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La Campania dalla Falanghina alla Coda di Volpe: dieci vini straordinari

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Terrazzamenti, strapiombi su crateri vulcanici, filari circondati da boschi secolari e vigne centenarie simili a ragni giganti che si ergono sulla cima di colline che guardano l’Appenino.

Sono le immagini mozzafiato di una terra dove il vino non è un semplice prodotto agricolo, ma un baluardo di di buona imprenditoria che salvaguarda luoghi dall’immenso valore storico e naturalistico. Avrei di che parlare anche se la qualità non fosse esaltante, ma, per fortuna, l’asticella del vino campano in generale – e in particolare dei bianchi – si è alzata in maniera clamorosa nell’ultimo ventennio.

É oramai assodato che la Campania rientra nel novero delle grandi regioni bianchiste italiane insieme a Friuli Venezia Giulia, Alto Adige e Marche. E il dato più importante è la proliferazione di aziende degne di nota nei cosiddetti territori “minori”. C’è vita anche aldilà della triade inossidabile composta da Fiano, Greco e Falanghina. Bere un Pallagrello Bianco, una Coda di Volpe o un Caprettone non è più un feticismo da bevitore scafato e inevitabilmente annoiato: oramai da questi autoctoni “figli di un Bacco minore” si producono vini di tutto rispetto che, nei migliori casi, invecchiano anche alla grande.

Campania Stories 2021 ci ha permesso di fare il punto sulla situazione del vino bianco campano. Ecco le impressioni generali provincia per provincia:

Napoli

Mai trovati così tanti vini degni di nota nelle piccole enclavi sopravvissute all’urbanizzazione selvaggia della zona con la più alta densità abitativa d’Europa. C’è fermento soprattutto nei Campi Flegrei, tra il Bosco degli Astroni, le solfatare e Monte di Procida, dove la Falanghina succhia sali minerali dalle sabbie vulcaniche e regala vini agili, profondamente salmastri, che tengono botta per almeno un lustro dal momento del rilascio. Interessante anche il lavoro che stanno facendo aziende come Sorrentino, Bosco De Medici e Casa Setaro ai piedi del Vesuvio, in una zona bellissima, ricca di biodiversità, ma piagata da produzioni molto approssimative. Grazie ai loro sforzi – sia in ambito produttivo che nella preservazione dell’ecosistema locale – il Lacryma Christi si sta scrollando di dosso la reputazione di vino senza pretese con un nome altisonante.

Salerno


Un comprensorio enorme ed eterogeneo dove la vigna si posiziona quasi a sempre a cavallo tra mare e montagna. In Costiera il Fiorduva non è più un caso isolato: disperse sui terrazzamenti tra Furore e Tramonti ci sono almeno cinque/sei piccole aziende che ricavano da vigne centenarie e autoctoni rarissimi – Biancatenera, Biancazita, Ginestra, Ripoli, Fenile, Pepella – vini che sanno di mare, d’agrume e di macchia mediterranea. Nel Cilento, invece, Fiano e Greco primeggiano e, in assenza di una linea produttiva comune, i produttori sperimentano affinamenti in anfora, legno piccolo e grande, vinificazioni sulle bucce, con risultati spesso spiazzanti e la solarità del territorio costiero a fare da trait d’union.

Caserta

L’unica provincia non toccata dal tour di Campania Stories per questione logistiche. Dei vini prodotti da queste parti se ne parla fin troppo poco, ma gli assaggi al gran tasting ci invitano ad approfondire la questione. Le Falanghine provenienti dai crinali del vulcano di Roccamonfina, nella zona di produzione del mitico Falernum d’età imperiale, sono tra le più stratificate e longeve di tutta la regione (provare il Caracci di Villa Matilde Avallone per credere). Il borbonico Pallagrello Bianco – testimoniato per la prima volta nella vigna realizzata dal Vanvitelli su commissione di Ferdinando IV – cambia, invece, connotati in base al contenitore: semplice e spensierato quando passa in acciaio; molto più ricco e “borgogneggiante” se fa legno. E poi c’è l’Asprinio: il vino frizzante delle famose alberate aversane, storico ma ancora incapace di sdoganarsi dallo stereotipo che lo vuole rustico e sempliciotto. In degustazione ce n’era uno solo, che, però, dimostra che si tratta di un “piccolo vino” di tutto rispetto.

Benevento

Terra di grandi cooperative e di grandi volumi – oltre il 40% della produzione regionale – che negli ultimi anni ha messo il turbo e ha colmato parte del gap qualitativo che la distanzia dall’Irpinia. La Falanghina del Sannio si presta bene sia alla produzione di vini semplici, beverini – più acidi e meno salmastri delle controparti flegree – che a quella di Vendemmia Tardive fanno del binomio freschezza-rotondità da surmaturazione il loro punto di forza. Anche Greco e Fiano riservano sorprese, ma è ancora difficile trovare un filo conduttore tra le varie interpretazioni. Il Greco 2015 di Fattoria La Rivolta dimostra, in ogni caso, che a farli stare in bottiglia per un po’ non si fa peccato.

Avellino

La terra promessa del vino campano: il luogo dal quale trent’anni addietro è partita un’onda bianchista che non si esaurirà a breve raggio. I produttori più quotati finiscono le bottiglie già in estate, le uve spuntano cifre superiori all’euro al chilo e le valutazioni dei vigneti sfiorano gli 80.000 euro l’ettaro nei “Grand Cru” del Fiano e del Greco. Insomma, l’Irpinia dei bianchi è in ottima salute e sembra aver tenuto botta anche in tempi di pandemia. Sul fronte del prezzi all’ingrosso e al dettaglio, però, si può e si deve salire, e la neonata tipologia Riserva può aiutare in questo senso. Del resto la qualità è trasversale anche in un’annata ottima sulla carta – ma difficile per ragioni che prescindono dall’andamento climatico – come la 2020. “ Non poteva andare meglio – mi ha spiegato Milena Pepe – il Covid è stato un disastro, ma la stagione è andata molto bene. Non ha fatto mai troppo, nè troppo caldo. Ha piovuto il giusto e la vendemmia è stata come quelle di una volta”. E se i Fiano sono già leggibili – e mediamente hanno una bella stoffa – i Greco hanno bisogno di qualche anno per esprimersi al meglio.

N.B.: All’appello mancavano i vini di Ischia, altra enclave produttiva di tutto rispetto. La speranza è che i produttori dell’isola decidano di prender parte alle prossime edizioni.

I migliori vini

10. Masseria Piccirillo – Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2019

Profilo decisamente stravagante: mela matura e acciuga, origano, qualche idea fumè e un tocco ossidativo che non stona. Il sorso è ricco, avvolgente, imperniato su di una sapidità corroborante che allunga il finale piuttosto lungo. Bella interpretazione che sembra aver beneficiato molto dell’anno in più in bottiglia.

92/100

9. Fattoria La Rivolta – Falanghina del Sannio Taburno DOP 2020

Sfiziosissimo vino d’entrata di una delle migliori aziende del Sannio: l’attacco è su toni di mela renetta e sambuco, mandorla bianca, spunti fumè che crescono progressivamente d’intensità. La bocca è ampia e suadente, carica di frutto e appena amaricante nel finale pimpante, salato. Ottimo.

8. FontanavecchiaFalanghina del Sannio Taburno DOP 2020

Versione gagliarda, caratteriale, spinta sul minerale con una traccia di cherosene, qualche idea floreale e il frutto in seconda battuta. L’impianto è quello di un buon Riesling con tanto di nota idrocarburo di fondo, poi erbe aromatiche e scorza di limone a profilare una chiosa dinamica, incalzante. Eccellente.

91/100

7. Mustilli – Falanghina Sant’Agata dei Goti Vigna Segreta 2019

Un anno in più in vetro, ma è ancora tutta giocata sulla freschezza dell’agrume verde, del bosso, del pompelmo e delle erbe aromatiche, con un sorso verticale, rinfrescante, cristallino. Un grande classico in forma smagliante.

91/100

6. Traerte – Irpinia Coda di Volpe 2020

Imprinting minerale deciso: zolfo e pietra focaia, limone candito e mandorla amara. Personalità da piccolo Riesling con un senso di tensione energizzante e qualche rintocco fruttato a smorzare. Scorre con grande facilità e chiama l’abbinamento con qualcosa di grasso e goloso: per esempio un bel filetto di baccalà in pastella. Ottimo!

91/100

5. Ettore Sammarco – Costa d’Amalfi Ravello Bianco Selva delle Monache 2020


Macchia mediterranea a go go, ginestra, pesca noce e sfusato amalfitano a delineare un profilo particolarmente accattivante. Sale e sapore, tensione agrumata e guizzo piccante in un sorso di grande scorrevolezza ed estrema potenza evocativa. Ottimo.

92/100

4. Villa Matilde Avallone – Falerno del Massico Bianco Dop Caracci 2017

Cherosene e cera d’api, noce moscata, acciuga e nocciola a delineare un quadro profondo, stratificato. La struttura è robusta, ma ben sostenuta da un nerbo-acido sapido inusitato per l’annata, che mette in evidenza il potenziale evolutivo eccezionale di questa etichetta sempre affidabile.

93/100

3. Astroni – Campania Falanghina Strione Igp 2015

Sei anni in bottiglia e i connotati cambiano radicalmente: il miele prende il sopravvento insieme a cannella e zenzero, tabacco biondo, marmellata di arance. A un naso piuttosto evoluto corrisponde un sorso ancora pulsante che lascia una scia sapida meravigliosa. Inossidabile.

93/100

2. Marisa Cuomo – Furore Bianco Fiorduva 2019

Sorprendentemente sussurrato: acciuga e ostrica, crema di limoni, erbe aromatiche, pietra focaia. Deve uscire fuori dal guscio, ma l’equilibrio sapido-cremoso del sorso è da fuoriclasse vero. Date tempo al tempo.

94/100

1. Fontanavecchia -Falanghina del Sannio Vendemmia Tardiva Libero 2015

Vitalità ed esuberanza: l’agrume spinge ancora e fa capolino tra ricordi di zafferano, curcuma e cherosene derivanti dalla raccolta tardiva. E’ spiazzante per energia, con fondo cremoso, mielato, ma anche tanta freschezza e un timbro sapido rigoroso. Ricorda certi bianchi alsaziani. Splendido.

95/100

Seguirà un articolo dedicato a Fiano e Greco.

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