L’ultimo vino dell’anno è stato il Trebbiano d’Abruzzo più ambizioso e osannato dalla critica internazionale dopo Valentini e Pepe: circa 80 euro a scaffale per la nuova annata, qualcosa in più per questo millesimo in commercio da un po’. Molto difficile da comparare ai due sopraccitati, perché qui stilisticamente si avvicina molto più a quello di un grande bianco da suolo kimmeridgiano – leggasi Chablis e Sancerre – con un’enfasi encomiabile su precisione, leggerezza e slancio. Sulle prime gioca tutto su agrume e iodio; poi allarga su nocciola, camomilla, zafferano, un accenno di miele d’acacia e un pizzico d’idrocarburo. Freschissimo a dieci anni dalla vendemmia, l’acidità tonica rende la beva estremamente facile e conduce i giochi alla chiusura cristallina, completata da rintocchi salini e appena ammorbidita da una leggerissima traccia evolutiva. Non ha la carica espressiva estrema – e spesso rafforzata dalle “scapigliature” enologiche – delle vecchie glorie abruzzesi, ma la finezza è clamorosa e il potenziale evolutivo veramente notevole.
Punteggio: 95/100








