Ornellaia, Valentini e Pergole Torte: leggende del vino italiano a confronto

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A Pasqua ho approfittato dei ricarichi eccezionalmente onesti di Villa Maiella, stella Michelin a Guardiagrele, per togliermi uno sfizio e fare un confronto tra pesi massimi: uno a bottiglia e due al calice. Vini ugualmente leggendari, blasonati, da “etichettari”, ma che incarnano modi esattamente agli antipodi di intendere i “fine wines” oggi.

Il primo é Ornellaia 2006. Classico vino pettinato, aristocratico, di stampo internazionale, peraltro in un millesimo veramente grande ( superiore anche al più quotato 2010). C’è semplicemente tutto: un frutto ricco e ancora integro, legno magistralmente integrato, giusta maturità terziaria espressa tra humus, radici e caffè; un tocco di freschezza vegetale, pirazinica e balsamica, che lo rende piu giovanile. Non é sicuramente l’annata più mediterranea, anzi ha un aplomb molto bordolese. Punta molto sulla freschezza e sulla salinità, con un tannino più  mordente che nei millesimi più caldi degli ultimi anni. Rende un senso di sorprendente agilità o, perlomeno, di volume senza peso. Non é un culturista in frac come si suole dire ai corsi AIS, ma una ballerina con polpacci scolpiti. Non travolge, ma rassicura. Più che all’emozione, aspira, piuttosto, a un senso di proporzione e armonia quasi “rinascimentale”, che gli permette di assecondare gran parte della portate senza sovrastarle. Se fosse un quadro, sarebbe una pala di Andrea Mantegna.

Dall’altra parte c’é il Montepulciano d’Abruzzo di Valentini 2017, che si gioca un altro campionato: quello del pathos e della irreplicabilità. Non è un vino che ti viene incontro: è selvatico, scapigliato, pungente di pasta d’olive e bacca di ginepro, pellame e iodio. Se lo hai assaggiato già una volta, lo riconosceresti tra mille. Nonostante l’etá, sembra più avanti con l’evoluzione terziaria, ma non molla un millimetro. In bocca la differenza si assottiglia: anche questo ha dinamismo eccezionale, quasi incredibile per un Montepulciano di un’annata calda, con toni ematici e di chinotto in sovrimpressione, tannino arrembante e un finale pepato, iodato, lunghissimo. Sembra più “maturo” in rapporto all’annata, ma chi ha provato vecchie annate sa che parte così e poi rimane fedeli a sé stesso per decenni. Artista con cui ha assonanza? Sicuramente Caravaggio.

E il terzo incomodo? Le Pergole Torte 2017 stavolta arriva terzo su tre. Semplicemente perché è ancora troppo indietro: il legno ne comprime un po’ il naso; il palato è stretto, tannico, snello e rinfrescante, ma un po’ burbero. Più vicino a Valentini che a Ornellaia; ma decisamente più sobrio, quasi ingessato. Forse, con il tempo, colmerà il gap che al momento lo separa dai due campioni qui sopra.

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