I migliori bianchi e rosati assaggiati a Vinitaly 2024

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Una carrellata di vini sorprendenti dalle edizioni più vivaci ed effervescenti della fiera veronese da un po’ anni a questa parti.

 

Riecine – Toscana Bianco di Riecine 2021

Che Riecine sia una delle pietra miliari del Chianti Classico è cosa risaputa: in oltre quarant’anni di storia – e nonostante gli svariati passaggi di proprietà – è rimasta una delle tenute più costanti del panorama del Gallo Nero, potendo contare su enologi superstar del calibro di Sean O’ Callaghan, poi passato a Tenuta di Carleone, e Alessandro Campatelli, uno dei giovani più talentuosi della Toscana tutta ( e già insignito del premio Gambelli).

I vini a base Sangiovese sono più o meno mitologici e il bianco, per quanto semi-sconosciuto, è altrettanto interessante: da una vigna di Trebbiano Toscano a 450-500 metri in quel di Gaiole, una parte della massa fermenta sulle bucce per mesi e un’altra è vinificata in bianco. Il risultato è sorprendente: il colore è dorato più che propriamente orange, e il naso è incentrato su sfumature evolutive allettanti di zafferano, nocciola, scorzetta d’arancia candita, qualche spunto terroso e fumè. Quasi un rosso travestito da bianco, con rimandi fenolici che rendono la bocca asciutta e grintosa, accenni di iodio, terriccio e un filo di idrocarburo ad arricchire una chiusura piena che invoglia ad abbinarlo con uno spezzatino di vitella o un pollo alla cacciatora.

92/100

Feudo Antico – Abruzzo Pecorino Casadonna Reale 2020

Dalla neutralità assoluta di un bianco toscano al carattere sottilmente aromatico del Pecorino in alta quota. La grande rivoluzione di quest’anno in Abruzzo sta nella creazione di sottozone provinciali che aiuteranno ad inquadrare meglio i vini nel contesto regionale. Questo, per esempio, sfoggerà nelle prossime annate la denominazione “Terre de l’Aquila”, la più rara ed interessante in tempi di cambiamento climatico.

La vigna di origine è quella di fronte al ristorante tristellato dello chef Niko Romito, posta a circa 780 metri d’altitudine, nel cuore dell’Altopiano delle Cinque Miglia, noto anche per ospitare le più importanti stazioni sciistiche della regione. Raccolte a ottobre inoltrato, le uve vengono poi portate nelle cantina di Tollo, dove il vino fermenta e riposa per oltre due anni in acciaio. Il Pecorino in queste zone fredde “rieslingheggia” e tira fuori accenti idrocarburici che fanno il paio con anice, mughetto, una nota più dolce e ossidativa che ricorda miele d’acacia e frutta secca. Leggero e slanciato, verticalissimo e allo stesso tempo equilibrati, con rintocchi mielati ad ingentilire la progressione. Pensato per accompagnare la cucina vegetale dell’autodidatta geniale di Castel di Sangro, sta bene con qualsiasi pietanza di mare o d’orto.

93/100

Laura De Vito – Fiano di Avellino Arianiè 2021

Una sola varietà, un solo comune, tre vini da singola vigna e non meno di due anni di affinamento sulle fece. Credenziali semplici ma rivoluzionarie per un progetto che ha subito attratto l’attenzione della critica, nato dalle scelte felici e lungimiranti di una vignaiola che ha saputo intercettare le tendenze meglio di altre e del suo consulente, Vincenzo Mercurio, che segue dozzine di progetti di successo in regione.

Il vino ha la fortuna di venire da una vigna piuttosto alta – circa 550-580 metri – e che gode di un’esposizione a Nord: disastrosa in passato e salvifica in tempi in cui anche la fredda Irpinia comincia a scaldarsi. Rispetto ai Fiano che rincorrono il mercato, entrando in commercio troppo presto, svela tutt’altra stoffa. Il naso è molto più espressivo. nocciola, zeste di limone, lanolina e pesca nettarina, soffi balsamici e una punta di cherosene ricordano i migliori Chenin Blanc della Loira. Il Fiano è tra i pochissimi vitigni capaci di mettere insieme morbidezza e slancio e la bocca gioca proprio su questo binomio di ampiezza e tensione citrina: una lama e una coccola allo stesso tempo, con ampio retro-olfatto fumoso e di nocciola che stenta a spegnersi.

94/100

Brigante – Cirò Rosato Mankari 2023

Quella dei Cirò Boys è una bella storia ancora poco conosciuta: un gruppo di vignaioli affiatati che rinunciano all’invidualismo anarcoide tipico del Sud Italia per rilanciare in maniera coesa la denominazione più importante della Calabria, la bella addormentata del vino italiano.

La prerogativa del Gaglioppo, uva rossa di riferimento, sta nella tannicità estrema che ha sempre spinto i produttori a limitare quanto più possibile la macerazione, spesso ricavando dei rosati scuri o dei rossi leggerissimi. Da qui alla produzione di rosati “moderni” il passo è brevissimo e, in effetti, il Cirò rosato è la più costante delle tre tipologie ammesse da un punto di vista qualitativo. Tra i quasi dieci assaggiati al banco, questo mi ha convinto particolarmente: non diafano ma nemmeno troppo scuro, ha un naso piccante di pepe bianco ed erbe, con fondo di acciuga e ribes selvatico; salinità e fruttino rosso vanno a braccetto, scolpendo una progressione schietta e sfaccettata allo stesso tempo, con giusto accenno di tannino e spezie a go-go nel finale energico e saporito.

92/100

Costaripa – Valtenesi Rosè Molmenti 2019

Sempre Rosato, ma da tutt’altra zona d’Italia. Mattia Vezzola è stato l’uomo dietro il successo dirompente di Bellavista nell’ultimo trentennio; terminata quell’esperienza, si è rimesso in gioco con la sua azienda di proprietà sulle sponde del Garda, da sempre una fucina d’innovazione nel campo degli spumanti e dei vini rosati.

Molmenti nasce dalla volontà di andare oltre lo stereotipo del “rosatino turistico” che tarpa le ali a Valtenesi e Chiaretto, tentando la via dell’affinamento in botte da 4 ettolitri per 2 anni, seguita da diversi mesi di riposo in bottiglia. Il vino è chiarissimo e luminoso, dolce ma non stucchevole nei profumi di cotognata e cannella che s’intrecciano con liquirizia, bergamotto e fiori in appassimento. Ampio, salino, la parte aromatica ricorda quella di uno spumante leggermente ossidativo, con l’acidità che smorza miele e frutti rossi in composta, un afflato balsamico che allunga il finale di notevole equilibrio.

93/100

Kellerei St. Pauls – Alto Adige Pinot Bianco Riserva Sanctissimus 2019

L’ Alto Adige dei vini dall’ottimo rapporto qualità-prezzo ha vissuto una vera e propria rivoluzione negli ultimi anni: seguendo l’esempio di Terlano, la prima cantina sociale ad alzare l’asticella con la Rarity, ogni azienda ha tirato fuori un vino a tiratura a limitatissima che rappresenta il “nec plus ultra” della propria produzione e vola molto in alto in termini di posizionamento.

Per il momento si tratta perlopiù di “superblend” dalla migliori uve dei soci (o dei differenti vigneti, se si tratta di cantina privata). Con le nuove U.G.A, però, la situazione potrebbe cambiare. La cooperativa St. Pauls, con sede nell’omonima frazione di Appiano, ha precorso i tempi, lanciando un vino-icona da singola vigna a pergola piantata a Pinot Bianco e risalente con con tutta probabilità alla fine dell’800’.

La fermentazione in terracotta e il lungo affinamento sulle fecce fini farebbero pensare ad una referenza che insegue le mode e, invece, il risultato nel calice è un estratto di territorio che travalica ogni stilema. A un naso di eleganza disarmante, con un soffio di erbe alpine e mentolo su pesca noce, fiori bianchi e un tocco burroso, fa seguito una bocca giovanissima e vibrante, ma con tridimensionalità da fuoriclasse. Zenzero, erbe essiccate, agrumi di ogni genere e un piglio minerale quasi gessoso delineano un finale lunghissimo per quanto giovanilmente contratto, che lascia immaginare un’evoluzione lenta e felice.

95/100

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