La Maremma che guarda la Borgogna: tre vini strepitosi di Sassotondo

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La storia del produttore geniale che ha reso il Ciliegiolo in Toscana e di un vigneto che sta alla Maremma come un Grand Cru della Cote de Nuits alla Borgogna. 

Immaginate una giornata trascorsa a degustare i Brunello appena usciti in commercio nell’oramai lontano del 1999. L’era, lo sappiamo, è quella dell’ondata esterofila: il Sangiovese si fa più scuro – e non sempre in maniera del tutto trasparente – le botti grandi lasciano a spazio alle barrique in cantina; più in là, nel Chianti, hanno appena autorizzato l’utilizzo di uve internazionali nel blend per essere più competitivi, mentre in Maremma tutti provano a replicare il modello vincente di Bolgheri.

Proprio in quell’occasione un enologo fuori dagli schemi di nome Attilio Pagli fa ad Edoardo Ventimiglia, una vita dedicata al cinema e una seconda carriera da vignaiolo appena avviata con la fondazione della cantina Sassotondo, una proposta che per quegli anni può sembrare assurda: “ Ci incontrammo li, a Benvenuto Brunello, e mi disse che aveva avuto un’idea – spiega Ventimiglia – invece di puntare tutto sui vitigni bordolesi, perché non provare a recuperare il Ciliegiolo?”

L’origine del progetto è la vigna San Lorenzo: niente più niente meno che una manciata di vecchie piante su di un colle di fronte allo splendido costone di roccia su cui staglia il borgo di Pitigliano.

Da quella parcella dimenticata, che rischiava l’espianto per fare spazio a nuove costruzioni, parte la rinascita del Ciliegiolo in Toscana: un processo avviato lentamente, ma che poi – negli ultimi dieci anni – ha messo il turbo: in parte perché il filone “Maremma che ambisce a competere con Bolgheri sul filone bordolese” non è mai decollato, e quindi si sta cercando di cambiare rotta, puntando su Vermentino, Sangiovese e su questo vitigno tradizionale a bacca rossa. In parte perché il gusto del pubblico è cambiato e l’immediatezza del Ciliegiolo è molto in linea con le tendenze.

La maggiore crescita si registra sul fronte dei Ciliegiolo freschi d’annata, da bere in scioltezza, magari affinati in acciaio o in cemento e rilasciati a meno di un anno dalla vendemmia. Ma Ventimiglia e Pagli hanno sempre ritenuto, a differenza di altri, che il Ciliegiolo si presti anche alla produzione di vini più ambiziosi, soprattutto in zone eccezionalmente vocate come quella di Pitigliano: terra di tufi e di roccia vulcanica, più legata al comprensorio della Tuscia, di Orvieto e del lago di Bolsena che al resto della Maremma, e lo s’intuisce già dal fatto che storicamente vantava una cospicua produzione di vini bianchi (oltre che di Ciliegiolo). Tutt’oggi il Bianco di Pitigliano esiste: Edoardo lo produceva fino a qualche anno addietro, salvo poi decidere di declassare il suo Isolina a Toscana IGT, probabilmente per dare uno scossone a una denominazione ancora legata a una visione del vino d’anton.

Tornando al Ciliegiolo, la cura maniacale per i dettagli, presumibilmente derivante dai trascorsi dietro la cinepresa, lo ha portato a “spaccare” i pochi ettari del solo cru San Lorenzo in due vini molto stilisticamente molto diversi. Il primo si chiama proprio San Lorenzo ed è lo storico top di gamma aziendale. “ Tra i due è quello che segue il protocollo tradizionale di vinificazione in Toscana, con una fermentazione in acciaio , macerazione lunga due o tre settimane e affinamento in botti da 10 ettolitri”. Di due annate proposte in assaggio in un pranzo al ristorante Al Ceppo di Roma, la 2016 è la più “maremmana”: ricca, materica, con un colore cupo e accenni di evoluzione terragna che incorniciano visciola, liquirizia e rosa rossa. Caldo e avvolgente, quasi a dispetto dell’andamento dell’annata – che sulla carta sarebbe tra quelle fresche – con finale ampio tra confettura di more, sottobosco e un pizzico di tostatura.

La 2019, invece, è giovanilmente austera, con la verve vegetale tipica del vitigno che sfuma sulle erbe aromatiche e si alterna a violetta, ribes, spezie di vario genere. Strutturalmente solido, ma dinamizzato da una sferzata di arancia sanguinella che ricorda certi vini “top” a base Sangiovese. Del Ciliegiolo ha il tannino leggiadro, che accompagna la progressione fino alla chiusura lunga e succosa.

Poggio Pinzo è il B-side della vigna San Lorenzo, frutto di tante sperimentazioni e di un collaborazione con l’agronomo-superstar Pedro Parra. Proviene da una micro-zona all’interno del vigneto, sta per un anno in anfora di terracotta e ha un profilo decisamente diverso: un po’ “funky” nell’annata 2017, che sfodera profumi bizzarri di peperone crusco, pasta d’acciughe e chiodo di garofano. Appena scomposto, ma di grande carattere: sapido al limite del marino in apertura e poi più morbido, chiude lungo tra terriccio ed erbe aromatiche.

Il 2020 è un po’ più sobrio: ha qualche punto in comune con il San Lorenzo ‘19, rispetto al quale, però, sembra più immediato e riccamente fruttato. “ Parra di mi disse che da questa parte della vigna sarebbe venuto un vino diverso: molto sinuoso, come Monica Bellucci. E aveva ragione! ”. Il sorso è succoso, carnoso, notevole per equilibrio tra acidità e frutto, immediatamente soddisfacente.

Oltre a questi due Cru, c’è anche il Monte Calvo: altro vino da Ciliegiolo in purezza. con un appeal più contemporaneo dato da una quota di vinificazione a grappolo intero, seguita da 12 mesi di botte grande. Non è esattamente un vin de soif – per quella categoria c’è il Ciliegiolo base – ma ha finezza e slancio:se Poggio Pinzo è un 1er e il San Lorenzo il grand cru, questo è un village con gli attributi: golosissimo nell’annata 2020 che trasuda ancora freschezza vegetale e di drupe appena raccolte.

Ciliegiolo a parte, Ventimiglia produce tre bianchi molto interessanti, di cui due macerati. Di recente si è anche barcamenato in un progetto completamente nuovo: Ritorno è il frutto dell’impressa che ha voluto tentare sull’Etna; suo nonno era siciliano e lui ha provato a riallacciare i legami con la terra d’origine della famiglia in questo modo. “ Sono stato in Sicilia per la prima volta a 25 anni e da quel momento, ogni volta che ci ritorno, ci lascio un pezzo di cuore. Ma ci sono voluti dieci anni per arrivare al primo vino”.

Non si tratta, però, del solito progetto Etneo circoscritto alla commercializzazione – in certi casi prettamente speculativa – di poche bottiglie di vino molto costose: le 250 bottiglie prodotte, distribuite in esclusiva da Proposta vini, hanno come scopo la raccolta di fondi per il progetto G.R.A.S.P.O. “ Il ricavato della vendita andrà a finanziare una ricerca realizzata da questa associazione con l’università di Catania, che ha come obiettivo il recupero di antichi vitigni quasi estinti”. Il vino in sé per sé ha tutti gli attribuiti per diventare un grande fine wine etneo: da vigne a 800 metri nel comune di Milo: mostra tensione canonica, da Riesling in salsa meridionale, ma anche un che di ossidativo sul fondo che ne accresce lo spessore e lo rende molto caratterizzante. È la riprova del grande “manico” di Ventimiglia, anche in una cantina che non è la sua e in un territorio che non è quello che ha contribuito a far crescere.

I punteggi dei vini di Sassotondo:

Maremma Ciliegiolo San Lorenzo 2016 – 92/100

Maremma Ciliegiolo San Lorenzo 2019 – 94/100

Maremma Ciliegiolo Poggio Pinzo 2017 – 90/100

Maremma Ciliegiolo Poggio Pinzo 2020 – 92/100

Maremma Ciliegiolo Monte Calvo 2020 – 91/100

Ritorno Etna Bianco Superiore 2021 – 94/100

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