I rossi altoatesini sono sottovalutati: ecco le etichette per averne la certezza

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Mai avrei pensato di tornare dall’anteprima altoatesina con tanto entusiasmo per i rossi. È una regione bianchista e l’epoca in cui viviamo favorisce senz’ombra di dubbio questo filone. Ma forse, più che il colore, è lo stile a fare la differenza. 

Il problema è nel concetto di vino rosso che abbiamo sviluppato a partire dagli anni 90’. Il racconto, anche in una zona alpina come questa, si è spesso spostato sull’esasperazione della ricchezza strutturale, che è qualcosa di tutt’altro che tipico del territorio, anzi frutto di enormi forzature. Nemmeno il Pinot Nero, uva rossa della leggerezza per antonomasia, è riuscito a salvarsi del tutto da queste tendenze “all’ingrasso”. 

Eppure c’è chi già due o tre decenni fa aveva la capacità di andare oltre i clichè. Due i nomi venuti fuori in un occasione di una serata “al fresco” in un fienile da poco recuperato in quel Mazzon: Martin Foradori Hofstätter e la famiglia Gottardi. Il primo, nel 1992, esordiva al timone dell’azienda familiare giusto in tempo per un’annata terribile, massacrata da piogge eccessive nel periodo pre-vendemmia. “ La viticoltura era totalmente diversa allora – ci spiega Hofstätter – meno precisa e con rese notevolmente più alte.” Il suo Barthenau ‘92 ha mantenuto un’integrità mostruosa, evidenziata già da un colore senza il minimo accenno di evoluzione, che anticipa un profilo che della freschezza e della sottigliezza i suoi punti di forza: forse non profondissimo, ma di rara vitalità. Non so onestamente quanti vini di Borgogna della stessa età – e di annate non strepitose – siano altrettanto in forma. E non so neanche se quella viticoltura “altra”, considerata obsoleta fino a poco tempo fa, non debba essere di nuovo presa in considerazione per fronteggiare le sfide attuali. 

Lo stesso si può dire della Riserva 2003 di Gottardi: qui la stagione bollente è ricaduta in un’epoca storica in cui tutti spingevano sulla concentrazione in ossequio alle tendenze di mercato provenienti dal Nuovo Mondo. Ma il vino è di un’integrità impressionante: selvatico sulle prime e poi dolce-fresco di fragoline sciroppate e mentolo; dotato di più spessore e cremositá rispetto al Barthenau 92’, ma comunque soffice, aggraziato, longilineo. “ È un vino molto italiano” suggerisce qualcuno dei presenti. Per me sono entrambi semplicemente identificativi di Mazzon, un fazzoletto di terra sotto la montagna, enclave rossista di pregio in un territorio bianchista. Un luogo che oggi, dopo vent’anni di work in progress, comincia ad esprimere più coralmente il suo potenziale, con vini che non hanno necessariamente bisogno di paralleli con il resto del mondo per essere legittimati. 

Ma chiaramente non sono solo i vini invecchiati ad aver rafforzato l’idea che l’Alto Adige dei rossi sia preso troppo in considerazione:  anche nelle degustazioni in batteria dell’Alto Adige Wine Summit  figuravano parecchi rossi eleganti, saporiti e di notevole scorrevolezza… e non solo tra i Pinot Nero. La Schiava, storico autoctono della regione, si sta elevando da vino a pane e salame a rosso che, pur non eguagliando il vitigno borgognone per finezza ed espansione aromatica, ne ricalca la leggerezza e scorrevolezza del sorso.  Purtroppo, però, patisce una certa reticenza da parte dei produttori a comunicarne le qualità con più fermezza fuori dal circondario bolzanino, dove continua ad avere una certa rilevanza commerciale. 

ll Lagrein, invece, si presta  meno a questo tipo di stile,  ma anche lui può essere interpretato in chiave più gentile e succosa: le confermano 2-3  versioni per niente eccessive e inchiostrate tra quelle assaggiate. In particolare il Rohrganger di Brunnenhof.  

Ma ecco nel dettaglio le etichette delle annate correnti per capire questa rivoluzione:

Schloss Englar –  Alto Adige Pinot Nero Baltasius Riserva 2022

Grazioso di fragola, cannella, pepe rosa e cipria. Sorso fresco, slanciato, molto compiuto nella sua delicatezza, con finale disteso tra fiore e frutto. 

91/100

Kollerhof – Alto Adige Pinot Nero Vigna Egid Aegis 2022 

Un po’ scuro, con visciola e tabacco, legno arso ed eucalipto. Sanguigno, saporito, con il frutto tipico della varietà e note selvatiche, cupe in sottofondo. Finale lungo, ancora un pelino contratto.

91/100

Muri Gries – Alto Adige Pinot Nero Abtei Muri Riserva 2023

Questa volta il Pinot Nero da vigne sopra i 500 metri supera addirittura il Lagrein dell’azienda monastica bolzanina più conosciuta per i rossi. Ha un bellissimo frutto che fa un po’ Cote de Nuits, intrecciato con rosa rossa e fragola, cipria ed eucalipto. Sorso slanciato, sottile, ma di notevole vitalità ed eleganza, con finale che crescerà in ampiezza e spessore con il tempo.  

92/100

Gottardi – Alto Adige Pinot Nero Mazzon Etichetta Rossa 2021

Ginseng, caffè e crème de cassis, un pizzico di legno che non ne inficia il senso di eleganza complessiva. Ha bisogno di più tempo di altri per assestarsi, ma è molto ben impostato, con tanta freschezza di arancia sanguinella, tannino giustamente austero, finale agile e gourmand. 

93/100

Hofstätter – Alto Adige Pinot Nero Barthenau Vigna S. Urbano 2022

Camino spento, cenere, tostatura sottile, frutti rossi in confettura e un accenno ferroso. Ricorda a tratti i Gevrey Chambertin più moderni. Succoso, suadente, con un grande frutto, legno appena percettibile, sostanza e pienezza ma anche profondità e lunghezza, estrazione importante senza pesantezza e una chiusura lunga, sostenuta da grande acidità. Sicuramente diverso per stile dal 92’, ma non meno compiuto. 

94/100

Girlan – Alto Adige Pinot Nero Trattmann Riserva 2022 

Speziato, affumicato, anche un po’ ematico, con accenti di frutto rosso sotto spirito nelle retrovie. Salino, sferzante, con guizzi di arancia rossa e chinotto. Ancora austero e tutto giocato in freschezza, con giusto un pizzico di calore ad arrotondare la chiusura. Cresce anche di naso con il tempo e sviluppa una parte terrosa un po’ borgognona. In evoluzione potrebbe avvicinarsi allo stile delle vecchie glorie citate sopra. 

94/100

BrunnenhofAlto Adige Pinot Nero Mazzon Riserva 2022

Dal cuore di Mazzon. Il naso è di eccezionale finezza: pesca gialla, rosa canina, cipria e fragolina, un soffio balsamico a completare. Dotato di simile souplesse al palato, con acidità alpina a sostegno del frutto, finale mordente ma anche arioso, dal grande respiro balsamico e di spezie oriental. 

95/100

Klosterhof – Alto Adige Pinot Nero Schwarze Madonna 2022

Due vini con lo stesso nome. E questo “base” mi è piaciuto più della riserva. Vinificato a grappolo intero, ha un naso ammaliante di gelatina di fragola, pepe rosa, anice e pot-pourri, con toni speziati in crescendo che rivelano un sapiente uso del raspo. Tutti gli elementi sono al loro posto in un sorso che brilla per equilibrio d’insieme, con un finale lungo, sfumato, tra accenti terragni e acqua di rose. 

95/100

Alois Lageder – Alto Adige Cabernet Cor Romigberg 2020

Passiamo al Cabernet con l’interpretazione più alpina che ci sia: dotata di freschezza anche vegetale che fa il paio con toni più scuri e profondi di drupe selvatiche, humus e pellame. Piace tantissimo la bocca per questa freschezza sferzante che lo rende agile al pari dei migliori Pinot, anche se il frutto più scuro e generoso emerge del Cabernet in chiusura insieme a note terrestri, lasciando intuire un bel potenziale evolutivo. 

94/100

Brunnenhof – Alto Adige Lagrein Muhlganger 2023 

Il colore è inevitabilmente molto scuro di quello del Pinot Nero dello stesso produttore. Ma il senso di eleganza è lo stesso: c’è una parte floreale che s’intreccia con more, chinotto e liquirizia. Ha più potenza e pienezza al palato, ma il tannino è soffice, l’estrazione perfettamente gestita. Pepe ed erbe spontanee ravvivano un finale insospettabilmente aggraziato. 

93/100

Loacker – St. Magdalener Vigna ihdlerhof 2023

Tra tante Schiava notevoli per scorrevolezza, questa è quella che ha una marcia in più in termini di finezza. Accenni floreali affiancano le solite bacche ed erbette. È leggera, sottile, ma dotata di più freschezza e incisività rispetto ad altre, con un finale che insiste sulle stesse sensazioni, con un accenno fumè che chiama lo speck.

92/100

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