché più umida, piovosa e generalmente più fresca. Sui mercati internazionali vanno letteralmente a ruba i Rias Baixas freschi di vendemmia: riccamente fruttati, esuberanti, con acidità squillante che dà beva compulsiva. Ma con l’affinamento prolungato “sobre lias” le cose cambiano completamente: l’ Albariño dimostra anche di essere uno dei bianchi più longevi del mondo. Quasi ogni cantina – grande o piccola che sia – ne propone una versione rilasciata tardivamente, a quattro o più anni della vendemmia, con riposo sulle fecce fini in acciaio, botte grande o cemento.

Corpinnat: non un territorio, ma un collettivo di 11 produttori di spumanti della Catalogna che hanno deciso di staccarsi dal reame fin troppo vasto e confusionario della D.O. Cava per formare un’associazione con un disciplinare rigido che garantisce degli standard qualitativi ben più elevati. Un’iniziativa che trova conferma della propria riuscita nel calice: rispetto ai classici Cava, spesso corretti ma un po’ anonimi, gli spumanti di queste aziende hanno decisamente una marcia in più.

– Sierra de Gredos e Cerebros D.O.: una zona pressappoco dimenticata e riemersa da qualche anno grazie alla visibilità che la critica nazionale e internazionale ha dato al progetto Comando G, tra i più importanti a livello nazionale negli ultimi anni. Siamo a circa 140 km da Madrid e a 42 da Avila, ai piedi della catena montuosa di Gredos. La DO Cerebros è dedicata a due vitigni: Albillo Real (bianco) e Garnacha (rosso). La maggioranza delle circa venticinque aziende che aderiscono alla denominazione gestisce vigne antiche – spesso prefillosseriche – su pianori sabbiosi ad alta quota (fino a 1200 metri!) e segue in cantina un approccio non interventista (se non proprio naturale). I vini sono veramente sorprendenti: “calienti” nei profumi che rimandano alla macchia mediterranea, ma con slancio, energia e finezza gustativa da terroir di montagna!

– Ribeira Sacra: territorio mozzafiato che paesaggisticamente ricorda la Mosella con i suoi vigneti terrazzati a strapiombo sui fiumi Sil e Miño. Siamo a Nord-ovest del paese, nell’entroterra della Galizia, e i vini ricavati in questa zona dall’uva Mencia (con saldo di autoctoni rari) sono agli antipodi rispetto agli stereotipi classici sul vino spagnolo. Quelli di Guimaro, produttore di riferimento che ha salvato dozzine di parcelle dall’abbandono, si avvicinano molto alla Borgogna dei mostri sacri: profumati, delicati, con tannini docili e acidità tonica, complessità aromatica abbinata a leggerezza di beva disarmante in pieno stile Chambolle Musigny o Vosne Romaneè. Purtroppo in Italia non ce n’è traccia, ma vi consiglio di dare un’occhiata agli e-commerce internazionali, visto che hanno ancora prezzi ridicoli se rapporti alla qualità.

– Priorat, Monsant e Conca de Barberà: Tre territori cardine del vino fermo catalano che si stanno smarcando da un passato fatto di vini carichi all’inverosimile, ipertrofici e tendenti all’ossidazione. A Priorat e Monsant, si sta affermando una nuova generazioni di piccoli viticoltori che, in molti casi, hanno studiato lontano da casa, per poi prendere in gestione vigneti centenari su suoli ricchi di ardesia, da cui ricavano bianchi da Garnatxa Blanca e rossi da Garnacha e Carineña che fanno dell’equilibrio tra volume, complessità e scorrevolezza il loro punto di forza . Nella Conca de Barberà, si sta affermando il Trepat, vitigno bizzarro che dà vini poco alcolici e di grande beva anche in contesti torridi.

I migliori vini rossi di Barcelona Wine Week:

Villota – Rioja Viñedo Singular Viña Gena 2019

Cominciamo dalla Rioja Alavesa, ovvero la parte della regione vinicola che ricade nei Paesi Baschi, con un vino da “viñedo singular” (vigneto singolo). Un’espressione rappresentativa della nuova Rioja, giocata sul frutto – marasca, confettura di lamponi – e sulle erbe aromatiche piuttosto che sulle solite note date dall’affinamento in legno (12 mesi in barrique di rovere francese). I suoli alluvionali-argillosi plasmano un sorso si robusto, si avvolgente e caloroso, ma senza pesantezze di alcuna sorta. Tannini compassati e rimandi sapidi accompagnano una progressione ben calibrata che scorre fluida fino al finale balsamico di buona gittata.

92/100

Milenico – D.O. Ribera del Duero 2017

Dalla Rioja alla Ribera, l’altra patria del Tempranillo. Ho chiesto a diversi produttori quale fosse la principale differenza e mi è stato risposto che ci sono variazioni nei suoli, nel clima leggermente più fresco, ma soprattutto nel metodo: i tintos della Ribera sono vini generalmente più fruttati, meno tannici e meno conciati dal legno. La mia sensazione che le migliori versioni ricordino Bordeaux: per esempio questo di Milenico si avvicina a un Pessac-Leognan con il suo profumo di frutti di bosco molti maturi frammisti a tabacco mentolato, scatola da sigari e caffè. Rende un’idea di pulizia e precisione grazie all’equilibrio perfetto tra frutto generoso, traccia del rovere non invadente e tannini impeccabilmente estratti. Non fa sobbalzare dalla sedia, ma ha il fascino senza tempo dei vini classici.

92/100

Nietos Senora Maria – Avaviento Joven Cerebros D.O. 2020

Nella categoria “Joven”, ovvero quella dei vini senza affinamento in legno, si trovano alcune delle perle della nuova enologia spagnola. Come questa Garnacha da vigne di oltre 50 anni d’età a circa 900 metri d’altitudine, con protocollo di vinificazione super-minimal (fermentazione spontanea, no filtrazione ecc.). Ha un profumo meraviglioso: lampone e ribes rosso, pot-pourri, erbe spontanee a volontà. Ammicca e conquista con un sorso estremamente succoso, tutto giocato sul frutto croccante, con soffi speziati a vivacizzare e acidità tonica, da vino di montagna, che fa piazza pulita e invita al secondo sorso.

92/100

Ukan – Rioja 2019

Ancora in Rioja con il progetto ambizioso di Koldo Eguren, figlio d’arte che ha studiato e lavorato per diversi anni in California prima di tornare nella Rioja Alavesa. “ Vogliamo dimostrare che esiste un’altra Rioja – ci spiega al banchetto – cerchiamo di produrre dei Tempranillo più al passo con i tempi, senza eccessi di potenza e di note boisè” . Il vino è ottenuto una fermentazione lenta in tini di legno aperti da 20 hl, seguita da un elevage in barrique di rovere francese mediamente tostate. Già dal naso si profila tutto un mondo diverso: è sobrio, lento a dischiudersi, floreale in primo luogo. Più che il solito culturista, è un maratoneta: non privo di struttura, ma garbato e ben calibrato, lungo più che ampio, vellutato e soave con finale profondo al sapore di liquirizia e cacao amaro.

93/100

Cune – Rioja Reserva Imperial 2018

Dall’avanguardia riojana ad un’azienda storica, fondata a fine 800’, che, però, ha saputo stare al passo con i tempi. Imperial è il vino “top” della Compania Vinicola del Norte de Espana: separato alla nascita dal resto della gamma grazie a uno strumento avveniristico che seleziona le uve con i migliori parametri sul tavolo di cernita dell’azienda. Il vino è cupo nel calice e ha un naso prorompente, ma integro, con toni di marasca e grafite, cioccolato fondente, pot-pourri di fiori rossi e una scodata di after-eight. Ha volume, potenza, ma non è monolitico come altri Reserva e Gran Reserva; una splendida verve balsamica dà finezza al sorso e sigla un finale succoso di frutto e appena tostato.

93/100

Mas Martinet – Priorat Els Escursons 2019

Sara Perez è una delle migliori vigneron catalane: prima di prendere le redini dell’azienda di famiglia a Priorat, si è formata con Pedro Parra, superstar cilena dell’agronomia, soprannominato dai sudamericani “Doctor Terroir”. Questo bagaglio di conoscenza gli ha permesso di condurre studi approfonditi sui suoli locali, ricchi di ardesie rosse chiamate licorella, e di produrre vini totalmente artigianali, ma di pulizia e compostezza straordinarie. Els Escursons, affinato in terracotta, è stregante: quasi ecclesiastico negli aromi d’incenso iniziali che virano sulla garriga e sulle fragole selvatiche, con accenti floreali ad ingentilire il tutto. La polpa della Garnacha c’è tutta, ma in un contesto di leggerezza ed equilibrio ammaliante, con il tannino che rugge ma non graffia, una leggera vena vegetale a smorzare la struttura e un tripudio di spezie ed erbe officinali in retro-olfatto.

94/100

Artuke – Rioja La Condemnada 2021

Tim Atkin, rinomato Master of Wine e grande esperto di Spagna, ha indicato quest’azienda come una di quelle che stanno cambiando il volto della Rioja, puntando sui vigneti singoli, estrazioni più leggere e tempi di affinamento relativamente brevi. I proprietari, Arturo e Kike de Miguel Blanco, hanno portato al banchetto la nuove annate, che pagano un po’ lo scotto dell’imbottigliamento recente, mostrando profili relativamente chiusi e austeri. Ma La Condemnada , da parcella di 0,75 ettari sulle sponde dell’Ebro, lascia già intuire stoffa da fuoriclasse, dimostrata soprattutto nel sorso di notevole grinta, con un finale nerboruto, verticale, salino e ferroso che mi ha ricordato un grande rosso dell’Etna.

94/100

Guimaro – Ribeira Sacra San Pedro 2020

E arriviamo al vino che più mi ha stupito nel corso di questa due giorni iberica: un piccolo prodigio da uve Mencia con piccola percentuale di altre varietà che non sono nemmeno catalogate. Avevo già provato qualche Mencia in passato ed ero rimasto sorpreso dalla finezza di questi; ma qui si entra in tutta un’altra galassia. La quota di uve vinificate a grappolo intero contribuisce a rendere ancor più arioso ed espressivo un naso camaleontico: fine di frutto e fiore sulle prime e poi esotico, pepato, balsamico e anche un pelino terragno. Ha la grazia di un grande rosso della Cote de Nuits: uno Chambolle di Ghislaine Barthod per esempio, ma con struttura leggermente più avvolgente – 14 gradi riportati in etichetta – e una sapidità intensa, salivante, che dà la terza dimensione a una progressione di finezza e fluidità fenomenale. E’ il vino “base” di Guimaro, ma supera i Cru aziendali per rapporto tra complessità, originalità e scorrevolezza. Sta sui 22-25 euro in enoteca in Spagna, ma se la gioca tranquillamente con etichette di altri paesi che costano il triplo o il quadruplo!

95/100

Seguirà articolo con bianchi e spumanti.

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