Com’é il vino del produttore spagnolo più quotato in questo momento

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Finalmente sono riuscito a mettere le mani su una bottiglia di Comando G, uno dei produttori più in hype al mondo in questo momento. Nato dall’incontro tra Fernando García e Daniel Gómez Jiménez-Landi, il progetto è stato tra i principali responsabili della rinascita della Sierra de Gredos, zona montuosa a ovest di Madrid che fino a pochi anni fa era considerata marginale nel reame della viticoltura iberica. I due hanno recuperato vecchissime vigne di Garnacha coltivate in altura, in molti casi sopra i 1000 metri; le lavorano in biologico, usano pochissimo legno per creare vini di stampo quasi “borgognone”. Grazie a punteggi stratosferici della critica internazionali, sono diventati le star della “new wave” spagnola e del Grenache contemporaneo: vitigno che, da Mamoiada alle alture della Serra de Gredos, riesce a esprimere un’ eleganza impressionante quando interpretato nella maniera giusto.

Il vino l’ho trovato da Grotta dei Raselli, a Guardiagrele in Abruzzo: ultima bottiglia disponibile, anche perché il prezzo — 60 euro in carta — aveva già invogliato alcuni addetti ai lavori meneghini a scendere fino al paese abruzzese per far fuori più o meno un terzo dell’assegnazione.

La Bruja — “La Strega” in spagnolo — 2024 è il vino più abbordabile di Comando G, ma su piattaforme influenti come Robert Parker Wine Advocate lo si trova con un punteggio di 94/100, quasi al livello di selezioni e single vineyard italiani. Hype giustificato? A livello di stile sì, forse meno sul piano della complessità.

Perché non c’è dubbio su finezza e sulla contemporaneità del liquido: sottile, floreale, con un’espansione delicata e un frutto purissimo, attraversato da spolverate balsamiche e vegetali che creano un profilo arioso e allo stesso tempo molto “mediterraneo” (per quanto qui ci si trovi in montagna, sopra i 1000 metri). Il sorso è coerente, delicato, tutto giocato sul frutto e su un tannino appena astringente — forse rafforzato dall’utilizzo dei raspi — che dà freschezza e lieve spigolosità a un finale sempre energico e sottile. Quel che manca, semmai, é un po’ di spessore e tridimensionalità, ma non é un grande problema, visto che si tratta pur sempre del vino d’ingresso.

È il tipo di vino che tira in questo momento. Per 35-40 euro a scaffale o 60 al tavolo va benissimo: non fa dire wow, ma accompagna il cibo alla grande e scorre con tale facilità che, dopo l’antipasto, la bottiglia era già vuota.

Detto questo, per capire se il produttore sia davvero al livello dell’hype che si è costruito intorno, bisognerebbe assaggiare i vini più ambiziosi del portfolio — Rumbo al Norte, Tumba del Rey Moro, Las Umbrías — che però costano più del doppio e sono ancora più difficili da trovare

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