Tre vini internazionali molto interessanti assaggiati a Londra

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Torno da Londra, dove sono stato per i Decanter Awards, con la sensazione che continui ad essere la capitale del vino mondiale. Un luogo dove bere bene è possibile in qualunque quartiere, strada o anfratto, anche dove non immagineresti. Soprattutto una metropoli dove c’è cultura e sete di conoscenza, forse anche perché è sede del WSET. Mentre in Italia si beve soprattutto per costruire un’immagine di sé stessi – spesso con molta superficialità – qui “snerdare” sui terroirs, cru e compagnia bella è ancora abbastanza di moda, anche tra i giovani.

In tutto questo, l’impressione che ho avuto sul mercato del vino italiano nella piazza é a luci e ombre. Va forte nella ristorazione italiana, un po’ meno nei wine bar, dove Piemonte, Toscana e qualche Etna compaiono con timidezza tra vini provenienti da ogni angolo del pianeta. E a proposito di vini dal resto del mondo, ne ho assaggiati almeno quindici mentre ero in città e tre sono quelli che mi hanno stupito.

Il primo viene dal Cile ed è un Cinsault da vigne vecchissime nella Valle de Itata, recuperata da Leo Erazo, uno dei protagonisti della rinascita della zona. Un rosso estremamente contemporaneo, di cui non ho trovato scheda tecnica, ma che penso non faccia legno. Elegantissimo negli aromi di fragoline e susina, con una spolverata di origano e pasta d’olive che rimanda a tratti al Rodano Nord. Solo 12.5 gradi per un sorso freschissimo, quasi senza tannino, sapido e di nuovo speziato nel finale, quasi irresistibile. Apparentemente leggero, ma in realtà stratificato senza peso, soprattutto nella chiusura.

Stile diverso, ma una certa scorrevolezza in comune, per il sudafricano testato subito dopo. Per la precisione un Cabernet Sauvignon dalla zona di Hemel-en-Aarde, una delle aree più interessanti del Sudafrica vinicolo, affacciata sull’oceano e caratterizzata da suoli granitici e forti escursioni termiche che permettono maturazioni lente. È una regione divenuta negli ultimi anni un riferimento per Pinot Noir e Chardonnay, ma con risultati sempre più convincenti anche sui vitigni bordolesi.

Il produttore è Restless River Vineyards. Il vino gioca su di un registro più cupo: c’è il calore tipico del Sudafrica, qualche nota affumicata e una parte verde di asparago selvatico. È il palato che sorprende: per niente massiccio, anzi salino e citrino, estremamente scorrevole, la parte balsamica e botanica conduce un sorso che riporta quasi ai Bordeaux vecchia scuola, con giusto un pizzico di maturità del frutto in più in sottofondo.

Ultimo, ma non per importanza, un rosso dai Balcani assaggiato in un momento di relax durante gli Awards. Medaglia d’oro dell’anno scorso: ne era stato servito un bicchiere con Coravin e, a distanza di un anno, la bottiglia si è rivelata sorprendentemente intatta. Il nome è quasi impronunciabile: Cuveê Buvoski 2021 di Matalj, da assemblaggio dei vitigni autoctoni Prokupac e Začinak.

Torniamo allo stile del rosso della valle de Itata: respiro mediterraneo esplosivo, garriga a volontà, un frutto leggermente candito e un soffio di eucalipto. Tannino delicato, una struttura che inizialmente avvolge la bocca, ma poi viene stemperata da sale e arancia sanguinella. Finale lungo, arioso, sempre meditereaneo. Un bicchiere estremamente coinvolgente, che dimostra come anche paesi quasi inesistenti sullo scacchiere globale fino a poco tempo fa possano riservare grandi sorprese. Noialtri dobbiamo darci molto da fare per reggere la concorrenza!

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