Fuori dal Barolo: quattro Nebbiolo straordinari da un territorio poco conosciuto

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Mi prendo una pausa dal Brunello di Montalcino per passare al Nebbiolo. E, per una volta, si va fuori dalla solita Langa. 

Su queste pagine ho parlato in più occasioni del Nebbiolo di Carema e dell’Erbaluce di Caluso, i due poli più noti di quell’enorme area come Canavese. Questa volta, grazie a un webinar organizzato dal Consorzio Tutela Caluso, Carema e Canavese e agli appunti recuperati relativi a una mia visita di inizio anno, si accendono i riflettori un altro mondo: quello del Nebbiolo Canavese DOC.

Innanzitutto parole sul Canavese. La regione, per chi non la conoscesse, si distende ai piedi delle Alpi e a nord di Torino, sospeso tra il massiccio del Gran Paradiso e la lunga dorsale della Serra morenica d’Ivrea, una delle più estese formazioni glaciali d’Europa. É un territorio da sempre a vocazione agricola: il nome potrebbe venire da quello antico piemontese per la canapa. La viticoltura non é mai stata il traino principale, ma ha sempre avuto un ruolo piuttosto importante per il sostentamento locale e per il rifornimento della piazza di Torino. “ I vini di Caluso e di Carema erano noti a Torino quasi quanto il Barolo – spiega l’enologo autoctono Vincenzo Gerbi – esiste ancora il menù di un ristorante sul Parco Valentino attivo a fine 800’ in cui, di fianco a Mouton Rothschild e Romanee-Conti, si serviva il Sauternes di Caluso, ovvero il passito che si produceva nel sottotetto di ogni casa”. 

In ogni caso, il territorio non é segnato solo dalla tradizione vitivinicola, ma anche dall’eredità visionaria della Olivetti: una presenza industriale che ha plasmato la comunità, favorito lo sviluppo industriale e contribuito anche alla nascita di realtà come la Cantina della Serra, una delle due cooperative storiche dell’area, fondata proprio da Adriano Olivetti. 

Le tre anime del Canavese

La viticoltura canavesana è fortemente legata all’origine glaciale dei suoli, ricchi di ciottoli, sabbie e limo e quindi molto diversi da quelli calcareo-argillosi del Sud Piemonte.  L’area si divide idealmente in tre settori: il primo è Canavese orientale, con la grande collina che corre davanti alla Serra morenica e raggiunge il confine con la Valle d’Aosta. Carema fa da suo ultimo avamposto prima del confine. “ É una collina che sembra quasi tagliata con il coltello” spiega Gerbi.

La seconda é l’area pedemontana ad ovest della zona e ai piedi del Gran Paradiso, detta di Belmonte perché ospita l’omonimo Sacro monte. É più impervia e alta, con terreni da disfacimento granitico che hanno un fortissimo effetto effetto drenante e permettono alle radici di andare molto in profondità. Non fosse per l’alta piovositá, produrre vino da queste parti sarebbe molto difficile. 

Poi c’ê il territorio della DOCG Caluso, che é una sorta di mondo a sè stante, con grandi distese di pergole che abbracciano il Lago di Piverone, uno dei tanti bacini morenici della zona. Qui si produce la maggioranza del vino canavesano: l’Erbaluce di Caluso da solo é tirato in più o meno 800.000 bottiglie, contro le 50.000 circa di meno e qualche centinaio di migliaia di Canavese DOC. 

L’eleganza come fil rouge 

Ma torniamo al Nebbiolo. Se a Carema complessità e profondità fuse con freschezza alpina sono la chiave di volta, nel resto del Canavese – e in particolare nella zona di Belmonte e del versante occidentale –  eleganza, sottigliezza e nitidezza aromatica diventano il fil rouge. I Nebbioli del Canavese sono vini delicati, ma non stereotipati; puliti, verticali, estremamente varietali, forse più di quelli di Langa e anche del Nord Piemonte, dove le condizioni geologiche forgiano uno stile un po’ più austero. 

Mantengono un profilo sottile e vibrante che li rende immediatamente riconoscibili e, soprattutto, estremamente godibili. In passato il problema era una tendenza a sfigurare il frutto con affinamenti in legno troppo prolungati. Oggi, invece, si punta punta su freschezza e integrità, con macerazioni non troppo lunghe e maturazione ibride tra acciaio, cemento e botti esausti. Non per forza corte, ma più gentili, meno ossidative. 

Un grande punto di forza dei Nebbioli canavesani DOC é il prezzo. Se a Carema la media é salita molto – ed è difficile trovare un vino sotto i 45-50 euro – da questa denominazione si pescano ancora etichette di tutto rispetto a meno di 25 euro. 

Ecco i quattro Nebbioli del Canavese da non perdere:

Le Masche – Canavese Nebbiolo Roccia 2023

Cominciamo proprio da una versione di piccola azienda in zona Belmonte, da vigne a 600 metri nell’area pedemontana. Fa solo acciaio e sfoggia un sottile di fragolina e violetta con qualche nota vegetale: molto vicino ad un’interpretazione valdostana. Salino, schietto e leggero, con un’acidità appena rustica che, però, non inficia la succositá e la purezza del frutto. Finale spensierato, di grande vitalità. Non sarebbe impensabile abbinarlo a una zuppa di pesce. Prezzo: circa 15 euro.

91/100

Rostagno – Canavese Nebbiolo Girumeta 2020 

Sempre la stessa zona, ma lo stile cambia completamente. Qui c’è un affinamento in legno grande abbastanza prolungato che va a scolpire naso relativamente scuro e profondo con toni di more, mirtilli, una spolverata di spezie e un tracco più fresco di erbe officinali che rende appena più lieve ed aereo. In bocca si avvicina agli stilemi del sud, con grande presa tannica che accompagna il frutto scuro, ma anche una parte più fresca, vegetale-botanica, che riporta ai piedi delle Alpi. Gioca meno sull’immediatezza rispetto ad altri vini di zona, ma ha spessore “barolesco” e potrebbe anche essere piuttosto longevo. Prezzo quasi imbattibile per la categoria: 20-25 euro a scaffale. 

92/100

Terresparse – Contacc Vino Rosso 2021 

Qui ci spostiamo in zona orientale: Terresparse ha sede nei caratteristici balmetti di Borgofranco d’Ivrea, edifici storici con cantine dalla temperatura naturalmente costante; le vigne si trovano qualche decine di chilometri a sud di Carema: alcune sono allevate con il metodo tradizionale chiamata topia, che consiste in una sorta di pergola con pali di pietra. Affinato in barrique per esiguità di volume più che per stile, apre con un frutto nitido, tra susina e fragola, accompagnato da un legno leggerissimo, note floreali e un tocco di pepe. Il sorso è agile e pulito: tannino fine, tipica freschezza canavesana e un lieve accenno di spezia dolce ad accompagnare. Finale delicato, tra il floreale e pepato. Circa 25 euro.

92/100

Luca Leggero – Canavese Nebbiolo La Vila 2022

Ci spostiamo a Villareggia, al sud nella zona orientale, tra Ivrea e Torino. Luca Leggero e suo fratello hanno recuperato vigne sui primi colli che guardano le piane e, grazie anche a un lavoro efficace sulla comunicazione e alla costruzione di una cantina quasi avveniristica per la zona, stanno emergendo come “star” del panorama locale. Sono stato da loro in azienda e, per quanto tutti i vini non siano parsi ugualmente performanti, mi devo togliere il cappello davanti a questo Nebbiolo “de soif”, al quale l’affinamento in botte da 10 hl per 10 mesi ha dato integrazione, senza snaturarne le caratteristiche.  Ha un corredo ammaliante di ribes, erbe officinali e acqua di rose con qualche accenno animale a completare. Molto delicato, giocato tutto sulla freschezza e sul frutto, ma con finezza aromatica ben al di sopra della media e un finale leggiadro, soffuso, grazioso e persistente allo stesso tempo. Un altro centro per il vino canavesano. Circa 20 euro.

93/100

 

Gli altri vini del Canavese assaggiati:

Giacometto Bruno – Caluso Autoctono 2024

San Martin – Caluso 2023

Cantina Produttori Caluso – Caliginem 2019

Cellagrande – Carema 2021

 

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