Quest’anno non ho voglia di fare rendiconti e classifiche, né di autocelebrarmi come fa qualcun altro nel recap di fine anno.
Mi limito a dire che il 2025 mi è sembrato un anno lunghissimo, forse per la ricchezza di eventi ed esperienze accumulati, e tutto sommato abbastanza regolare, nonostante il clima d’incertezza generale.
A fare classifiche, ormai, ci pensa tutta la gente che conta. Io di guide e premi ne ho assegnati parecchi, in varie vesti, e non sento il bisogno di aggiungerne altri. Così, piuttosto che compilare l’ennesima lista di vini dell’anno, preferisco menzionare tre bottiglie “invecchiate” tra le più rare ed emozionanti che mi sia capitato di bere quest’anno.

Il primo vino – che è anche l’ultimo in ordine cronologico e il bianco della triade – è il Clos d’Haut 2015 di Villa Diamante. Un grandissimo Fiano, figlio di un’azienda che, dopo la scomparsa improvvisa di Antoine Gaita, è un po’ sparita dai radar. Nel calice mette insieme la verticalità tipicadi Montefredane con tratti più scuri e profondi: note idrocarburiche, certo, ma anche fieno, tartufo, nocciola e pepe bianco. A tratti “valentineggiante”, ma più verticale della vecchia gloria abruzzese. Era l’ultima bottiglia nella cantina di Idylio by Apreda.Un peccato, perché a tenerlo da parte altri 5-10 anni non si sbaglierebbe!

E a proposito di Valentini, il secondo vino non può che essere il Cerasuolo d’Abruzzo 1979, degustato a Vinitaly. Un vino che trascende la categoria, capace di raccontare il tempo con una grazia quasi disarmante: energia ancora viva, tessitura fine, profondità e una bevibilità che sfida ogni logica anagrafica. Un sorso che rimane impresso, a riaffermare il potenziale infinito ed inespresso dei rosati italiani.
Il terzo posto lo dedico a Montalcino: un territorio con il quale ho un rapporto della serie odi et amo. Uno dei più blasonati del belpaese, capace di sfornare vini trascendentali, ma anche messo alla prova dal riscaldamento globale, soprattutto nelle sue aree più meridionali. Attraversa una fase di profondi cambiamenti: é in bilico tra un modello produttivo che rischia di diventare obsoleto e la ricerca dell’ aggiornamento necessario. La 2021 è una gran bella annata e segna un passo avanti nella giusta direzione. Ma il vino più sconvolgente incontrato quest’anno arriva dalla celebratissima 2016.

Sto parlando di Le Lucére 2016 di San Filippo: un rosso catartico, gentilmente offerto dal titolare Roberto Giannelli durante una visita ante Benvenuto Brunello. Potente, sì, anche leggermente caldo, ma dotato di una delicatezza aromatica quasi strabiliante, con una parte floreale che il Sangiovese in questa zona assolata raramente riesce a esprimere, accompagnata da drupe freschissime, humus, legno di altissima qualità, arancia rossa e accenni di spezie orientali.
Il palato è lo specchio perfetto del naso: tutto è allineato in uno sviluppo di rara precisione; reattivo, privo di qualsiasi traccia di terziarizzazione, eppure già perfettamente armonico. Goloso oggi, probabilmente sarà ancora migliore tra 15-20 anni. Se tutto il Brunello fosse così, non avremmo davvero nulla da invidiare ai nostri competitor internazionali!
Ma il 2025 è stato anche un anno di grandi esperienze culinarie. Due le più memorabili in assoluto: la prima è stata un pranzo da Terra a Sarentino con Cantina Bolzano in cui Heinrich Schneider ha dato ampio sfogo alla sua straordinaria creatività da autodidatta, proponendo una sequenza di portate basate sul foraging incredibile per originalità e intensità di gusto.La seconda è stato una cena a L’Imbuto poco prima del suo trasloco fuori dal centro di Lucca. Onestamente continuo a non capire come la Michelin abbia potuto non rinnovare la stella a Cristiano Tomei: la sua cucina resta una delle più originali, ostinate e profonde del panorama italiano. Caldamente toscana e, allo stesso tempo, cosmopolita.
Detto questo, non resta che sperare che anche il 2026 sia altrettanto intenso.
Nel frattanto, buone feste a tutti!








