Mentre il mondo era ancora a Vinitaly, mi sono preso una pausa e ho fatto un pranzetto en plein air a Roma, precisamente da Matricianella, una roccaforte del bere bene nel quadrante più turistico dell’universo interno. Ho pescato dalla carta un vino che non incontravo da tempo e che forse, tra i “base” dei produttori iconici di Langa, è il più valido a rapporto qualità-prezzo in assoluto.
La differenza con i cru è quasi abissale: 51 euro al tavolo contro gli oltre 300 dei Barolo dello stesso produttore. Non capisco il motivo del dislivello, ma non posso di certo lamentarmi.

Il Langhe Nebbiolo Disanfrancesco 2023 di Roberto Voerzio non toccherà le vette del pari annata di Canonica assaggiato qualche tempo fa, ma non arriva nemmeno troppo lontano; soprattutto riafferma la prerogativa della 2023, opposta alla 22 che l’ha preceduta: la capacità di esaltare le differenze e l’espressione territoriale invece di appiattirla. Sulle note tecniche non so dire molto, tranne che, come da stile tipico di modernista, dovrebbe esserci un passaggio in tonneaux. Al netto di questo, il vino riesce ad esprimere tutta la generosità fruttata tipica di La Morra in maniera controllata e garbata: il profumo è marasca sotto spirito, petali di rosa, liquirizia e ferro, sintetico quanto invitante.
Il sorso è fedele alla tipologia Langhe Nebbiolo per gentilezza del tannino e scorrevolezza, ma con un’armonia d’insieme ben superiore alla media e un finale che mette in riga diversi Barolo per precisione e persistenza. È un vino sbalordente? Forse no, ma di certo riesce ad esprimere il “manico” di una leggenda del vino langarolo a un prezzo relativamente abbordabile. E non è poco. Sarebbe interessante tracciarlo nell’invecchiamento, perché sembra avere le credenziali giuste, ma penso che le poche bottiglie in circolazione finiranno troppo presto!








