Su queste pagine ho scritto raramente di Rosso di Montalcino. Non per snobismo, ma perché continuo a faticare a comprenderne fino in fondo l’indirizzo stilistico: è una tipologia disordinata , disomogenea, con grandi picchi alternati a vini semplicemente “ok” – ma non di più – e qualche défaillance. Eppure, quando la bottiglia è quella giusta, il godimento a medio raggio può superare a mani basse quello offerto dal fratello “diverso” (non chiamiamolo maggiore!), proprio grazie agli affinamenti più brevi e alla carenza di sovrastrutture date dall’esigenza di fare il “grande vino”.

È il caso di questo Rosso di Montalcino di Fonterenza, stappato a fine giornata da Jack Food & Wine ad Alba, dopo un’intensa maratona di Nebbiolo.
Dell’azienda non so troppo, se non che è fuori dai circuiti classici della denominazione. Si trova nella parte alta prima di Sant’Angelo in Colle, è gestita da due sorelle gemelle che possono vantare collaborazioni e amicizie con vigneron importanti d’oltralpe; lavorano in biodinamica e possiedono alcune vigne ad alberello (dettaglio non marginale, soprattutto nell’epoca del global warming) e altre fuori denominazione sul Monte Amiata.
L’annata, 2021, è la stessa degli ultimi Brunello appena usciti in commercio. Eppure riesce a essere un “rosso” in tutto e per tutto: una declinazione del Sangiovese diversa, con un frutto esuberante, dolce ma sempre rosso e tutto meno pesante. Ricorda la confettura di lamponi o la crème de cassis; si lega a un tocco di salamoia, finocchietto selvatico, accenni silvestri e un che di animale. Non esattamente leggero al sorso, ma con passo misurato e grande armonia d’insieme. Tannino soffice, arancia sanguinella e ferro che sostengono un finale suadente, anche floreale. Siamo riusciti a bere la bottiglia senza abbinarla a nulla, ma non c’è rischio che si comporti male e tavola!
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